Il Valle d’Aosta a Pierantozzi: ho dato voce al disagio psichico
Corriere della Sera - Cultura

Il Valle d’Aosta a Pierantozzi: ho dato voce al disagio psichico

Sabato 11 aprile 2026
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Lo scrittore con «Lo sbilico» (Einaudi) è il supervincitore della seconda edizione del premio. I promotori: «Vogliamo portare la lettura tra i ragazzi: bisogna potersi perdere nei libri»

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Il Valle d’Aosta a Pierantozzi: ho dato voce al disagio psichico

di Ida Bozzi

Lo scrittore con «Lo sbilico» (Einaudi) è il supervincitore della seconda edizione del premio. I promotori: «Vogliamo portare la lettura tra i ragazzi: bisogna potersi perdere nei libri»

Alcide Pierantozzi con l’opera-premio «Pensieri tangibili» di Peter Trojer

La vertigine della malattia psichiatrica, ma più ancora quella della parola letteraria, in un romanzo insieme crudo e poetico. Il supervincitore del Premio letterario Valle d’Aosta, seconda edizione, è lo scrittore Alcide Pierantozzi, con il romanzo Lo sbilico (Einaudi), proclamato sabato 11 aprile sul palco del Teatro Splendor di Aosta, nella serata finale del riconoscimento organizzato dall’Assessorato all’Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma. La giuria presieduta da Paolo Giordano (e composta da Laura Marzi, Stefano Petrocchi, Veronica Raimo e Simonetta Sciandivasci), ha scelto il supervincitore tra i tre finalisti-vincitori, già annunciati in marzo, cioè lo stesso Pierantozzi, insieme a Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori) e Giulia Scomazzon con 8.6 gradi di separazione (Nottetempo). La menzione speciale della giuria dei lettori è andata invece a Scomazzon; le altre menzioni della giuria tecnica, all’Opera prima e alla Saggistica sul tema del confine, già annunciate a marzo, sono andate rispettivamente a Paulina Spiechowicz per Mentre tutto brucia (Nutrimenti) e a Linda Laura Sabbadini per Il Paese che conta (Marsilio).

Nato a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) nel 1985, ma cresciuto nella provincia abruzzese, autore giunto con Lo sbilico al suo sesto libro, dopo opere come Uno in diviso (Hacca-Halley, 2006, poi Bompiani, 2022), L’uomo e il suo amore (Rizzoli, 2008) e L’inconveniente di essere amati (Bompiani, 2020), Alcide Pierantozzi si è detto felice della vittoria, per due motivi: «Primo, perché non ho mai vinto nessun premio. E poi perché spero che si scrivano tanti libri che raccontano la neurodivergenza e il disagio psichico, manca su questo la narrazione, anche se abbiamo una grande narrativa manicomiale, Svevo, Berto, di recente Daniele Mencarelli. Sono felice che il libro racconti molti pazienti che invece non hanno voce». Sull’invenzione linguistica del romanzo il supervincitore ha risposto, raggiunto dal «Corriere»: «È una grande ricerca che porto avanti da anni e anni, e non solo per questo libro, un’ossessione per le parole strane, difficili. Nemmeno io riesco a capire fino a che punto questo linguaggio sia letterario e fino a che punto patologico. Ché poi, il patologico diventa letterario. Basti pensare a David Foster Wallace, il grande mito cui mi rivolgo: lui usava il linguaggio in modo patologico».

I protagonisti sul palco del Teatro Splendor

Il romanzo, appena entrato anche nella dozzina del Premio Strega (candidato da Donatella Di Pietrantonio), costruisce un linguaggio narrativo accuratissimo, denso e poetico, per raccontare l’inaudito della malattia, come recitano le motivazioni della giuria: «Come si analizza la sofferenza psichica dall’interno della psiche che soffre? Per riuscirci, Pierantozzi ha dovuto reinventare niente meno che l’italiano, farlo suo e soltanto suo, mescolando la tradizione novecentesca a un’autofiction vertiginosa, la massima sapienza stilistica a una spregiudicatezza quasi anarchica». Giorgio Caproni, Valerio Magrelli, ma anche Samuel Beckett, James Joyce, il Novecento della poesia e della narrativa (e delle altre arti) entrano in questa cronaca diretta della malattia, tra le diagnosi, gli elenchi di farmaci, le sofferenze estenuanti del corpo e le allucinazioni della mente. Una prova di grande lucidità e scrittura, conclude la giuria: «Il risultato è un viaggio a occhi sbarrati nella perdita di sé, lucido eppure carico di commozione, reso possibile solo dalla letteratura, e che quindi celebra la letteratura stessa. Se ha ancora senso parlare di canone, noi crediamo fermamente che Lo sbilico entrerà a far parte del canone di questo millennio».


La serata sul palco del Teatro Splendor, condotta da Alessandra Tedesco, era cominciata con i saluti dell’assessore regionale Erik Lavévaz («Il Premio è nato per aprirsi a tutto il Paese, le istituzioni devono lavorare perché i libri siano letti, e tornino a essere letti anche dai ragazzi, bisogna potersi perdere nei libri») e con la prima parte della performance musicale di Simona Molinari con Egidio Marchitelli alla chitarra.

Poi, sul palco è salito il presidente di giuria Paolo Giordano, ha ringraziato la squadra efficientissima del Premio e ha spiegato che i tre libri finalisti hanno un tratto particolare e tra loro comune: «Hanno una forza specifica tutta loro, nel modo in cui sono scritti, sono un inno alla scrittura letteraria che permette di arrivare a territori altrimenti inaccessibili. Tre libri sulla psiche, sul confine tra sé e gli altri, spiazzanti in un’epoca spiazzante».
La conduttrice ha intrecciato con i tre finalisti una conversazione sui temi e i personaggi dei loro romanzi: la «partita a scacchi in cui però entrambi i giocatori sono negati», con cui Teresa Ciabatti ha definito il rapporto tra il boss e la scrittrice nel suo Donnaregina; la descrizione che Giulia Scomazzon ha dato della protagonista del suo 8,6 gradi di separazione, una ragazza quasi alcolista «che bevendo riesce a silenziarsi, forse è il modo più semplice per riuscire a vivere»; e il modo in cui gli altri, il padre, ad esempio, negano la malattia ne Lo sbilico di Pierantozzi, «anche se forse la sua è una forma di difesa più comune, e ne fa uno dei personaggi preferiti del libro». Poi, la premiazione tra gli applausi del pubblico, e la chiusura in musica con il jazz di Simona Molinari.

11 aprile 2026

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