Il difficile diritto di lasciare liberi
Quando l’autodeterminazione dell’altro fa paura. La sfida che abbiamo di fronte investe ora il modo in cui l’indipendenza viene accolta dentro i legami umani
Il difficile diritto di lasciare liberi
Gerardo Villanacci | 28 settembre 2026Quando l’autodeterminazione dell’altro fa paura. La sfida che abbiamo di fronte investe ora il modo in cui l’indipendenza viene accolta dentro i legami umani
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«Che cosa faremmo se non avessimo paura» non è soltanto il tema scelto quest’anno per il tredicesimo festival «Il Tempo delle Donne» che si è concluso una decina di giorni fa, ma una domanda che sposta l’attenzione da quanto ci è consentito fare a ciò che siamo davvero nelle condizioni di scegliere.
È in questa proposizione che si coglie il merito culturale molto interessante dell’iniziativa, volta a portare nel dibattito pubblico ciò che tende a rimanere confinato nell’esperienza individuale. Ma anche a dare un nome ai timori che attraversano poteri, denaro e affetti, trasformandoli in materia di confronto.
Una libertà diventa pienamente effettiva quando il suo esercizio cessa di essere condizionato dalla preoccupazione della reazione altrui.
Le società, d’altro canto, riescono spesso a modificare le proprie leggi prima di riuscire ad adattarle culturalmente alle relazioni umane. È in questo lasso temporale, più che nel numero dei diritti riconosciuti, che si misura una parte decisiva dell’emancipazione femminile. La norma può mutare il confine del possibile, ma alla società resta il compito, più lento e complesso, di proporre una diversa prospettiva affinché il nuovo principio legislativo diventi cultura, comportamento e sensibilità condivisa.
La scomparsa di Emma Bonino, proprio nei giorni in cui il festival si interroga sulla paura, consegna al dibattito una biografia che dà forma concreta a quella domanda. Il suo lascito, infatti, non coincide soltanto con le battaglie combattute, ma con l’avere sottratto questioni decisive alla dimensione esclusivamente privata, portandole al centro del confronto collettivo.
È su queste argomentazioni che il discorso incontra inevitabilmente il tema del potere che, come teorizzato da Michel Foucault, diventa tanto più pervasivo quanto più riesce a sottrarsi alla forma esplicita del comando, facendosi abitudine, controllo interiorizzato, normalità. Una suggestione che conserva forza anche nella dimensione affettiva, dove il possesso difficilmente si presenta con il proprio nome e può assumere le sembianze della protezione, della dedizione, della gelosia o perfino dell’amore.
La vera distanza emerge tra i principi che affermiamo di condividere e la disponibilità a rispettarli quando entrano in contrasto con ciò che desideriamo.
Riferita a noi stessi, l’autodeterminazione appare come una conquista, mentre se riconosciuta agli altri viene percepita come una sottrazione. È proprio nello scarto tra adesione astratta e accettazione concreta che la risposta normativa incontra il proprio limite.
Il ricorso allo strumento penale deve assumere un significato che oltrepassi la sola repressione. Qualificare con maggiore precisione una condotta e sottrarla all’ambiguità della sfera privata permette di renderne riconoscibile il disvalore e, talvolta, di anticipare un mutamento che la coscienza collettiva non ha ancora pienamente compiuto. Al diritto spetta fissare il confine dell’illecito, ma più difficile è attribuirgli anche il compito di formare le categorie culturali necessarie a riconoscerlo.
Nessuna norma, infatti, trasforma per decreto il modo in cui vengono vissuti un rifiuto, una separazione o la perdita di un legame.
La fase più delicata di questo percorso non consiste tanto nel riconoscere nuovi diritti, quanto nel fare in modo che quelli già acquisiti incidano concretamente nelle relazioni.
Una prima stagione ha ridefinito la posizione della donna davanti alla legge. La sfida che abbiamo di fronte investe ora il modo in cui l’indipendenza viene accolta dentro i legami umani. Una conquista diventa davvero matura quando la scelta dell’altro cessa di essere percepita come una diminuzione della propria e la norma può tornare alla funzione che le appartiene, ovvero quella di garanzia contro le violazioni.
28 settembre 2026 ( modifica il 28 settembre 2026 | 20:45)
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