Chiari segnali dal voto
Suppletive in Calabria: il centrodestra vince e Vannacci non sfonda. Meloni supera lo scoglio. Il centrosinistra deve fare scelte e cambiare passo
Chiari segnali dal voto
Paolo Mieli | 28 settembre 2026Suppletive in Calabria: il centrodestra vince e Vannacci non sfonda. Meloni supera lo scoglio. Il centrosinistra deve fare scelte e cambiare passo
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Il risultato delle elezioni suppletive di Reggio Calabria ci dice che Giorgia Meloni può dormire sonni relativamente tranquilli. Sottolineiamo: relativamente. A dispetto di un’economia tenuta faticosamente a bada in un contesto mondiale di guerra (ibrida e non) e nonostante qualche magra figura, al momento del voto un pezzettino d’Italia vera — che non è quella dei sondaggi — non l’ha sfiduciata. E soprattutto non ha incoraggiato Roberto Vannacci che secondo i più avrebbe dovuto mettere in crisi lo schieramento meloniano. Certo, Meloni giocava in casa, cioè in un’area geografica che era già sua. Ma la leader del centrodestra non poteva sentirsi sicura: ai tempi del referendum sulla magistratura quella stessa area geografica le aveva riservato qualche delusione. Ragion per cui giaceva in agguato una sorpresa per lei poco gradevole.
Il centrodestra ha vinto, tra l’altro, con il candidato meno adatto a questo genere di competizione. Niente di personale nei confronti di Fabio Roscioli, ma l’essere il legale di fiducia della famiglia Berlusconi che prima d’oggi, se aveva messo piede in Calabria lo aveva fatto solo per ragioni vacanziere, non era di buon auspicio. La sua fortuna, Roscioli la deve interamente al presidente della Regione Roberto Occhiuto, e (doppiamente) al sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro: per avergli lasciato in eredità lo scranno a Montecitorio e per avergli cercato i voti. E la deve anche a una comprovata compattezza dello schieramento che l’ha sostenuto.
L’ex generale invece aveva il miglior candidato per questa competizione. Un big forzaitaliota, Domenico Giannetta, che, per qualche risentimento, ha lasciato all’improvviso il partito che gli aveva dato un ruolo negli ultimi trent’anni e si è fulmineamente invaghito dei futuristi. Ma la politica non si improvvisa. Qualcuno ha evocato mei giorni scorsi la Sassonia o la Lombardia e il Veneto della Lega nella fase iniziale. Senza però tenere a mente che i bossiani della prim’ora e l’AfD di adesso, avevano da tempo piantato le proprie radici per poi attendere un decennio prima di conoscere i successi del 1992 (nell’Italia settentrionale) o quelli più recenti in Germania. Un esercito improvvisato di transfughi in cerca di un seggio non può dare gli stessi risultati ottenuti da chi è reduce da una lunga e faticosa semina sul territorio. Né l’uso a danno degli avversari di parole forti o di immagini truccate, checché ne abbia potuto pensare Vannacci (tutta pubblicità!), è in grado di produrre effetti che vadano al di là dell’effimero.
Anche il centrosinistra aveva un candidato di sicuro affidamento, il cardiologo Frank Benedetto che tutto è fuorché un politico improvvisato. Giuseppe Conte per vie discrete aveva suggerito di scegliere qualcuno che potesse avere maggior presa sulla cosiddetta società civile. Ma i dirigenti locali del partito democratico gli hanno sbattuto la porta in faccia. Visti i numeri c’è però da dire che, se anche la sinistra avesse candidato Conte, la Schlein e persino Silvia Salis, non ci sarebbe stato un risultato molto diverso. Dal momento che, quantomeno in Calabria, di personalità della sinistra capaci di produrre una imprevedibile mobilitazione non se ne sono viste. E solo l’effetto Vannacci avrebbe potuto provocare una vittoria dello schieramento progressista.
C’è da dire infine qualcosa a proposito dell’astensionismo.
Accantonate le tradizionali lamentazioni (alle quali ci associamo), le dimensioni del non voto ci raccontano di un’Italia dove si recano alle urne solo i pochissimi motivati, un quarto circa degli aventi diritto. Altro che Sassonia o Lombardia del ‘92. Le forze in campo, tutte, sono in grado di trascinare nelle cabine elettorali pochissima gente. E qui ogni partito ha da dire a sé stesso qualcosa di veritiero. Ma un vantaggio c’è: l’astensionismo ci consente di osservare una geografia realistica, all’osso, di come saranno le cose ai nastri di partenza delle prossime elezioni politiche. Si inizierà la corsa da una piattaforma dove il centrodestra (come lo inventò Silvio Berlusconi nel 1994) gode di un vantaggio ormai più che trentennale sul centrosinistra. Vantaggio che fenomeni improvvisati come quello dell’ex generale possono sì mettere a rischio ma senza tradursi automaticamente in un trionfo degli eredi di Romano Prodi. Per essere chiari: la scissione vannacciana non può essere neanche lontanamente paragonata alla divisione tra Lega e Forza Italia (più Alleanza nazionale) che nel 1996 provocò la vittoria dell’ex presidente dell’Iri.
Il centrosinistra, a questo punto, se vuole essere competitivo ha l’obbligo di risolvere entro una trentina di giorni i problemi che lo hanno attanagliato e impantanato dalle ore successive al risultato referendario. Tutto è chiaro, da quel 22 e 23 marzo (o giù di lì), in materia di programmi e di candidati. Ci sembra sia giunto il momento delle decisioni. Per consentire a chi sfiderà Meloni di avere davanti a sé quei sei mesi indispensabili per farsi apprezzare, eventualmente anche votare. E per non incappare nel rischio già sfiorato nel corso dell’estate, quello del ridicolo.
28 settembre 2026
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