Ivan Cotroneo, curare la madre malata di Alzheimer per diventare «grande»
Lo scrittore napoletano torna a raccontare la sua città attraverso una dolorosa storia familiare, ma senza toni drammatici
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Ivan Cotroneo, curare la madre malata di Alzheimer per diventare «grande»
di Mirella ArmieroLo scrittore napoletano torna a raccontare la sua città attraverso una dolorosa storia familiare, ma senza toni drammatici
Ivan Cotroneo torna a Napoli con il suo nuovo romanzo, «grande» (scritto proprio così, con la g minuscola, edito da La nave di Teseo), che è un doloroso viaggio nel passato ma soprattutto nel presente, che di quel passato è figlio, con tutto quello che può significare in questioni di dinamiche familiari. Il tema predominante è quello della malattia: il protagonista Ernesto deve fare i conti con l’Alzhaimer che ha trasfigurato la madre, rendendola demente e incapace di badare a se stessa. Con ferrea volontà di prendersene cura, Ernesto arriva da Roma, dove ormai vive, per sostituire la sorella che parte per una breve vacanza. Di giorno dunque affianca la badante e il padre mentre di notte compie la sua scanzonata discesa agli inferi nel ventre della città, in particolare nei locali gay. Ed è un modo per riscoprire l’appartenenza alla terra da cui proviene. Ha trascorso ormai più anni a Roma che a Napoli, «eppure lui sentiva Napoli più presente, come se alla prima occasione, appena le concedeva solo un po’ di spazio, Napoli ritornasse con forza a dire: dove vai? Io ci sono e tu mi appartieni». E questa è una bella dichiarazione che spiega in parte il legame profondo di Cotroneo ma anche di molti altri scrittori napoletani con la città: la continuano a raccontare, restando sedotti dalla sua forza mitopoietica.
Per il protagonista Ernesto è come tornare bambino, percorso necessario prima di arrivare a essere «grande», come recita il titolo. Confrontarsi con una madre che non lo riconosce più e con la quale aveva invece un rapporto fusionale lo disorienta. Ed è proprio qui il centro della narrazione: negli andirivieni psicologici di Ernesto, nel suo dolore trattenuto, nella capacità di esserci sempre: «Quell’estate, con la sola Chandri, non era più una scelta, era una necessità che ci fosse per aiutare a spostare sua madre, a tenerla su un fianco quando lei la girava per lavarla e armeggiava con la traversa che usava per proteggere il materasso. Anche suo padre c’era sempre in quei momenti (...) Non si poteva fare niente, ma almeno si poteva non essere vigliacchi, non girare la faccia». Nonostante si tratti di una storia drammatica, Cotroneo non perde il suo tono lieve nel racconto che procede in una sorta di montaggio alternato tra giorno e notte, tra accudimento e ricerca del piacere.
La malattia è inquadrata e descritta con un linguaggio piano, senza pathos, eppure ci sono delle scene in cui si percepisce tutto lo strazio del figlio, come quando si ritrova a pettinare la madre, ma il risultato è terribile: «sembrava una vecchia morta vestita da bambina». Oppure quando tutte le belle scarpe della donna vengono buttate nella spazzatura ma per errore si sparpagliano sul marciapiede «come se ci fosse stato un piccolo disastro aereo, che però riguardava solo sua madre e la storia della sua vita». Ma inevitabilmente anche quella del figlio.
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11 aprile 2026 ( modifica il 11 aprile 2026 | 18:44)
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