Premio Valle d'Aosta, sguardi sul confine
Corriere della Sera - Cultura

Premio Valle d'Aosta, sguardi sul confine

Sabato 11 aprile 2026
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Sedi suggestive, incontri con gli autori, il pubblico e stasera la finale: cresce il riconoscimento letterario alla seconda edizione

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Premio Valle d'Aosta, sguardi sul confine

di Ida Bozzi

Sedi suggestive, incontri con gli autori, il pubblico e stasera la finale: cresce il riconoscimento letterario alla seconda edizione

Un dettaglio del soffitto decorato di  Palaazzo Roncas, ad Aosta 

Un riconoscimento letterario che cresce già alla seconda edizione, moltiplicando le sedi e facendo incontrare la letteratura italiana con la storia antica della città di Aosta, e scegliendo una terna di finalisti vincitori (selezionati dalla giuria presieduta da Paolo Giordano) in sintonia particolare con il tema di fondo della kermesse, che è il confine in tutte le sue declinazioni, interiori, geografiche, culturali.
Il Premio Letterario Valle d'Aosta ha inaugurato venerdì 10 aprile il programma degli incontri con gli scrittori finalisti – in ordine alfabetico sono Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi) e Giulia Scomazzon con 8.6 gradi di separazione (Nottetempo) – con la prima conversazione al Palais Roncas, gioiello seicentesco del centro storico di Aosta. Come ha spiegato Erik Lavévaz, assessore regionale all'Istruzione, Cultura e Politiche identitarie, che promuove il premio: «Si tratta del primo evento pubblico che possiamo accogliere in questo palazzo, ora divenuto sede della Soprintendenza regionale ai beni culturali. E lo facciamo trovandoci qui per parlare di cultura attraverso l'arte della parola, della musica, dell'architettura».
Nel cortile del palazzo, Giulia Scomazzon ha raccontato la storia difficile, cruda eppure ironica, della sua protagonista Alice, in dialogo con Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, accompagnata dalle note del gruppo musicale Tamtando e dalle letture di Paola Corti. Nel romanzo, anzi nel «memoir finzionale» come lo ha definito Petrocchi, la giovane Alice è un'insegnante precaria, in una città della provincia veneta che non ama, soffocata dal «troppo pieno» di un mondo piccolo, e cerca nell'alcol il modo per tirarsene fuori: gli «8,6 gradi di separazione» del titolo, sono infatti i gradi alcolici della birra, e ricordano i «6 gradi di separazione» che stanno a rappresentare la dimensione tutto sommato piccola del mondo. «In effetti Alice si dà all'alcol perché sente tutto il suo piccolo mondo così addosso – ha commentato Scomazzon, già autrice di La paura ferisce come un coltello arrugginito, anch'esso pubblicato da Nottetempo e vincitore del Bagutta Opera prima nel 2024 – e considera l'alcol non come sintomo, ma come cura». Oltre all'ebbrezza «programmata» di Alice, che cammina sul «confine» tra sobrietà e alcolismo, ma spiralizza fino a un incidente stradale e al ritiro della patente, il romanzo ritrae anche la realtà sociale della provincia veneta: «Vivo in un territorio – ha raccontato Scomazzon – che è uno dei luoghi con il maggior consumo alcolico. E nel paese in cui abito, Marostica, non c'è una libreria, ma nel centro storico esistono 32 bar. L'umanità che li frequenta, quasi tutta maschile, è spesso un'umanità di solitudini, con molti anziani, a volte affetta da altre dipendenze come ad esempio la ludopatia». Nel romanzo il territorio soffre, più ancora di che sete, di una fame di lavoro che per le generazioni precedenti significava stabilità sociale e affermazione personale, in una realtà che invee sta cambiando: «Per i veneti il lavoro ha a che fare con l'essere adulti», ha continuato la scrittrice: e infatti la «sete» di Alice sembrerà placarsi proprio con il sudore, con la fatica, con le ore di lavoro socialmente utile comminate dal giudice dopo l'incidente stradale.


Il logo del premio

Dopo l'evento al Palais Roncas, il secondo incontro con i finalisti si è svolto in un'altra sede storica di alta suggestione, il Criptoportico forense, monumento d'epoca romana che si sviluppa in due lunghissime navate sotterranee, particolarmente adatte a restituire le sonorità dei Tamtando, di nuovo, e le letture di Paola Corti. La conversazione tra la giurata Veronica Raimo e Alcide Pierantozzi, su Lo sbilico (Einaudi) è iniziata ricordando l'occasione che fece nascere il romanzo, un'autofiction che è la cronaca fedele e stilisticamente vertiginosa di un disagio mentale: tutto cominciò, ha spiegato Raimo, con un brano pubblicato sulla rivista online «Lucy», in cui Pierantozzi raccontava alcuni aspetti del suo disagio e che è diventato in breve virale. Pierantozzi, al sesto libro dopo titoli come Uno in diviso (Hacca-Halley, 2006, Bompiani, 2022), L'uomo e il suo amore (Rizzoli, 2008) e L'inconveniente di essere amati (Bompiani, 2020), ha rievocato il momento: «È stato più semplice e strano. Quel pezzo era nato per un altro motivo, rispondeva alla richiesta di raccontare il corpo, la palestra, e così via; ma a quell'epoca avevo scompensi dovuti a terapie che non funzionavano: convergono in quel periodo tante cose, ad esempio il fatto che io abbia letto in quegli anni tanta poesia, non riuscendo per i farmaci a leggere narrativa, e il fatto che quando ho scritto questo libro non mi sentivo più uno scrittore: è stata una richiesta di aiuto, credo, una richiesta d'aiuto tra l'altro ascoltata».
E ha proseguito raccontando come d'altronde, nel suo contesto di nascita, la provincia abruzzese, «quello che fa parlare di me è il fatto che io stia male, non gliene frega a nessuno se scrivo». E ha proseguito: «Nel libro, il patologico riesce a mostrare la sua letterarietà. Ma quando mi dicono che una scena del libro è "potente", io so che per quell'episodio ho aumentato di 50 mg l'antiepilettico. Ed è stranissimo come il contenuto della malattia psichiatrica sia letterario, forse perché fatto di pura connotazione e poca denotazione, forse perché ha sempre a che fare col corpo, perché ogni sintomatologia la vivi in quello. La lingua stessa, è letteraria, sì, perché c'è una mia ossessiva passione per la letteratura da sempre, forse patologica anche quella: non è che se uso certe parole difficili o altisonanti lo faccio per far vedere che scrivo bene, è proprio un modo di procedere del mio cervello. La mia testa funziona così, e ad esempio in una pagina parlo di un geco perché voglio usare l'aggettivo "gecheggiante" di Giorgio Caproni».
Il libro, illustra Raimo, «fa una cosa stranissima, mostra una mente sotto sostanze che parla del suo funzionamento... sotto sostanze: altra vertigine del romanzo». E lo sprofondamento del libro, ricorda lo sprofondamento che attua la poesia, stravolgendo i legami causali della realtà. Risponde Pierantozzi: «Va detto che la mia ossessione per le parole, anche quella che mostro nel libro, è frutto di ricerche di anni e anni, perché per me il romanzo è ricerca sul linguaggio». E il linguaggio dice senza reticenze, crudamente, eppure con alta densità poetica, ogni passaggio della malattia, mentre sullo sfondo scorre una critica, in sé politica, al modo in cui la società e perfino la scienza medica affrontano la malattia mentale. Non solo un racconto di sé, e tantomeno uno sfogo catartico, tanto che lo scrittore rifiuta di affidare alla scrittura una prospettiva salvifica, o consolatoria, anzi: «È un libro che mi ha devastato», conclude.

11 aprile 2026 ( modifica il 11 aprile 2026 | 12:15)

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