La seduzione del sapere
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La seduzione del sapere
di Diego De SilvaHo sempre pensato che le cose s’imparino per seduzione. Servono esempi (non etici: estetici) per apprendere una lezione, interiorizzarla, spostarsi da dove si è, diventando altro (ciò che s’intende comunemente per «crescere»). La passione per una materia scolastica, un’arte, uno sport, la dedizione a una causa, finanche una fede religiosa, nascono da modelli che attirano il nostro interesse con un potere simbolico che ci spinge a imitarli, assecondando un desiderio di somiglianza che è un po’ accettazione di eredità (un’eredità che chiunque può raccogliere), un po’ ambizione di superamento del maestro di cui ci siamo eletti allievi.
Va da sé che il modello può anche essere incidentale: mi trovo per caso a sentire la conferenza di un filosofo, a vedere una mostra, un film, o un concerto, e mi parte la brocca per la filosofia o la storia dell’arte o il cinema o la musica al punto da farmi deviare la vita su un binario che non avevo mai considerato fino a quel momento.
Quanti professori abbiamo avuto nei lunghi anni scolastici e universitari? Tanti. Ma quanti sono quelli che ricordiamo anche dopo molti anni? Pochi. Quelli che, animati da una passione autentica, ci hanno fatto innamorare di un sapere specifico e più ancora ci hanno trasmesso un modello d’apprendimento, uno stile della riflessione, del senso critico, della gestualità, del linguaggio. Se questa premessa ha senso, dovremmo chiederci quali sono i modelli di cui l’adolescenza contemporanea dispone, tralasciando per una volta il facile (e non certo infondato) processo al telefonino.
Proprio in questi giorni leggevo, su due diversi quotidiani, un articolo dedicato alla crescita delle condotte violente fra gli adolescenti, e un altro sul lessico sempre più brutale e fuori controllo della politica. Ebbene, quando (doverosamente) c’interroghiamo su cosa stia accadendo ai cosiddetti nostri ragazzi (quando aggrediscono, accoltellano e disprezzano gli insegnanti, quando si vendicano col ferro, bullizzano o istigano al suicidio un compagno), dovremmo anche chiamare in causa la responsabilità di una classe politica che ha archiviato la responsabilità dell’uso pubblico del linguaggio, del senso della misura, del rispetto dell’altro e della competenza.
A quali modelli dovrebbe ispirarsi un adolescente che cresce in una società dove le informazioni corrono a velocità imprendibile e dove assiste al degrado di un linguaggio politico rozzo nella forma e violento nella sostanza; dove sente pronunciare frasi come «Un’intera civiltà morirà stanotte» (Trump), pronunciate con l’enfasi di una battuta da cinema catastrofico; dove le parole si piegano progressivamente a una mentalità che sembra sempre più riconoscersi in codici di guerra, giustificando e normalizzando l’inaccettabile? Pensiamo davvero che questi modelli di società passino indenni sulla psiche dei cosiddetti nostri ragazzi?
A sabato prossimo.
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11 aprile 2026
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