«Un anno di scuola»: il film che racconta la Gen Z e una Trieste lontana dagli stereotipi
Corriere della Sera - Cultura

«Un anno di scuola»: il film che racconta la Gen Z e una Trieste lontana dagli stereotipi

Venerdì 10 aprile 2026
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L'opera seconda di Laura Samani è un ritratto generazionale tra triangoli, tradimenti e una ragazza libera. In sala anche lo spagnolo campione d'incassi che irride il franchismo, «A cena con il dittatore»

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«Un anno di scuola»: il film che racconta la Gen Z e una Trieste lontana dagli stereotipi

di Sara D'Ascenzo

L'opera seconda di Laura Samani è un ritratto generazionale tra triangoli, tradimenti e una ragazza libera. In sala anche lo spagnolo campione d'incassi che irride il franchismo, «A cena con il dittatore»

I quattro protagonisti. Da sinistra Samuele Volturno, Giacomo Covi, Stella Wendick, Pietro Giustolisi 

«Un anno di scuola» di Laura Samani

È il 2007 e in un Istituto tecnico triestino, in una classe di soli maschi, «atterra» un'aliena: una ragazza. E per di più svedese, quindi simbolo vivente di una libertà tutta diversa da quella delle ragazze italiane. È un meteorite per il gruppo di amici-fratelli stretti come le dita di una mano formato da Antero, Pasini e Mitis. Nell'intreccio delle loro vite molto accadrà, compresi segreti, tradimenti, bugie e non detti, in una Trieste verace, lontana dall'appiattimento cinematografico di tanto cinema italiano, con la musica del dialetto triestino che trasloca lo spettatore in una quotidianità senza tempo, in un altrove eternamente sospeso eppure concreto. Laura Samani, triestina, aveva esordito nel 2021 con «Piccolo Corpo», storia di una giovane donna, Agata, che partorisce una bambina morta e parte, contro il parere di tutti, alla ricerca di un santuario dove si benedicono i bambini come la sua. Se in quel film aveva trovato il suo stile per sottrazione, lavorando sugli sguardi e sui corpi, qui fa lo stesso, ma maneggiando la materia di cui sono fatti gli adolescenti - ormoni, casino e un disperato bisogno di amare ed essere amati - non può che uscirne un film diverso, coloratissimo, vitale e vitalistico, che tocca anche temi come la vendetta e i pregiudizi ma con una leggerezza tremendamente concreta, che ne fanno un bell'affresco di quella che sbrigativamente si chiama Gen Z ed è invece una realtà fatta di anime colte in uno degli anni di svolta. Quello della Maturità. 
Voto: 7. Samani prende quattro ragazzi trovati con uno street casting e ne fa i protagonisti del suo film, riadattando liberamente il libro novecentesco omonimo di Giani Stuparich. Ne esce un racconto schietto e sincero di quel groviglio che è l'adolescenza. Piacerà ai ragazzi che la vivono e ai loro genitori ricorderà quanto i drammi fossero a portata di mano, ogni giorno e ogni ora. Poi finisce e si rimpiange.   

«A cena con il dittatore» di Manuel Gómez Pereira

Nella Spagna franchista, a poche settimane dalla fine della guerra civile, Franco vuole organizzare un banchetto per i generali nell'ex hotel simbolo del lusso, il Palace di Madrid, nel frattempo diventato un ospedale che accoglie i feriti del conflitto. Tempo per mettere in piedi il tutto? Poche ore e nessun cuoco di destra: «I migliori chef di Madrid sono tutti in carcere, perché sono tutti di sinistra». Il primo ostacolo si supera facilmente liberandoli per il tempo necessario a preparare una cena degna del caudillo. Ma che succederà dopo? E soprattutto: andrà tutto bene? Tratto dalla pièce teatrale «La cena de los generales» di José Luis Alonso de Santos, il film dichiara da subito il suo debito di riconoscenza con la commedia, da quella all'italiana degli anni '60 a quella di Woody Allen, da Lubitsch a Billy Wilder. Eppure, da subito, c'è una certa patina di finzione nella messa in scena che fin dalle prime inquadrature fa pensare a un massiccio ricorso all'intelligenza artificiale per far apparire comparse, atmosfere dell'epoca (siamo nel '39). Il film procede in modo molto macchiettistico e con uno sviluppo prevedibile (gli chef tenteranno la fuga? Mah, chissà). Gli attori - su tutti Alberto San Juan  che interpreta il maître del Palace Genaro - fanno quello che possono ma nel continuo citazionismo del regista finiscono per sembrare delle copie di attori divenuti simboli di un certo cinema da De Niro a Peter Sellers e Anjelica Houston. Il cinema spagnolo, solitamente distante dall'effetto copia, finisce dunque qui per indulgere in un effetto «Déjà vu», che rende tutto più pesante.
Voto: 6---. Film molto di maniera, non riesce ad avere quel ritmo di battute e di trovate del cinema al quale dichiaratamente si ispira.

«Los domingos» di Alauda Ruiz de Azúa

La diciassettenne Ainara (l'esordiente e bravissima Blanca Soroa) vuole intraprendere un cammino per diventare novizia prima di farsi suora di clausura nella Spagna di oggi. Sua madre è morta e lei vive con le due sorelline e il papà, che ha una nuova compagna, e ha ipotecato la casa della nonna per pagare la ristrutturazione del ristorante. La sua decisione, che è sempre un timido soffio più che una concreta certezza, resta però sempre ferma, anche quando la zia, atea, vuole ostinatamente sottrarla a una vita che la porterà via dalla famiglia. Si traslano così sulla religione i temi delle grandi decisioni adolescenziali, gli amori o le scelte della vita, con una grazia e una placida fermezza che fanno riflettere gli adulti che sembrano voler giudicare tutto con la clava delle certezze.  La regista Alauda Ruiz de Azúa sceglie una materia difficile come la fede che anche nella - un tempo - cattolicissima Spagna dev'essere pericoloso approcciare. E lo fa con la stessa fermezza con cui la sua protagonista va incontro al destino che pensa le sia riservato. Non sempre questo stile così empatico premia l'estetica del film che in alcuni punti appare un po' carente e ha in alcuni personaggi di contorno - su tutti il padre -personaggi meno riusciti. Ma il ritratto della giovane Ainara, con la sua ostinata direzione contraria, resta impresso nella memoria degli spettatori.  
Voto: 7. Piccolo film spagnolo di un'onestà disarmante, non sempre riuscito ma tratteggiato col cuore, ha il coraggio di entrare senza sconti nel difficile mondo della fede.   

«Vita mia» di Edoardo Winspeare

Dominique Sanda nel paesaggio salentino. La sua bellezza nordica resa meno algida dal trascolorare degli anni, al servizio di una figura forte, una duchessa della Transilvania calata in Puglia tanti anni prima per le nozze che l'hanno resa anche un po' italiana. Ma il tempo della giovinezza è passato e ora la duchessa è una donna sola, malata di Parkinson, i figli hanno la loro vita, i soldi vengono meno come le forze. E così, all'ennesima difficoltà, a Didi viene affiancata Vita, una donna del posto con mille problemi familiari e pochissime risorse finanziarie. L'ora più buia per Didi è quando calano le tenebre e tornano a farle visita gli spettri del passato: i tedeschi che cercano la sua amata insegnante d'arte, ebrea, il padre, che sta per diventare beato e alla cui cerimonia di beatificazione la donna tiene moltissimo, tanto da intraprendere con Vita (Celeste Casciaro, compagna del regista) un viaggio per assistervi. Winspeare, autore schivo e parco, parte sempre dalla sua amata Puglia, in Salento, lì dove sono anche le radici del suo antico casato. Il suo è un cinema di luoghi, di sguardi, di affetti, di istinto, anche, che ha nelle visioni del passato di Didi, con gli incubi che tornano a trovarla, il suo lato migliore. Qualche lungaggine soprattutto nella seconda parte ne compromettono un po' l'efficacia, ma il suo film è onesto di un'onestà perduta, ingenua e delicata, che andrebbe premiata con qualche visione in più.
Voto: 6,5. Winspeare mette in scena i fantasmi del nazismo, gli spettri che ci abitano dentro. Non sempre l'operazione riesce, qualche piattezza televisiva è in agguato, qualche banalizzazione, ma è un cinema onesto che si lascia guardare.   

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