Se gli autocrati tifano per Orbán
Cina e Russia sperano nella rielezione del presidente ungherese con il record di veti sulle decisioni prese a Bruxelles
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Se gli autocrati tifano per Orbán
Carlo Verdelli | 10 aprile 2026Cina e Russia sperano nella rielezione del presidente ungherese con il record di veti sulle decisioni prese a Bruxelles
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Ci stiamo perdendo l’Europa, la voce così flebile da risultare inudibile nel frastuono di bombe e droni che è diventato la colonna sonora del tempo, dall’Ucraina all’Iran, da Gaza al Libano. Il colpo di grazia fatale per tutto quello che il governo continentale ancora rappresenta potrebbe arrivare domenica da Budapest, dove il presidente Orbán, spregiudicato alfiere del sovranismo, si gioca la quarta rielezione (primo mandato, 1998-2002) partendo da uno svantaggio da sondaggi di dieci punti rispetto a Peter Magyar, candidato di una destra meno estrema, meno vicina a Mosca e decisamente meno ostile alla Ue.
La partita delle elezioni ungheresi, soltanto in apparenza periferica rispetto alle prove di apocalisse in corso nel Golfo e dintorni, è così cruciale da spingere il vicepresidente americano JD Vance ad andare di persona a sostenere la causa del grande amico Viktor, incolpando in un eccesso di impudenza i burocrati di Bruxelles di tramare per farlo perdere, e addirittura passandogli, via telefonino, nientemeno che Donald Trump, prodigo di elogi per «l’uomo che ha impedito che il suo Paese venisse invaso», presumibilmente dai migranti o da chissà chi altro. L’ultima volta che un alto rappresentante degli Stati Uniti è stato nella capitale magiara risale al 2006, visita istituzionale dell’allora presidente George Bush.
Accanto al sostegno spudorato di Washington, e a quello scontato di Putin, che ha nel fedele Viktor l’alleato prediletto in chiave anti-ucraina, il cavallo di Troia che mina dall’interno le decisioni pro Kiev della Commissione europea, Orbán può contare su altri due alleati di ferro e di peso: l’israeliano Netanyahu, di cui è il più acritico sostenitore tra i 27 Paesi dell’Unione, e il cinese Xi Jinping, che ha proprio nell’Ungheria il principale snodo degli investimenti di Pechino in Occidente.
Il filo che lega tanti influenti sodali non è tanto la simpatia politica verso un leader autoritario, populista, ex liberale convertito alla causa di un nazionalismo medievale, il filo spinato ai confini, la retromarcia sui più elementari diritti civili, l’aver teorizzato e praticato un ossimoro come «la democrazia illiberale», oltre alla realizzazione di un sistema endemico di corruzione che arricchisce la nomenclatura e di sottomissione spietata dei poteri di vigilanza, dai media alla magistratura. Queste esasperazioni del concetto di destra vanno bene per chi la destra la sta portando oltre i confini tradizionali, dalla francese Marine Le Pen alla tedesca Alice Weidel, fino al nostro Matteo Salvini e anche alla premier Meloni, che però in questa fase delicatissima si è cautamente defilata dal coro per la rielezione del ras d’Ungheria. La troppa vicinanza all’ultima versione furibonda di Trump, con il corredo di guerre e aumento dei prezzi, non sembra favorire la crescita dei consensi, anzi. Non è comunque il tifo scontato della galassia sovranista globale a rendere speciali le elezioni ungheresi di domenica.
Il vero obiettivo dei nuovi Signori della Terra, mobilitati come mai per la rimonta di Orbán, non è mantenere un complice affidabile a Budapest, che non guasta ma non basta, quanto piuttosto assestare un altro colpo di maglio all’Unione, alla vagula e blandula Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, all’idea stessa di una entità politica ed economica ancora in grado, nonostante tutto, di rappresentare un impiccio sulla via del nuovo ordine mondiale. E «un patriota per l’Europa», dove la verità della definizione sta nel suo contrario, cioè «un patriota contro l’Europa», è una pedina fondamentale in questa manovra di implosione di quella che è stata, almeno nelle intenzioni, la comunità del rispetto delle regole iscritte nella pietra della convivenza democratica.
Come altri otto Paesi dell’ex blocco sovietico, restati dopo il 1989 nel limbo di una zona grigia, l’Ungheria entra nella Ue nel 2004 per marcare una scelta verso l’Occidente e renderla stabile. Molti i padri illustri di questo disegno: da Helmut Kohl a Jacques Chirac, da Tony Blair a Romano Prodi. Avvenimenti di questo secolo ma di un altro mondo. Proprio Viktor Orbán diventa negli anni, e marcatamente dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il capofila di un fronte che l’Unione lavora per disunirla: dal 2023 con lui si allineano lo slovacco Robert Fico e il neo premier della Repubblica Ceca, il miliardario Andrej Babis.
Ma la capitale dei dissidenti resta Budapest, che riesce nel capolavoro di dare il via libera al nuovo pacchetto di aiuti da 90 miliardi di euro per Kiev deciso dal Consiglio Ue a dicembre, salvo poi ripensarci e mettere il veto a febbraio, adducendo come paradossale motivazione la rottura di un oleodotto colpito da un drone russo a gennaio ma che si pretenderebbe che fossero gli ucraini a riparare. E a proposito di paradossi, il 90 per cento della spesa pubblica ungherese è finanziato da fondi Ue, come ha spiegato su questo giornale Milena Gabanelli. Eppure, nonostante questo, l’ineffabile Orbán ha il record di veti su decisioni del Consiglio Europeo: 19, di cui 12 dal 2022, inizio dell’operazione speciale di Putin verso Kiev. E siccome su temi come politica estera, sicurezza, fisco, finanze comunitarie e cittadinanza vale il meccanismo dell’unanimità, è sufficiente un no, uno soltanto su 27, per paralizzare tutto. Di fronte a questo evidente blocco di funzionamento, da anni c’è una spinta per passare al voto a maggioranza da parte di molti Paesi convintamente europeisti. Tra questi c’era anche l’Italia, ma col governo Meloni ha cambiato idea: «Le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dai nostri interessi nazionali, che è mia priorità difendere».
Interessi nazionali, interessi patriottici per conto terzi (vedi la Russia), crescente disinteresse per la causa e la casa comune europea. Se domenica notte, da qualche palco di Budapest, il rubicondo Viktor Orbán spianerà le fossette che ha sulle guance in un largo sorriso, per Bruxelles sarà come un ghigno che prelude a un futuro prossimo sempre più ignoto, da vaso di coccio, facilmente friabile.
Ps. Tra i propositi di Orbán, ove mai vincesse, c’è l’idea di introdurre la pena di morte in Europa. A discrezione dei singoli membri, forse.
10 aprile 2026
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