Che fine ha fatto l'America? Il viaggio di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic in una nuova era
In un saggio-reportage pubblicato da Laterza i due giornalisti narrano gli Stati Uniti nell'era di Trump. Un Paese che cambia radicalmente
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Che fine ha fatto l'America? Il viaggio di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic in una nuova era
di Gian Antonio StellaIn un saggio-reportage pubblicato da Laterza i due giornalisti narrano gli Stati Uniti nell'era di Trump. Un Paese che cambia radicalmente
Un edificio adiacente al Veterans Memorial Park Rainelle, West Virginia, dipinto con i colori della bandiera americana (foto Ap/ Carolyn Kaster/ LaPresse)
«Io sottoscritto John Smith accetto il rischio di morire ingozzandomi in modo spropositato». C’è scritto così, parola più parola meno, nelle liberatorie chieste ai clienti di certi ristoranti americani. Dove nel menù spiccano mostruosi hamburger da ventimila calorie. Ventimila! Non meno ingordi e sfatti, nel «Terzo Mondo americano» come le lande abbruttite della Rust Belt e degli Appalachi, la catena montuosa degli States occidentali, sono però i milioni di minatori e operai tossici ridotti in schiavitù dagli oppiacei antidolorifici che nel solo 2022 hanno ucciso 108 mila persone.
Baraccopoli. «Quasi tutti vivono nelle case prefabbricate o in quelle di un legno che ormai ha perso forma. Umide e gonfie, pendono pericolosamente da un lato. Intorno giacciono, sparpagliati, vecchi utensili, tricicli, lavatrici, scheletri di auto coperti di ruggine. Anche le strade sono gobbose, con cespugli che crescono ovunque trovino un briciolo di terra. Dietro la prima fila di case corrono i vecchi binari, punteggiati da vagoni di carbone abbandonati».
«America! Allegra e bella!/ Tutti la chiamano l’America sorella...», cantavano i nostri nonni. Quella era l’immagine del Paese della speranza, coi bimbi fotografati a Ellis Island sul carrettino dello zio Sam. E quello, tanti decenni dopo, era ancora lo spirito di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, giornalista lui giornalista lei, quando nel 2004 si trasferirono a New York, generosa di «continue sorprese vissute in uno stato di quasi euforia», dove avrebbero cresciuto i due figli. Certo, avevano ben chiaro che non era la terra «dalle strade lastricate d’oro» sognata dai migranti narrati da Charles Dickens. Ma nonostante la voragine spettrale di Ground Zero, mostrava sempre quelle vitalità straordinarie: «Li abbiamo amati gli Stati Uniti, per le loro libertà, il dinamismo, il pragmatismo. Ma ci hanno anche fatto rabbrividire per gli eccessi, sfociati spesso in tragedia». Un grande amore ammaccato. Tradito.
E questo è il cuore di America dentro. Storie, volti, conflitti di un Paese in bilico, il reportage firmato per Laterza dai due giornalisti che aiuta a capire quella realtà che ci viene quotidianamente sbattuta in faccia con le provocazioni di Donald Trump, le sue promesse roboanti («Saremo così ricchi che non saprete dove spendere tutti quei soldi») le mille contraddizioni che ricordano le parole scritte da John Steinbeck in una lettera all’amico Adlai Stevenson: «Siamo una specie strana. Possiamo sopportare tutto ciò che Dio e la natura possono scagliarci contro, tranne l’abbondanza... Se volessi distruggere una nazione, le darei troppo e la ridurrei in ginocchio, miserabile, avida, malata...».
Il volumeIl libro di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, «America dentro. Storie, volti, conflitti di un Paese in bilico,» è pubblicato da Laterza (pp. 198, euro 20)
Divisa, soprattutto: «È stato doloroso vedere come in pochi anni le differenze che ci sono sempre state tra l’America delle metropoli e quella rurale si sono allargate fino a diventare veri fossati». Emisferi diversi, contigui e spaccati: «A New York è guerra di trincea tra i quartieri dei ricchi dove prosperano palestre zeppe di personal trainer e si vende cibo biologico a prezzi stratosferici, mentre ad Harlem o nel Bronx trionfa il cibo spazzatura che costa poco, ma accorcia la vita. Una frontiera corre lungo la 96ª strada a Manhattan: chi vive a sud di questo confine invisibile mangia meglio, in grande maggioranza ha buone assicurazioni sanitarie e ha un’attesa di vita di 85 anni, dieci in più di chi abita a nord». Dove lo slogan del pesantissimo «Macho Burrito», un taco ipercalorico, viene ribaltato: «Cibo per gente coraggiosa, non roba per tutti».
Misteri: «L’America, con poche eccezioni, ha smesso di fumare, si è convinta che la sigaretta uccide. Non è lo stesso per il cibo». Anzi, «i consumatori “votano con la forchetta” e chi prova timidamente ad autoregolamentarsi perde quote di mercato. Risultato: il peso medio degli americani è aumentato di sette chili nell’ultimo quarto di secolo con l’attesa media di vita che ha smesso di crescere». Non solo nelle periferie estreme. Con problemi sempre più gravi perfino a Manhattan a dispetto della volenterosa riforma sanitaria di Barack Obama: «Nel ’99 dopo i primi allarmi sorsero quattro avanzatissimi centri di cura del diabete. Dopo sette anni la diffusione della malattia è raddoppiata, ma di quei quattro centri ne è rimasto in piedi uno solo. “Gli altri hanno chiuso non per mancanza di pazienti: non riuscivano a guadagnare abbastanza”».
Ed ecco di qua «gli oligarchi dell’intelligenza artificiale che hanno sostenuto Trump, riconoscendo in lui la capacità di spianare la strada verso un’era tecnoautoritaria», di là folle di persone allo sbando che cercano vie d’uscita non meno estreme. E corrono ad armarsi l’uno contro l’altro fino a possedere 393 milioni di fucili e pistole: 120 per ogni 100 abitanti, compresi i neonati. O vanno a migliaia a sparire ogni anno tra i «tremila fiumi, cinquemila ghiacciai e tre milioni di laghi dell’Alaska» dove ci si può perdere «per il malfunzionamento di una bussola perché si verificano fenomeni magnetici che possono spostare anche di 30 gradi l’ago che dà la rotta».
Rotta esistenziale che decine di milioni di americani, per il 46 per cento convinti che l’evoluzionismo sia un imbroglio, cercano sugli scaffali d’un megastore religioso con duecento diverse chiese evangeliche e luterane di cui alcune, come quella del belloccio Joel Osteen, sono seguite nei sermoni-show domenicali in mondovisione da masse immense di adepti. Al punto di spingere Trump, sulla cui devozione è lecito aver dubbi, a impugnare una Bibbia e tuonare: «Mapa! Make America Pray Again!». Fa’ che l’America preghi di nuovo! Sufficiente a Lorenzo Sewell, pastore d’una delle dodici congregazioni evangeliche afroamericane di Detroit passate a destra, per dire: «I democratici hanno sfruttato noi neri per troppi anni... Trump è stato il primo a occuparsi davvero di noi, è venuto qui a parlarci. A volte Dio si serve di un peccatore per i suoi disegni...». E il suo sfacciato sdoganamento del suprematismo bianco? Boh...
10 aprile 2026
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