Chernobyl, quarant'anni fa
Corriere della Sera - Cultura

Chernobyl, quarant'anni fa

Venerdì 10 aprile 2026
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Cherosene per gli aerei, sale l’allarme per i voli a rischio in Europa: solo due Paesi con riserve fino a 90 giorni

Chernobyl, quarant'anni fa  foto Efrem Lukatsky

Benvenuti nella newsletter #320 de «la Lettura». Il nuovo numero del supplemento, il #750, domani in anteprima nell'App e domenica in edicola, dedica le sei pagine speciali di apertura ai quarant'anni del disastro di Chernobyl. Per raccontare quell'evento, la peggiore tragedia nucleare della storia in tempo di pace, siamo tornati nei luoghi dove avvenne, parlato con i sopravvissuti, allargato il campo ragionando anche sul presente. Per entrare in argomento, in questa newsletter riandiamo a quella notte del 26 aprile 1986 (e a quello che significò per l'Italia) con un testo di Paolo Virtuani. Questa settimana, vi proponiamo anche due anteprime letterarie: l'incipit del romanzo «Lucciola» di Natalia Litvinova, poetessa bielorussa nata a pochi chilometri da Chernobyl l'anno della catastrofe, in uscita il 24 aprile per La Tartaruga; e quello della fiaba di Han Kang «La scatola delle lacrime», che esce il 14 aprile per Adelphi e che sarà presentato a Bologna, alla Children's Book Fair, evento a cui «la Lettura» dedica un focus sul nuovo numero. A chiudere, come sempre, i consigli della redazione su cosa guardare, leggere, ascoltare nei prossimi sette giorni. Buona «Lettura»! 

IL TEMA 26 aprile 1986: l'esplosione, la nube, la paura Paolo Virtuani

Vista aerea della centrale nucleare di Chernobyl in una foto del maggio 1986, scattata pochi giorni dopo l'esplosione del 26 aprile  (Ap)

«Sciagura nucleare in Urss», titolava a otto colonne il «Corriere della Sera» del 29 aprile 1986. «Alcune vittime», diceva l’occhiello dell’articolo del corrispondente da Mosca Sandro Scabello. Il luogo era citato come Chernobil, solo nei giorni successivi la i sarebbe diventata y. Appena sotto, un box chiariva che in Italia non c’era stata nessuna variazione della radioattività. Nelle settimane seguenti sarebbe diventata chiara la portata dell’avvenimento. 

Domenica 4 maggio, citando autorità sovietiche, si diceva «è stato un errore umano». Leggendo l’articolo si scopriva che ad ammetterlo era stato Boris Eltsin, allora capo del Partito comunista di Mosca, che si trovava ad Amburgo per partecipare al congresso del Partito comunista della Germania ovest. Le prime notizie di quanto avvenuto nella centrale nucleare in Ucraina erano arrivate in Occidente nel tardo pomeriggio del 28 aprile e ne era stata data notizia nei tg della sera dopo che i contatori Geiger in Svezia e in Finlandia avevano iniziato a ticchettare con un’intensità mai vista. Ricostruendo la traiettoria delle particelle radioattive si arrivava alla centrale di Chernobyl. 

La nube passò rapidamente in Italia e in Europa, ma si scatenò uno psicodramma perché nel nostro Paese, e in altri, i governi dissero di non bere più latte e di non mangiare più verdure «a foglia larga» per il timore che le particelle radioattive si fossero (come in effetti avvenne) posate a terra. In alcune vallate a Nord delle Alpi ancora oggi si trovano funghi con radioattività anomala, ma ora entro il limite consentito, a decenni di distanza dalla nube che fuoriuscì la notte del 26 aprile 1986 (ora di Mosca, in Italia mancavano pochi minuti alla mezzanotte del 25 aprile) dal reattore 4 della Centrale Lenin.

Un anno dopo, l’8-9 novembre 1987, in Italia si tennero cinque referendum abrogativi: tre di questi riguardavano temi nucleari. Anche se non implicavano in modo chiaro e specifico la chiusura delle quattro centrali nucleari italiane (più il cantiere di una quinta in costruzione), il successo dei Sì tra il 72 e l’80% con un’affluenza del 65% convinse la politica che i cittadini non volevano più saperne di centrali atomiche sul nostro territorio.

Su «la Lettura» #750 in arrivo nel weekend, un focus di sei pagine con il reportage di Marta Serafini da Chernobyl; l’intervista di Vanni Santoni alla poetessa Natalia Litvinova, nata in Bielorussia nel 1986 e gli articoli di Giuseppe Sarcina sulle «battaglie dell’energia» e di Stefano Gattei sul nucleare.

L'ANTICIPAZIONE/ 1 Sono nata in un paese radioattivo Natalia Litvinova

Natalia Litvinova (1986) è nata a Gomel’ (Urss, ora Bielorussia) vive a Buenos Aires

Pubblichiamo in anteprima l'incipit di «Lucciola» (traduzione di Elisa Tramontin), romanzo di Natalia Litvinova in libreria dal 24 aprile per La Tartaruga (pp. 252, euro 20). Natalia Litvinova (Gomel’, Urss, ora Bielorussia, 1986), scrittrice ed editor, dal 1996 vive a Buenos Aires, in Argentina, dove è emigrata con la famiglia. Ha pubblicato diversi libri di poesia, tra cui «Todo ajeno» (2013) e «Soñka, manos de oro» (2022); le sue opere sono pubblicate in Germania, Francia, Spagna, Argentina, Cile, Brasile, Colombia e Stati Uniti. «Lucciola», Premio Lumen, è il suo primo romanzo. 

Non volevo nascere in autunno in un paese radioattivo. Ma il medico mi tirò fuori da uno squarcio fatto con il bisturi, e con i piedi toccai la tragedia, mentre con le mani tentavo di afferrarmi alle viscere di mia madre. 

Il taglio della mamma non si chiuse bene. Era troppo lungo e il suo organismo non aveva le vitamine sufficienti per guarire. E malgrado sia passato molto tempo, quando le racconto qualcosa di spiritoso e lei ride, si tiene la pancia come se fosse una granata sul punto di esplodere, e mi dice: «Basta, sennò mi scucio e mi escono le budella».

I miei primi anni di vita coincisero con la recessione economica e la fine dell’Unione Sovietica. Dai negozi sparirono il sapone, i reggiseni, la carta igienica, l’olio, i pannolini, il latte. Gli scaffali di liquori e conserve si riempirono di cavoli e i mercati si trasformarono in un orto razziato. La vita diventò una lunga fila d’attesa; a ogni famiglia venivano dati dei buoni per i prodotti che potevano acquistare ogni mese, i più preziosi erano quelli di alcol e sigarette. La vodka era un bene pregiato, e nella nostra famiglia non beveva nessuno. La mamma scambiava con i vicini i buoni degli alcolici con quelli dell’olio o del burro, e nel quartiere passò così dall’anonimato alla popolarità: la chiamavano «donna con figli che non beve», «quella che dà i buoni» e «la patrona degli ubriaconi». 

Mentre in tv mostravano un uomo che prendeva a martellate il Muro di Berlino, mia madre e le sue amiche tiravano fuori dai bauli le tende di seta, le lenzuola e le tovaglie ricamate che avevano ricevuto dalle loro madri affinché passassero di generazione in generazione. E con quella stoffa cucivano dei vestiti per noi, figli ancora senza memoria.
(2026 © La Tartaruga Baldini+Castoldi s.r.l. - Milano) 

Su «la Lettura» #750 in arrivo nel weekend, Vanni Santoni intervista Natalia Litvinova

L'ANTICIPAZIONE/ 2 Occhi come ciottoli sott'acqua HAN KANG

La scrittrice Han Kang, Nobel per la Letteratura 2024 (foto Gian Mattia D’Alberto/ LaPresse)

Pubblichiamo in anteprima l'incipit della fiaba di Han Kang «La scatola delle lacrime» (traduzione di Lia Iovenitti, illustrazioni di Bomroya) in uscita il 14 aprile per Adelphi (pp. 68, euro 12). 
Han Kang (Gwangju, Corea del Sud, 1970) ha ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 2024; in Italia i suoi libri sono editi da Adelphi. «La scatola delle lacrime» sarà presentato alla Bologna Children’s Book Fair martedì 14 aprile (Centro traduttori, padiglione 30, ore 14) da Milena Zemira Ciccimarra nell’incontro «Fiabe moderne senza tempo», insieme con i libri «Gianningegno» di Noémi László (Anfora; con Claudia Tatasciore e Monika Szilagyi) e «Una barca nel cielo» di Quentin Blake (Camelozampa; con Luigi Berio).

Tanto tempo fa, ma non poi così tanto, in un villaggio viveva una bambina. Un nome ce l’aveva, ma tutti la chiamavano «Lacrimona». Perché la chiamavano così? Be’, per rispondervi, devo prima raccontarvi la sua storia.
Appena nata, non aveva proprio niente di speciale. Piangeva a squarciagola dimenando il corpicino indifeso. E anche col passare dei giorni e dei mesi rimase una neonata come tutte le altre. Piangeva quando aveva fame, quando sentiva caldo o freddo, o le faceva male da qualche parte.

Ma via via che cresceva, a quattro, cinque, sei anni, la gente cominciò a notare qualcosa di diverso in lei. Certo, scoppiava a piangere per le stesse ragioni degli altri bambini: se le portavano via un giocattolo, se correndo cadeva e si sbucciava un ginocchio, o quando sua madre la sgridava. La cosa strana, però, era che piangeva anche per motivi che nessuno riusciva a prevedere o a spiegarsi.

Piangeva alla vista delle foglioline verdi appena spuntate che brillavano al sole nei primi giorni di primavera. Una volta aveva pianto tutto il pomeriggio per una libellula impigliata in una ragnatela e la sera, all’ora di addormentarsi, udendo il suono melodioso di un flauto che proveniva dall’altro versante della collina, aveva pianto in silenzio fino a inzuppare il cuscino. Piangeva fissando l’ombra lunga e sottile che si disegnava sul muro quando la madre, esausta a fine giornata, sedeva a riposare sulla sedia a dondolo. E piangeva tutte le volte che scorgeva i sei cuccioli della loro cagnetta, nati dopo un travaglio di dieci ore.

I suoi occhi nero pece erano perennemente bagnati, come due ciottoli sott’acqua. Le bastava sentire sulla fronte il soffio umido del vento poco prima della pioggia, o la carezza d’una vecchietta del vicinato che le sfiorava la guancia con la mano rugosa, per mettersi a piangere come una fontana.
Sua madre era preoccupata per lei. Il padre invece si arrabbiava ogni volta che la vedeva in lacrime. E poiché spesso veniva esclusa dagli altri bambini, passava lunghe ore a giocare da sola.

«Mi chiamano sempre Lacrimona e Fontanella! Lacrimonaaa! Fontanellaaa!».
Piangeva quando la prendevano in giro, e piangeva in silenzio guardandoli giocare, seduta in disparte sui gradini.
(2026 © Adelphi). 

Su «la Lettura» #750 in arrivo nel weekend, l'articolo di Marco Del Corona sulla fiaba di Han Kang «La scatola delle lacrime» (Adelphi)

I CONSIGLI A Torino, l'estate del 1969. E a Modena suonano i giovani talenti REDAZIONE «LA LETTURA»

Una fotografia di Giorgio Griffa al lavoro, dalla mostra Summer 69 (courtesy of Paolo Mussat Sartor)

  • Arte
    In occasione del novantesimo compleanno di Giorgio Griffa (Torino, 29 marzo 1936) la Fondazione Giorgio Griffa a Torino presenta Summer 69, una mostra che torna a un momento fondante della sua vicenda umana e artistica: l’estate del 1969. È allora che a Torino, negli spazi della Galleria Sperone non ancora aperta al pubblico, si incontrarono Giorgio Griffa, Paolo Mussat Sartor e Gian Enzo Sperone. In quel contesto informale Paolo Mussat Sartor realizza una serie di fotografie che ritraggono Griffa mentre lavora alle sue tele o le dispone negli spazi della Galleria. Non si tratta di semplici documentazioni: gli scatti restituiscono l’intimità di una stagione irripetibile, catturando la concentrazione e insieme la leggerezza del gesto, nel clima di una Torino attraversata da grandi fermenti. 

  • Narrativa 
    C’è un modo di parlare di calcio che non ha nulla a che fare con le cronache sportive, le statistiche o le polemiche del giorno dopo. È il modo del grande uruguaiano Eduardo Galeano (1940-2015) , che nel suo libro Splendori e miserie del gioco del calcio trasforma il pallone in una lente attraverso cui osservare il mondo. Ora il volume torna in libreria da Sur (traduzione di Fabrizio Gabrielli, pagine 420, euro 20) con due testi nuovi di Federico Buffa e Darwin Pastorin. Non una storia sistematica del calcio, ma un mosaico di frammenti: racconti brevi, ritratti, memorie, invettive di un grande mendicante del bel calcio: «Giro il mondo, cappello alla mano, e supplico per gli stadi: “Una bella azioncina per l’amor di Dio”».

  • Narrativa per ragazzi
    A volte siamo allegri, altre impazienti, altre ancora confusi o inquieti. Insomma abbiamo molte facce eppure siamo sempre noi, perché? Perché cambiamo in continuazione. Rupert Spira è un filosofo che queste cose le osserva: per spiegare con parole semplici come fin da bambini possiamo imparare ad accettare le molte facce che abbiamo dentro di noi ha scritto un libro che è anche una guida: Sono sempre io (Uberliber, pp. 48, euro 20, dai 5 anni) tradotto dalla poetessa Chandra Candiani e con le suggestive illustrazioni di Zuzanna Celej: in ogni pagina la bambina protagonista mostra una faccia di sé, parte da una situazione, da uno stato d'animo («Non sempre ho fame», «Non sempre sono gentile») oppure osserva un cambiamento («Una volta avevo due anni»).

  • Cinema 
    Sarà Elon Musk Unveiled. The Tesla Experiment del regista altoatesino Andreas Pichler ad aprire, questa sera, il 39° Bolzano Film Festival Bozen. Il film in anteprima italiana parte da un incidente mortale avvenuto in Florida con una Tesla in autopilot — e dal parziale riconoscimento della responsabilità aziendale — per costruire con materiali interni, filmati di dashcam e testimonianze di ex dipendenti, un'indagine su Elon Musk. A chiudere il festival, che ruota attorno al Concorso Bffb con 12 produzioni e coproduzioni dell’arco alpino, domenica 19 sarà Becaària di Erik Bernasconi, coming-of-age tratto dal romanzo di Giorgio Genetelli (Gabriele Cappelli Editore), che segue un sedicenne spedito in montagna dal padre e alle prese con lavoro, prime esperienze affettive e la fatica di diventare adulto. Premi alla carriera all’attrice Ottavia Piccolo e alla regista Ulrike Ottinger.

  • Musica  

Domani alle ore 17.30 presso il Teatro Fondazione Collegio San Carlo di Modena chiuderà il trittico di primavera della Gioventù Musicale Modena, dedicato ai vincitori dei grandi concorsi internazionali. Si ascolterà il Quintetto fiati Alinde di Praga, premio Ard Competition, Monaco 2024: Anna Talácková (flauto), Barbora Trnčíková (oboe), David Šimeček (clarinetto), Kryštof Koska (corno francese), Petr Sedlák (fagotto). Il loro concerto sarà incentrato su preziose gemme del repertorio ceco a cavallo tra Otto e Novecento, con pagine di Josef Suk (1874–1935) Antonin Dvořák (1841–1904), Pavel Haas. 

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