Guerre che avvantaggiano la Cina
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Guerre che avvantaggiano la Cina

Giovedì 9 aprile 2026
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L’impegno in Iran indebolisce militarmente Trump e suggerisce a Pechino che su Taiwan è meglio aspettare

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Guerre che avvantaggiano la Cina

Ian Bremmer | 9 aprile 2026

L’impegno in Iran indebolisce militarmente Trump e suggerisce a Pechino che su Taiwan è meglio aspettare

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Fino a poco tempo fa, era opinione diffusa che una guerra destabilizzante nel cuore petrolifero del Medio Oriente avrebbe avuto pesanti ripercussioni per la Cina, principale importatore di petrolio, e soprattutto per la sua economia, ormai in fase di rallentamento. Ma tali supposizioni sono state smentite dai fatti. Finora la Cina dimostra di saper resistere alla guerra israelo-americana contro l’Iran molto meglio dei Paesi vicini, avanzando con cautela e pronta a cogliere le buone occasioni che potrebbero profilarsi all’orizzonte.

È sotto gli occhi di tutti come Vladimir Putin e Donald Trump abbiano scatenato guerre contro oppositori nettamente inferiori per poi incassare dolorose sorprese, e di conseguenza il leader cinese ha evitato in tutti i modi di esporsi a rischi inutili, preferendo indirizzare il suo Paese verso stabilità e rafforzamento sul lungo periodo. Negli ultimi anni, si è fatta notare la cautela di Xi Jinping nelle sue reazioni sia alla pandemia da Covid sia alle debolezze economiche strutturali della Cina. Si è vista inoltre la sua riluttanza ad appoggiare direttamente la Russia nella guerra in Ucraina, e persino nel riconoscere le rivendicazioni territoriali di Putin. Oggi Xi si rifiuta di criticare la campagna di bombardamenti di Trump in Iran, mantenendo sempre valido l’invito rivolto al presidente americano di recarsi a Pechino.
Non sembra neppure che la Cina sia stata penalizzata da quest’ultima guerra, né dai massicci bombardamenti attorno allo Stretto di Hormuz, come sarebbe stato il caso appena pochi anni fa. La Cina, infatti, vanta cospicue riserve di petrolio e ottime capacità di raffinazione, che limitano il rischio di carenze nel breve periodo. Può inoltre contare sulle importazioni tramite gasdotti e sulla produzione interna, che riducono la sua domanda di gas naturale liquefatto. Se il conflitto dovesse protrarsi, Pechino potrà rivolgersi ai suoi alleati, la Russia in particolare, nonché attingere ai suoi vasti giacimenti di carbone e alle sue fonti rinnovabili.
La guerra potrebbe persino avvantaggiare la Cina, dal momento in cui le sue filiere di rifornimento le consentono di contenere maggiormente i costi di produzione, rispetto ad altri esportatori suoi concorrenti. Senza contare che le continue interruzioni ai rifornimenti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz rafforzeranno la richiesta delle sue tecnologie green, accelerando gli investimenti a lungo termine sull’elettrico e sulla diversificazione, a scapito dei combustibili fossili.

Sotto il profilo strategico, la Cina saprà sfruttare una guerra destinata a indebolire la potenza militare americana. Già le scorte americane di missili da crociera e intercettori a lungo raggio sono agli sgoccioli, e ci vorranno anni per ripristinarle, creando penurie che vanno ad aggravare la considerevole dipendenza di Washington dalle esportazioni cinesi di minerali indispensabili alla produzione di nuove armi e munizioni. Nell’intento di aggirare le restrizioni imposte da Pechino, Washington potrebbe reperire fonti alternative di approvvigionamento nell’arco di tre-cinque anni, anche se realisticamente occorrerà forse un decennio. Nel frattempo, questo inconveniente indebolirà le trattative di Trump nei rapporti con la controparte cinese. Pechino beneficia inoltre dal danno di immagine e reputazione degli Stati Uniti, che non appaiono più come un partner internazionale affidabile.

La Cina, comunque, preferisce evitare di esporsi a rischi. Nemmeno una superpotenza impegnata altrove e a corto di materiale bellico riuscirà a convincere Xi Jinping che sarebbe una buona idea invadere Taiwan nei prossimi mesi. La guerra in Iran offre ai vertici militari cinesi l’occasione di studiare i nuovi armamenti americani e il loro impiego tattico, e di capire in che modo utilizzano l’IA per fare la guerra. Xi Jinping è perfettamente consapevole che le forze cinesi non si sono misurate con una vera guerra sin dal tempo dello scontro sul confine con il Vietman, 47 anni fa, che durò poco meno di un mese. E la Cina non ha mai combattuto una guerra navale nella sua storia.

Il 3 aprile, Xi Jinping ha dimissionato un altro ministro del suo governo, un membro anziano del Politburo incaricato di spesa e approvvigionamento della difesa. È l’ennesimo segnale che Xi non crede che l’Esercito popolare di liberazione sia in grado di affrontare un’impresa militare ambiziosa, rischiando seriamente di andare incontro a spiacevoli sorprese. Né la Cina avverte la necessità di lasciarsi coinvolgere in una guerra in Medio Oriente. I suoi leader sembrano fiduciosi che la resistenza dell’Iran aggraverà il costo del conflitto per una superpotenza sempre più impopolare, e che Trump non la spunterà mai nel far cadere il regime di Teheran. Xi inoltre sa che tutti i Paesi del Medio Oriente contano sui buoni rapporti con Pechino per la ricostruzione e la futura stabilità della regione. In particolare se, come sembra probabile, la Cina svolgerà un ruolo nella forza multinazionale di vigilanza che assicurerà l’apertura dello Stretto di Hormuz.

Gli scambi commerciali tra Cina e Medio Oriente, triplicati negli ultimi due decenni, sono destinati ad aumentare. L’intera regione è diventata un mercato sempre più rilevante per le esportazioni cinesi, tra le quali la tecnologia green, le infrastrutture in cloud, le piattaforme di IA, e i sistemi di città intelligenti. Nel suo approccio diplomatico, Pechino si manterrà non allineato e in attento equilibrio per preservare astutamente la sua immagine di neutralità, carta vincente in ambito commerciale.
Detto questo, se la guerra dovesse protrarsi più a lungo, al di là delle prossime settimane, la Cina potrebbe rivelarsi più vulnerabile. Sa benissimo che gli sconvolgimenti economici a medio termine, derivanti dai pesanti danni inflitti agli impianti energetici in Medio Oriente, e la minaccia alla sicurezza fisica delle infrastrutture tecnologiche cinesi sul posto, costituiscono un rischio notevole. L’economia cinese non trarrà alcun beneficio se i mercati asiatici ed europei verranno a loro volta penalizzati, perché ridurrebbero le loro importazioni di prodotti cinesi. In conclusione, la Cina può (finora) considerarsi tra i pochissimi vincitori di questa guerra. Ma anche a Pechino si diffonde l’auspicio che si metta fine alle ostilità al più presto possibile.

9 aprile 2026

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