Carte e cartuscelle
Corriere della Sera - Cultura

Carte e cartuscelle

Giovedì 9 aprile 2026
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Carte e cartuscelle

di Maria Angela Robustelli

Quello che c’è tra alcuni di noi e le nostre carte bancarie assomiglia sempre di più a un patto di sangue. Ma a debito.
Della serie, «Non mollarmi proprio adesso, resisti fino alla fine del mese e non te ne pentirai!».
Per noi, che non possediamo quei solidi legami a credito, con affidabili versioni gold, black, luxury o premium senza limiti di spesa prefissati (NPSL - No Preset Spending Limit) quello che fa la differenza è la nostra fervida immaginazione. Le nostre carte come noi, sono Nate Per Superare i Limiti.
Abbiamo quella sorta di ottimismo un pò liso, quei preziosi brandelli di convinzione che niente è impossibile, l’urlo di coraggio di William Wallace prima che lo tolgano di mezzo ma solo dopo che avrà ruggito la parola libertà .
Quella però che a mio avviso può definirsi un’arma segreta vincente per noialtri sognatori, contribuenti in affanno ma con le idee chiare, è quel pezzettino di carta appallottolato e apparentemente insignificante che, dimenticato in una tasca lavata e stirata, può spuntare fuori mentre sei fatalmente seduto al posto giusto, il tuo bar di quartiere a fare colazione, al momento giusto di disperazione, una mattina di ricognizione della tua vita professionale.
Il Caffè dell’Epoca a Piazza Bellini, noto a tutti in città come Peppe Spritz, è il ritrovo familiare e al tempo stesso istituzionale di più generazioni.
Nato intorno alla fine degli anni ottanta dal fiuto imprenditoriale di papà Amedeo, che sin da ragazzino pur appassionato di arte - aveva lavorato prima come barista e poi come pasticciere - coltivava il sogno di diventare un imprenditore di successo, riuscendo ad aprire il primo caffè che fosse anche un ritrovo per giovani artisti che potessero esporvi le loro opere e discutere del proprio lavoro.
Oggi quel luogo prende il nome dal figlio Giuseppe, che insieme al fratello Giuliano, gestisce con grande successo il bar ormai simbolo dell’aperitivo nel cuore pulsante della città.
Una volta salita tutta Via San Sebastiano, la strada dei musicisti, all’angolo a sinistra con Port’Alba e a destra col Conservatorio San Pietro a Majella, poco prima dell’Accademia di Belle Arti, non c’è vigilia di Natale, lunedì dell’angelo, compleanni, pit stop d’incoraggiamento pre-laurea o prima di andarsi a sposare vestiti di tutto punto, che non si siano consumati su quel marciapiede, oggi crocevia di artisti, studenti e abitanti del centro storico.
Per non parlare poi degli appuntamenti di lavoro, che a quei tavolini, si svestono di quella formalità un po’ ingessata e possono trasformarsi - talvolta come per magia alcolica - in un’occasione di incontro autentico e di scambio di buone idee.
Quella mattina ero uscita di casa prestissimo, avevo bisogno di un caffè e di farmi venire un’illuminazione che mi tirasse fuori da quel cul-de-sac . Erano mesi ormai che lavoravo a un’idea forte che avrebbe potuto avere un impatto straordinariamente positivo sul mio lavoro. Ne avevo curato ogni dettaglio, testato il gradimento su un segmento per niente irrilevante in termini di credibilità dei professionisti del settore a cui lo avevo sottoposto. Avevo fatto persino una lunga opera di convincimento su me stessa, cercando di vincere la mia insicurezza auto sabotante.
Il problema era che l’unica persona che avrebbe potuto decidere del mio destino era praticamente seduto alla destra del Padre di Confindustria. Era Dio. Troppo anche per me.
Tutto quello che avevo, a parte l’idea buona, era un vecchio post-it dove mi ero appuntata un importante indirizzo e-mail, ottenuto dopo talmente tanto estenuanti peripezie che manco mi sembrava vero, ma che avevo perso dopo averlo messo nella tasca di un cappotto che avevo poi portato in lavanderia.
Mi sentivo punita dal destino; come una che anche se all’ultimo posto della catena alimentare, che aveva avuto l’ardire di voler scrivere una mail a quello che la catena alimentare l’aveva inventata prima della creazione dei corpi celesti.
Peppe, che ormai riconosceva bene i miei stati d’animo a seconda che decidessi di sedermi nell’angolo più riparato del locale o dall’ordinazione scarna di dolcetto, si prese una pausa e venne a sedersi vicino a me.
Gli dissi quello che mi era successo con una sintesi tanto efficace quanto senza speranza data la sfiga e aggiunsi che in fondo, anche se ne avessi avuto la possibilità, probabilmente l’idea di scrivere direttamente a Gesù sarebbe stato troppo audace e che era andata come doveva andare.
A quel punto mi offrì un altro caffè e mi raccontò di quando una mattina di diciassette anni prima, determinato e col cuore che gli batteva forte, alzò il suo telefono di casa e chiamò direttamente la Campari, super brand quotato in borsa, riuscendo ad ottenere una collaborazione diretta per il suo locale, unica in Campania, esponendo il progetto nel quale credeva, che era quello di rendere lo spritz napoletano a prezzi contenuti più famoso, in un momento di aggregazione e condivisione di nuovi scenari culturali, un rimedio contro la solitudine e la perdita di prospettive.
«Se non sai chi sei, Maria’, nun va bbuon. Se non lo sai tu come pensi che lo capiscano gli altri?!».
Così dicendo mi porta al tavolo il suo cornetto crema e amarena, quello che risveglia i morti e aggiunge, «’A furtuna c’‘a facimm’ nuje! Che poi siamo napoletani e i napoletani sann’ semp’ parla’».
Quella semplicità disarmante e sicurezza genuina mi fecero venire fame. Mangiai il cornetto, bevvi il caffè e uscì fuori per fumare una sigaretta.
Misi la mano nella tasca dei jeans per cercare l’accendino e a un tratto sentii una specie di cosa molto piccola e accartocciata.
Lo avevo ritrovato. L’e-mail era ancora leggibile.
Era un segno.

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