Lino Guanciale torna in Puglia per lo spettacolo Flusso, «Fotografare il tempo che corre, così mi oriento nella realtà di oggi»
Corriere della Sera - Cultura

Lino Guanciale torna in Puglia per lo spettacolo Flusso, «Fotografare il tempo che corre, così mi oriento nella realtà di oggi»

Giovedì 9 aprile 2026
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Lino Guanciale riflette sulla velocità del mondo nello spettacolo di cui è regista e attore

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Lino Guanciale torna in Puglia per lo spettacolo Flusso, «Fotografare il tempo che corre, così mi oriento nella realtà di oggi»

di Francesco Mazzotta

Lino Guanciale riflette sulla velocità del mondo nello spettacolo di cui è regista e attore

Per Lino Guanciale è stato un inizio d’anno strepitoso, non solo in tv. Dopo i recenti exploit su Rai1 con le serie «Le libere donne» in cui interpreta Mario Tobino («se non avessi fatto l’attore, avrei voluto diventare anch’io uno psichiatra come lui», racconta) e «L’invisibile» sulla cattura del boss Matteo Messina Denaro, il «re delle fiction italiane» (tra i suoi successi, «Il commissario Ricciardi» girato a Taranto) è anche tra gli interpreti di «Scuola di seduzione» di Verdone su Paramount+. 
E nelle sale tornerà a maggio in «Innamorarsi e altre pessime idee» di Simone Aleandri. Intanto a teatro è reduce dalle recite al Piccolo con «Miracolo a Milano», adattamento del film capolavoro di Zavattini-De Sica (lo spettacolo è adesso disponibile su Raiplay).
Non è finita. Perché questo weekend gli impegni di Guanciale si tingono di Puglia, dove peraltro è ormai di casa avendo sposato Antonella Liuzzi, figlia dell’ex senatore di Noci, Pietro Liuzzi. Sabato e domenica (e poi dal 14 al 18 aprile), il popolare attore terrà a battesimo al Kismet di Bari lo spettacolo «Flusso» del quale è non solo regista, ma anche interprete con Gianmarco Saurino, foggiano come Christian Di Furia, autore di un testo poetico e vertiginoso. La coproduzione dei Teatri di Bari, con Wrong Child Production e Riccione Teatro (dove il testo ha ricevuto la menzione speciale «Franco Quadri»), chiude il cerchio pugliese dello spettacolo, un viaggio lirico sul senso dell’identità e del tempo affidato ad un unico personaggio con due vite: quella del bambino che è stato e che è ancora. Da qui, la struttura di un monologo per due attori.

Guanciale come ha costruito questa doppia presenza?
«Sulla base delle soluzioni infinite previste dal testo, un magma intelligente. L’autore suggerisce che gli attori possano essere uno o due, ma senza prevedere la distribuzione. Pertanto, c’è stato un mio lavoro di seconda drammaturgia».

C’è anche una riflessione sulla velocità dalla quale la nostra epoca è dominata?

«La sfida è proprio cercare di fotografare l’istante, non solo dentro di noi, ma anche rispetto alla difficoltà di orientarsi nella realtà».

Siamo ancora capaci di guardare agli ultimi con la stessa umanità di De Sica e Zavattini con la quale si è confrontato per «Miracolo a Milano»?
«Nel dopoguerra gli ultimi non erano considerati scarti come lo sono oggi, forse perché la miseria era sotto gli occhi di tutti. Adesso ci illudiamo in maniera più infida che la povertà non esista. Invece alligna e cresce. E quest’illusione produce un immiserimento morale più terribile».

Da attivista dell’Agenzia Onu per i rifugiati è stato in Libano, un Paese di nuovo sotto attacco in un Medio Oriente ancora sotto le bombe. Cosa prova?
«Rabbia e impotenza. Difficile comprendere dove l’asse Netanyahu-Trump ci porterà. Penso sia il momento di schierarsi per una vera pace. La situazione è ormai intollerabile».

Il teatro ha ancora la forza di incidere nel dibattito sociale su questi temi?
«A patto che lo faccia con sincerità e intelligenza, senza dare specchi facili all’attualità, ma costruendo immagini riflesse della contemporaneità, alla maniera di Brecht».

A Taranto ha girato «Il commissario Ricciardi»: che impressione le ha lasciato la città?

«Mi ha stregato. E ci tornerò anche per girare “Il commissario Ricciardi 4”, non sappiamo ancora se quest’anno o nel 2027. Baciata da una collocazione geografica meravigliosa, ricca di storia, Taranto deve sgravarsi dei suoi fardelli, trovare un’alternativa alla grande industria. E penso possa farcela: vedo una grande vitalità culturale. Ma c’è bisogno del sostegno di tutti».

La sfiorerà domenica, quando andrà a Castellaneta per ritirare il premio Rodolfo Valentino all’Aracnea Festival.
«Proprio una di quelle energie territoriali cui dare spazio. E poi mi fa piacere ricevere un premio intitolato a un simbolo di Hollywood ma con il Dna migratorio della nostra gente, che dovremmo sempre tenere presente».

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9 aprile 2026

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