Il difficile post-Iran degli Usa
Trump affronta l'incognita Hormuz, i rapporti incrinati con il Golfo e il calo di consensi interno
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Il difficile post-Iran degli Usa
Giuseppe Sarcina | 8 aprile 2026Trump affronta l'incognita Hormuz, i rapporti incrinati con il Golfo e il calo di consensi interno
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La prima, vera guerra di Donald Trump è durata 38 giorni tumultuosi, in bilico tra farsa e tragedia, tra conigli pasquali e minacce di riportare l’Iran all’età della pietra. Ora il presidente americano canta vittoria e questa non è una novità. Lo ha fatto sistematicamente da quando è tornato alla Casa Bianca. Vittoria con i dazi, vittoria con la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, vittoria con il «Board of peace» per l’ipotetica ricostruzione di Gaza.
Quando, invece, le cose non sono andate secondo le attese, ha scaricato la responsabilità sugli altri, con particolare accanimento verso Volodymyr Zelensky. Ma, oggi, come esce da questa prova? A fine febbraio, Trump si era fatto convincere dal premier israeliano Benjamin Netanyahu che gli aveva prospettato una facile impresa. Ora si ritrova a gestire uno scenario pieno di incognite e con i problemi moltiplicati.
Prima della guerra, l’Iran non aveva mai messo in pericolo la navigazione nelle acque internazionali dello Stretto di Hormuz. Adesso Trump dovrà spiegare perché si prepara a negoziare un’intesa che consentirebbe ai pasdaran di riscuotere un balzello su ogni cargo in transito. Si parla di due milioni per nave: uno sproposito. «Io sono prima di tutto un businessman», ama ripetere Trump. Ma la trasformazione di Hormuz in un’insperata sinecura per Teheran è un’operazione sconcertante anche sul piano del business, tralasciando l’ennesima, clamorosa violazione delle norme internazionali, dettagli superflui per il leader americano. E senza contare, naturalmente, le pesanti ripercussioni sul mercato globale dell’energia e delle materie prime.
Ancora: gli attacchi militari non hanno dato i risultati previsti. Trump si era illuso di poter dichiarare nel giro di qualche settimana al massimo, «mission accomplished», missione compiuta. Il regime degli ayatollah, però, si è dimostrato un avversario temibile e pronto a tutto, pur di sopravvivere. A quanto pare, nessuno alla Casa Bianca aveva previsto una possibile rappresaglia iraniana contro le città delle monarchie del Golfo e non solo contro le basi americane nella regione. I Pasdaran, giusto per fare un esempio, hanno lanciato 537 missili balistici, 26 missili da crociera e 2.256 droni contro gli Emirati Arabi, il Paese più colpito di tutti, anche di Israele. L’immagine marziale e lungimirante di Commander in Chief, di capo delle forze armate, cui Trump tiene moltissimo, ne è uscita come minimo ammaccata.
Il rapporto con gli emiri e gli sceicchi, così solido e promettente prima del conflitto, si è incrinato. Vedremo quanto profonda si rivelerà la frattura con gli Emirati Arabi e, in parte, con l’Arabia Saudita. Mentre le bombe esplodevano a Dubai e ad Abu Dhabi, Trump si presentava davanti alle telecamere, assicurando che quei Paesi erano efficacemente protetti dalle armi statunitensi. Non è andata esattamente così e le monarchie ne hanno preso nota.
Su altri fronti non abbiamo variazioni sostanziali da registrare. Solo conferme. Ancora una volta Trump ha trattato con sentimenti variabili tra l’indifferenza e il disprezzo gli alleati europei. Prima dell’attacco non ha neanche informato i partner del Vecchio Continente. E nei giorni della guerra ha manifestato addirittura «disgusto» per la Nato, accusata di non essere intervenuta nella guerra a fianco degli Usa.
Ieri il Segretario dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, è stato ricevuto alla Casa Bianca. Ma il Trump post-Iran resta una mina vagante per la tenuta reale della Nato. Si annuncia un vertice rovente dell’Alleanza il 7 e 8 luglio ad Ankara, in Turchia.
Infine il versante interno. Il presidente ha iniziato la guerra con un tasso di approvazione in calo e il trend al ribasso è proseguito anche durante i bombardamenti. I sondaggi sono numerosi. Facciamo, allora, riferimento alla media elaborata dal sito specializzato «RealClearPolitics»: la percentuale degli scontenti era pari al 54,9% a fine febbraio, è salita al 55,4% il 7 aprile, l’ultimo giorno dell’ultimatum all’Iran. L’emorragia del consenso, dunque, sembra proseguire. Trump proverà a risalire la china, proponendo il racconto di un intervento militare coronato da successo. Qualche pezzo del suo entourage ha vacillato, come il vice presidente J.D.Vance, ma il blocco non si è sfaldato. Anche la maggioranza repubblicana al Congresso per ora regge, in attesa delle elezioni a novembre. Le critiche dei battitori liberi del movimento «Maga», dal giornalista Tucker Carlson all’ex deputata Marjorie Taylor Green non paiono in grado di incidere sull’establishment repubblicano. E poi, non è certo finita qui. Lo stesso Trump ha già detto di avere in mente nuove, spericolate avventure: Cuba, la Groenlandia...
8 aprile 2026
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