Se la ragione non riesce a far cambiare rotta
Occorre informarsi meglio, scegliere cosa guardare, discutere, esporsi, rifiutare la passività e tornare a essere indignati, persino scomodi per uscire dalla nostra distopia silenziosa
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Se la ragione non riesce a far cambiare rotta
Cristina Dell Acqua | 8 aprile 2026Occorre informarsi meglio, scegliere cosa guardare, discutere, esporsi, rifiutare la passività e tornare a essere indignati, persino scomodi per uscire dalla nostra distopia silenziosa
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Uno scarabeo vola alto nel cielo, a cavalcarlo è Trigeo, un vignaiolo in volo per chiedere a Zeus di far cessare la guerra tra Sparta e Atene. Ma quando arriva nell’Olimpo l’uomo trova solo Ermes: gli dei, disgustati dalle atrocità della guerra, si sono ritirati. Ora spadroneggia Polemos, la guerra. Quanto a Eirene, dea della pace, è prigioniera in una caverna. E lui la libererà, insieme a Opora, l’abbondanza dei frutti, e a Teoria, la gioia della festa. La vita che torna. Quando la Pace (commedia di Aristofane) va in scena è il 421 a.C. in un’Atene che sarà impegnata per quasi trent’anni (431-404 a.C.) nella Guerra del Peloponneso e che in quell’anno vive una tregua tra Atene e Sparta.
Quello di Trigeo, a teatro, è un viaggio verso l’utopia, il non-luogo, l’unica strada percorribile quando il luogo della ragione umana non sa imprimere un’inversione di rotta. Un’utopia che oggi ha spesso il volto di una distopia, luogo negativo, che ci raggiunge senza il volo di uno scarabeo ma scivolando attraverso schermi: città sventrate, corpi coperti di polvere. Immagini di guerra che costruiscono un Olimpo rovesciato, dove gli uomini continuano a salire, non verso il cielo, ma dentro un flusso incessante di immagini. Anche noi, come Trigeo, assistiamo all’assenza della Pace imprigionata. Quando ci metteremo in viaggio con Trigeo? È qui che Aristofane compie un gesto rivoluzionario: ci sorprende. Il suo scarabeo non è solo una trovata comica, è uno shock cognitivo che riattiva lo sguardo. Oggi scorriamo ma non vediamo. E l’abitudine, scrive Oriana Fallaci, è un veleno.
Informati, connessi ma immobili. Trigeo agisce perché non sopporta più lo spettacolo della guerra; noi lo consumiamo. E così la distopia non è tanto ciò che accade, quanto la nostra indifferenza di fronte a ciò che accade. Se l’anestesia è il nostro male, l’antidoto non è una nuova dose di immagini: occorre tornare a sentire. Come? Iniziamo con la sottrazione. Per noi e per i nostri figli, creiamo spazi di silenzio. Solo ciò che ci resta addosso può trasformarsi in pensiero; poi in parole che feriscano ancora quanto le immagini. Poi in azione: informarsi meglio, scegliere cosa guardare, discutere, esporsi, rifiutare la passività e tornare a essere indignati, persino scomodi per uscire dalla nostra distopia silenziosa. Un’indifferenza che Aristofane, con uno scarabeo e una risata, non ci avrebbe mai permesso.
8 aprile 2026
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