Violenza, memoria e arte, a Trento la mostra «Buried Love» di Shannon Santorum: «Le cicatrici di mia nonna le portiamo tutte»
L'esposizione a Palazzo Trentini. Il progetto della fotografa racconta il silenzio di una famiglia trentina e gli abusi subiti nell’infanzia dalla nonna
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Violenza, memoria e arte, a Trento la mostra «Buried Love» di Shannon Santorum: «Le cicatrici di mia nonna le portiamo tutte»
di Francesca VisentinL'esposizione a Palazzo Trentini. Il progetto della fotografa racconta il silenzio di una famiglia trentina e gli abusi subiti nell’infanzia dalla nonna
Le cinture, uno dei simboli della violenza quotidiana subita dalla protagonista nell’infanzia; a destra, l’artista trentina Sabrina Shannon Santorum che ha curato il progetto
«Stai zitta. Zitta. Zitta sempre». «Tagliati quei capelli. Sembri una zingara». «Non curarti i denti, penseranno che cerchi un altro». Parole della violenza, ieri come oggi. Settanta’anni fa Graziella, in un piccolo paese della Valsugana tra botte e violenza quotidiana del padre, sentiva urlare queste frasi alla madre, parole di possesso, isolamento, violenza psicologica tra un abuso fisico e l’altro. Oggi le stesse frasi sono spesso al centro di tante relazioni tossichee abusanti. Sabrina Shannon Santorum le ha raccolte nel Manifesto dell’infelicità, all’interno della mostra Buried Love (Amore sepolto). Quando il trauma diventa eredità, che apre a Trento a Palazzo Trentini (inaugurazione venerdì ore 11).
Una storia rimasta muta per sessant’anni
Il progetto della fotografa trentina Sabrina Shannon Santorum racconta il silenzio di una famiglia trentina, la violenza subita per tutta l’infanzia da Graziella, la nonna dell’autrice. Vicende che diventano esperienza universale di cura e resistenza, per dare voce a una storia rimasta muta per sessant’anni. Un’indagine che partendo dalle ferite di Graziella, esplora il concetto di trauma intergenerazionale e la possibilità di spezzare le catene attraverso l’arte e la condivisione. Al centro del racconto attraverso foto, installazioni audiovisive, documenti, fotografia evocativa e arte partecipativa, c’è la nonna di Sabrina Shannon Santorum, Graziella, nata nel 1956 in un piccolo paese della bassa Valsugana, cresciuta all’ombra di un padre violento e di una madre incapace di difenderla.
Gli archivi familiari
Attraverso il recupero di archivi familiari danneggiati, fotografie bruciate e memorie frammentate, l’artista ha ricostruito la vicenda, segnata da violenza domestica, vergogna e silenzi. E il paesaggio alpino nel racconto diventa metafora emotiva, una montagna che è allo stesso tempo luogo di isolamento e possibile rifugio. «Questa è la storia della mia famiglia e ho scelto di raccontarla perché possa appartenere a tutte e tutti - dice Sabrina Shannon Santorum - . L’obiettivo è spezzare la catena della reiterazione del trauma. Le cicatrici di mia nonna le portiamo tutte».
Un atto collettivo
Per tutta la vita nonna Graziella non ha raccontato nulla della sua infanzia di abusi, nemmeno al marito e ai figli. A 15 anni era riuscita a fuggire da quell’inferno, dal padre violento e da una madre assente, rifugiandosi in Germania, dove ha costruito da sola la sua vita. A 18 anni è tornata in Trentino, a Riva del Garda. Solo tre anni fa la nipote Sabrina Shannon Santorum ha cercato di parlare con lei della sua vita, per capire l’origine del carattere molto chiuso. Da lì è emerso tutto. «La mostra è un atto collettivo di disvelamento e cura reciproca - fa notare l’artista - . Le installazioni audiovisive indagano il ruolo della donna in una piccola comunità di montagna e le dinamiche nel contesto famigliare. Cuore dell’esposizione è il tunnel, un passaggio sensoriale dove le narrazioni mie e della nonna si intrecciano, portando alla luce episodi di violenza. Al termine, uno spazio protetto e anonimo consente di lasciare la propria testimonianza».
Anche al Trento Film Festival
La vicenda storica è ricostruita attraverso le fotografie e panel informativi che approfondiscono il tema dei traumi intergenerazionali dal punto di vista psicologico, per poi dare spazio al «Manifesto dell’infelicità»: frasi in doppia lingua (dialetto trentino e italiano) che testimoniano il contesto di violenza sociale e culturale e installazioni audiovisive. E visite guidate con Sabrina Santorum per approfondire il progetto, poi «Ascolta Franca», iniziative di «decompressione» curate dall’associazione Zona Franca per accogliere in un contesto di ascolto protetto le emozioni che nascono nel percorso espositivo. La mostra Buried Love sarà anche al Trento Film Festival, dal 24 aprile entra nella programmazione del Trento Film Festival e per l’occasione è prevista una seconda inaugurazione, il 26 aprile alle ore 15. In luglio poi la mostra si sposta a Borgo Valsugana e diventerà quindi itinerante in tutta Italia.
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8 aprile 2026
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