Aldo Giuffré, il signore della scena e dello schermo: esordì all'Eiar e annunciò la fine della seconda guerra mondiale
Corriere della Sera - Cultura

Aldo Giuffré, il signore della scena e dello schermo: esordì all'Eiar e annunciò la fine della seconda guerra mondiale

Mercoledì 8 aprile 2026
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Una biografia sul grande attore di teatro e cinema che recitò con Eduardo Il Comune di Napoli scopre una targa in via del Sole dove nacque nel 1924

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Aldo Giuffré, il signore della scena e dello schermo: esordì all'Eiar e annunciò la fine della seconda guerra mondiale

di Natascia Festa

Una biografia sul grande attore di teatro e cinema che recitò con Eduardo Il Comune di Napoli scopre una targa in via del Sole dove nacque nel 1924

Aldo Giuffré (1924-2010)

Napoli, via del Sole numero 6. Vincenzo Giuffré, terzo contrabasso del San Carlo, agli inizi degli anni Venti aveva preso in affitto una casa all’ultimo piano. Qui, nel 1924 nacque il suo primogenito Aldo. 
«E qui - racconta Elena Pranzo Zaccaria, vedova del grande attore - grazie all’impegno del Comune di Napoli, in particolare della vicesindaca Laura Lieto e degli architetti Claudia Rusciano e Luciano Fazi, dopodomani alle 12 sarà apposta una targa in sua memoria». 

La musica era un’arte di famiglia: «Il nonno paterno di Aldo, Rocco Giuffré, era il direttore del Conservatorio di Reggio Calabria. Il devastante terremoto del 1908 fu uno spartiacque tragico: sua moglie dopo aver scavato con le mani tra le macerie nel tentativo di salvare uno dei suoi tre figli, dovette arrendersi. Il piccolo morì e lei si trasferì con gli altri due a Napoli perché avrebbe potuto iscriverli al San Pietro a Majella. E così fece. Vincenzo conobbe poi l’aristocratica napoletana Maria Olivieri de Peppo, la sposò e si trasferirono in via del Sole appunto. Ma, raccontava Aldo, «sembravano Totò cerca casa, cambiavano abitazioni molto di frequente per cui non so dove nacquero i tre fratelli: Carlo nel ‘28, Lidia nel ‘27 e Dora nel ‘31». 

Il primogenito ebbe il privilegio di seguire il padre al San Carlo tra i 9 e i 10 anni: assisteva ammutolito alle prove e soprattutto fu ammaliato definitivamente dal teatro. «Papà era un calabrese di discendenza normanna - scrisse Aldo nelle poche pagine di un’autobiografia incompiuta - coi capelli chiari, gli occhi verde-azzurro, alto e magro e dalla simpatia contagiosa. Ed era anche un grande tombeur de femmes». 
Vincenzo morì poco dopo a 47 anni quando Aldo ne aveva solo 12 e dovette fare in fretta a diventare adulto. 
La storia è ora raccontata con tutto quello che verrà dopo dalla biografia Aldo Giuffré - Una vita per lo spettacolo di Domenico Livigni e Roberta Verde (Persiani Editore) che hanno analizzato il fondo Aldo Giuffré, donato dalla stessa Elena e dall’unica figlia dell’attore, Jessica, alla Biblioteca Nazionale di Napoli. 

Il libro ricostruisce con puntualità la «spettacolare» carriera dell’artista ed è arricchito oltre che dalle testimonianze della figlia e della terza moglie, da due saggi di Francesco Cotticelli e Ennio Bìspuri, una preziosa collezione fotografica e l’elenco integrale di tutti i lavori di Aldo Giuffré. 
Il volume sarà presentato domani, alle 16, alla Biblioteca Nazionale con la direttrice Silvia Scipioni, Giulio Baffi e Valerio Caprara, moderati da Vito Cesaro, direttore del Teatro Aldo Giuffré di Battipaglia. 

Tutto inizia con uno di quegli annunci che ti cambiano la vita: «Radio Napoli effettuerà domani provini per l’assunzione di annunciatori. Gli interessati sono invitati a presentarsi domani venerdì dalle 15 alle 16 al Palazzo Singer, Corso Umberto I - 167, quarto piano. Requisiti essenziali sono: perfetta pronunzia, puro accento italiano, dizione fluente. Chi non possegga questi requisiti è pregato di astenersi dalla prova». 
E al Palazzo Singer Aldo Giuffré si presentò cucendo il primo punto della sua carriera, l’esordio che lo portò ad essere la voce che annunciò dall’Eiar da via Asiago la fine della seconda guerra mondiale. 

Il debutto in teatro comincia con la Compagnia di Vincenzo Scarpetta, Luisella Viviani e Gennaro Di Napoli. Così lo ricordò Aldo: «Strabiliavo vedendo quei vecchi attori, grassi e panciuti, ma giovani di mente, che si odiavano ferocemente, perennemente l’uno contro l’altro. Non si parlavano mai direttamente ma sempre attraverso il suggeritore: “dite a o cavaliere Di Napule ca quanno fa quel soggetto add’aspettà pecché aggia piglià sciato... “ diceva uno e il suggeritore ripeteva la raccomandazione». 

Rimase nella grande famiglia teatrale, ottenendo grazie alla lettera di presentazione del giornalista Achille Vesce un contratto quadriennale con Eduardo: «...di lì a poco avrebbe cominciato a girare il film Assunta Spina con Anna Magnani. Mi offrì anche una piccola parte». Aldo interpretò il brigadiere siciliano Mancuso. La pellicola oggi pietra miliare della trasposizione dal teatro al cinema non ebbe successo. 
Troppe prime donne, raccontò: «Sebbene Eduardo, Mattoli e la Magnani fossero amici nella vita, erano improponibili nella realizzazione di un film insieme essendo la Magnani quel che si suol dire un sublime animale da cinema, ma con un carattere pestifero; Mattoli con tutto il bene che gli ho voluto, era un grande artigiano che assieme ai pregi aveva tutti i difetti della categoria; ed Eduardo era la quintessenza dell’attore anticinematografico». 

Andò molto meglio con le trasposizioni di Napoli milionaria (1950) e Filumena Marturano (1951) in cui l’attore è Luigi, uno dei figli illegittimi della protagonista interpretata da Titina. Aldo si fa le ossa ed Eduardo scrive su misura per lui alcuni personaggi tra cui Carlo Saporito de Le voci di dentro (1948) e il brigadiere de La grande magia. E poi come non ricordare Le quattro giornate di Nanni Loy, Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone e tanto teatro e tanto amore: dopo la fine del primo matrimonio sul quale è sempre stato molto riservato, sposò la collega Liana Trouché che sarebbe tragicamente morta nel 1981 in un incidente stradale nei pressi di Bisaccia mentre era alla guida Gino Bramieri. E tanta vita ancora, tv con Senza Rete e teatro anche con il fratello Carlo con il quale nel 1972 iniziò una collaborazione più volte interrotta e finita non particolarmente bene, per dirla con un loro cult senza La fortuna con l’effe maiuscola. Nella memoria risuona la sua voce ferita dalla malattia con una vibrazione che nessun effetto speciale avrebbe potuto inventare.

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