Ma Trump non è tutta l'America
Trump si comporta come un re Lear con i social, e ha devastato - in 14 mesi di presidenza - non solo alleanze, regole, consuetudini e decoro, ma anche la reputazione americana. Dobbiamo guardare ad Artemis, e alla Nasa, per ricordarci sempre che questo presidente non è tutta l'America
Ma Trump non è tutta l'America
Beppe Severgnini | 7 aprile 2026Trump si comporta come un re Lear con i social, e ha devastato - in 14 mesi di presidenza - non solo alleanze, regole, consuetudini e decoro, ma anche la reputazione americana. Dobbiamo guardare ad Artemis, e alla Nasa, per ricordarci sempre che questo presidente non è tutta l'America
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Gli astronauti di Artemis II — tre americani e un canadese — hanno completato il sorvolo della Luna. Collegato dal Johnson Space Center di Houston, Donald Trump ha domandato: «Come vi siete sentiti quando, improvvisamente, si sono interrotte tutte le comunicazioni con la Terra?». Il pilota Victor Glover ha sorriso: «Devo dire che è stato proprio bello».
Un astronauta della Nasa in missione non voleva certo mancare di rispetto al presidente. Ma in quella risposta ci siamo identificati in molti, qui sul pianeta Terra. Non sentire il frastuono costante dell’assurdità umana, almeno per qualche ora, dev’essere rigenerante. E di quel rumore uno dei produttori più instancabili
è proprio Donald Trump.
Purtroppo, non se ne rende conto. Nell’ultimo mese ha già dichiarato vittoria in Iran una dozzina di volte, ha annunciato e rimandato ultimatum, ha chiesto aiuto agli alleati e li ha insultati, ha detto che le «spoglie appartengono al vincitore» (alla faccia del popolo persiano). Per festeggiare la Pasqua, ha scritto su Truth: «Martedì (ieri, ndr) sarà il Giorno delle Centrali, e il Giorno dei Ponti, tutto in una volta, in Iran. Nulla mai visto prima!!! Aprite il Fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’Inferno. STATE A VEDERE! Gloria ad Allah». Un Re Lear con i social, che non aiuta la nostra serenità.
«E la luna bussò dove c’era il silenzio», recita una bella canzone di Loredana Berté. In parte, sta accadendo: l’avventura spaziale di Artemis II — mai l’uomo era arrivato così lontano dalla Terra — serve per mettere le cose in proporzione. Ma anche per calibrare il nostro giudizio sugli Stati Uniti d’America. Sono quelli ammirevoli della Nasa, non solo quelli sgradevoli di Donald Trump. È giusto ricordarlo, perché la reputazione americana è una vittima collaterale di questa presidenza. In soli quattordici mesi, Donald Trump ha sfasciato alleanze, regole, consuetudini e decoro: inutile ripetere un elenco che conoscete.
Qualcuno s’illude che l’inquilino della Casa Bianca abbia una strategia, sebbene incomprensibile. Non è così. Si tratta, purtroppo, di un uomo iracondo, impulsivo e imprevedibile. C’è chi ha provato fino all’ultimo a giustificarlo, anche in Europa, ma la realtà ha ormai travolto la prudenza imbarazzata di amici e sodali politici. Perciò ripetiamolo, a costo di sembrare retorici: Trump non è tutta l’America, tutta l’America non è Trump. Questo presidente è un eczema su una pelle ruvida, che tornerà in salute. La Nasa è una prova, ce ne sono altre. Pensate alle Università, da cui è partita buona parte dell’innovazione negli ultimi cinquant’anni. Al mondo del giornalismo che, tra minacce e insulti, tiene botta. Alla costellazione della cultura, della musica e dello spettacolo, il cuore
del soft-poweramericano, che non tace. Ad alcuni legislatori che mostrano coraggio e lucidità (ascoltate gli interventi di Jon Ossoff, trentanovenne senatore della Georgia). A una parte cospicua delle rappresentanze Usa nel mondo libero, che vivono un’umiliazione quotidiana, necessariamente silenziosa: le purghe degli infedeli, come sappiamo, sono un’altra specialità del presidente.
Dovremmo smettere, forse, di pensare solo all’America trumpiana, un presente che scivola già nel passato prossimo (le elezioni di metà mandato potrebbero accelerare lo slittamento). Dobbiamo, invece,
provare a confortare gli americani convinti che Donald Trump rappresenti un’aberrazione democratica — e sono tanti, anche tra gli elettori repubblicani. Tocca a loro scegliere il prossimo presidente.
Guai se dovesse emergere dall’acquitrino politico e tecnologico dove si coltiva la mala pianta della «democrazia illiberale». Quella sì sarebbe la fine degli Stati Uniti d’America come li conosciamo.
Certo, qui in Europa non possiamo far molto. Ma alcune cose sì. Essere franchi con il nostro potente alleato transatlantico, a tutti i costi. Mostrarci onesti con noi stessi, evitando eufemismi, ipocrisie e rimozioni. Prepararci a ogni eventualità: Donald Trump ha ancora trentaquattro mesi di governo, e può accadere di tutto. Infine, possiamo alzare gli occhi al cielo. L’abbiamo fatto spesso, negli ultimi tempi, presi dallo sconforto. Facciamolo ancora, stavolta per cercare una navicella spaziale che non riusciamo a scorgere, da quaggiù. Ma là, vicino alla Luna, c’è l’America che ci piace, e non possiamo abbandonare.
7 aprile 2026
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