Dieci parole per ritrovare la strada: il libro di Venanzio Postiglione
Esce da Solferino il saggio del vicedirettore del «Corriere». Una bussola preziosa per orientarsi in una stagione critica
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Dieci parole per ritrovare la strada: il libro di Venanzio Postiglione
di Aldo CazzulloEsce da Solferino il saggio del vicedirettore del «Corriere». Una bussola preziosa per orientarsi in una stagione critica
Un’opera di Velasco Vitali (Bellano, Lecco, 1960)
C’era una volta la verità. Non era facile da scovare. Bisognava andare nel ghetto di Varsavia nel 1943, a fotografare un bambino che davanti a un cumulo di rovine si arrendeva a un nazista. O in Vietnam nel 1972, quando la foto discutibilmente chiamata della «Napalm girl» contribuì a documentare i massacri americani e a provocare la fine della guerra. O in piazza Tienanmen nel 1989, quando un ragazzo illuse una generazione e il mondo di poter fermare da solo i carri armati del regime comunista cinese.
Quelle foto erano terribili. Ma erano vere. Dov’è ora la verità? La domanda di Pilato — quid est veritas?, cos’è la verità — si complica ulteriormente. Cosa sappiamo esattamente della guerra in Iran? Chi sta davvero vincendo la guerra in Ucraina? Soprattutto, ai cittadini davvero sta a cuore questo? O sta a cuore un mondo virtuale, inventato, artefatto, creato dall’intelligenza artificiale, plasmato dal proprio narcisismo?
Il volumeEsce oggi da Solferino il saggio di Venanzio Postiglione Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento (pp. 190, euro 17)
Chiunque faccia il nostro mestiere si interroga su tutto questo. Quand’eravamo ragazzi, quando a vent’anni Venanzio Postiglione entrò al «Corriere della Sera» per concorso, tutto appariva più semplice. In questi quarant’anni Venanzio non solo è diventato vicedirettore, rispettato e amato da tutta la comunità del «Corriere». Ha raccontato, sul campo o da via Solferino, la crisi di quello che chiamiamo Occidente e dei suoi valori. E ora cerca di rimettere un po’ d’ordine in un libro in cui coniuga la sua passione per la civiltà classica e il suo mestiere di giornalista: Le dieci parole tradite, che Solferino manda oggi in libreria. Le dieci parole sono: democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento e appunto verità. La fraternità al tramonto, la libertà travolta dal delirio di onnipotenza, la misura — «una storia gloriosa, un rapido crollo» —, la pace — «sognata, cercata. Però giusta», una pace che non sia sinonimo di resa —, la parità «contro gli stereotipi di ogni tempo», il pianeta sempre più maltrattato, il talento da riconoscere e da valorizzare: senza Verrocchio non avremmo avuto Leonardo, senza Mecenate non avremmo avuto Virgilio. E appunto la verità, che «cammina sul ciglio del burrone, e il pubblico la guarda (quasi) indifferente».
LEGGI ANCHEL'estratto da «Le dieci parole tradite»di Venanzio Postiglione
Venanzio Postiglione è vicedirettore del «Corriere». Ha fondato e dirige la Scuola di giornalismo «Walter Tobagi» dell’Università degli Studi di Milano
È impossibile restituire in poche righe la profondità di questo libro. Almeno due parole, tra le dieci analizzate dall’autore, richiedono il nostro approfondimento. La democrazia e la felicità. Sono il cuore della dichiarazione d’indipendenza americana, un testo di 250 anni fa. Oggi chi crede ancora nella democrazia? Postiglione evoca l’immagine delle donne afghane che sorridendo mostravano l’indice sporco di inchiostro, segno che avevano votato, e sono state tradite e abbandonate dall’Occidente: «Il passaggio dal suffragio universale alla teocrazia può essere rapido». Noi il suffragio universale lo diamo per scontato; ma l’abbiamo ottenuto soltanto nel 1946.
Democrazia, com’è noto, è una parola greca. Postiglione ci ricorda — ecco che riaffiorano i suoi studi classici — che popolo in greco si può dire in quattro modi: laòs, che è la gente in senso generico; ethnos, che definisce usi, costumi, identità, «come dire i Romani, i Galli, i Persiani»; ochlos, «il popolo populista, la massa informe, quella delle viscere»; e finalmente il demos, «il territorio che ha valori comuni, si dà le regole e le rispetta». «Dall’unione di kratos, che è la forza, il potere, e di demos, il popolo consapevole, è nato il termine democrazia». Una parola potente, eppure in crisi. Oggi il modello sono le grandi aziende, monarchie in miniatura, che funzionano perché qualcuno comanda e gli altri eseguono. E se quel qualcuno è un narcisista come Donald Trump, ecco che l’Occidente si sgretola dall’interno, cede alle autocrazie, e la democrazia sembra diventare una perdita di tempo, un’utopia, un retaggio del passato.
I padri fondatori degli Stati Uniti non parlarono solo di democrazia, ma anche di ricerca della felicità. Felicità è una parola ancora più in crisi. Oggi chi crede di poter essere felice? Al massimo cerchiamo di evitare di soffrire. La felicità è considerata una cosa da bambini. Una condizione primigenia, come quella di Gilgamesh: «Al cospetto della Luna fu felice della vita». Anche nell’Iliade si legge: «Dal cielo si squarcia l’etere immenso, si vedono tutte le stelle, è felice nel cuore il pastore». Come non pensare al pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, che nelle notti di solitudine conversa con la Luna?
In greco felicità si dice eudaimonia: come essere abitati da un demone buono. Ungaretti si sente felice quando dimentica se stesso e si scopre «una docile fibra dell’universo». E Montale: «Felicità raggiunta, si cammina/ per te sul fil di lama». Scrive Borges nel Rimorso: «Ho commesso il peggiore dei peccati che un uomo possa commettere… Non sono stato felice». Per Orazio la felicità è un attimo da cogliere. Per Erodoto è una vita serena, al servizio della famiglia e della patria. Per gli analisti di Harvard, il segreto della felicità è l’amore per gli altri.
Noi siamo abituati a considerare la felicità come un fatto strettamente privato. Ma, ci ricorda Postiglione, «la felicità è un bene pubblico. Come la poesia». Come la poesia che gli recitò Alda Merini. Venanzio la andò a trovare sui Navigli e le chiese: cos’è la felicità? Alda rispose: «La capacità di sentire». E recitò una sua poesia che finisce così: «Sentire l’odore di chi ami,/ e sentirne la voce/ e sentirlo col cuore./ Sentire è il verbo delle emozioni:/ ci si sdraia sulla schiena del mondo/ E si sente».
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La prima presentazione in Sala Buzzati con Ferrario e Giordano
La prima presentazione «a casa». Martedì 14 aprile a Milano, nella Sala Buzzati del «Corriere della Sera» (via Balzan 3), in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera, alle ore 18 Venanzio Postiglione racconterà il suo Le dieci parole tradite (Solferino). Dopo i saluti di Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Corriere della Sera, l’autore dialogherà con Tiziana Ferrario e Paolo Giordano. Ingresso libero con prenotazione su fondazionecorriere.corriere.it.
Le altre date
Dopo l’apertura milanese, Postiglione presenta il libro il 18 aprile (ore 18) a Lecco, Palazzo del Commercio, per Leggermente; il 12 maggio a Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, con il cardinale Matteo Maria Zuppi, coordina Marco Ascione; il 16 maggio al Salone del Libro di Torino con Beppe Se-vergnini; il 21 maggio a Milano (Foro Bonaparte 22), con il Centro studi Grande Milano, Marina Brambilla e Daniela Mainini; il 22 maggio all’Ab-bazia di Rosazzo (Manzano, Udine) con Edoardo Vigna e Margherita Reguitti; il 2 giugno a Ca’ Ordano, Camino (Alessandria) con Luciano Clerico; l’11 giugno a Bassano del Grappa con Vittorio Emanuele Parsi e Barbara Stefanelli; il 14 giugno a Salerno Letteratura con Gennaro Carillo; il 5 luglio a Radicofani (Siena) con Elvira Serra.
7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 21:23)
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