Da «Le dieci parole tradite»: ciò che è smarrito non è perduto
Corriere della Sera - Cultura

Da «Le dieci parole tradite»: ciò che è smarrito non è perduto

Martedì 7 aprile 2026
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Pubblichiamo qui un estratto dell’introduzione del volume di Venanzio Postiglione edito da Solferino. Che esprime una nota di fiducia

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Da «Le dieci parole tradite»: ciò che è smarrito non è perduto

di Venanzio Postiglione

Pubblichiamo qui un estratto dell’introduzione del volume di Venanzio Postiglione edito da Solferino. Che esprime una nota di fiducia

Daniel Dacio, «Achilles, Heel And Vigor Painting» (courtesy Saatchi Art)

L’imprevisto è tra noi. Abbiamo smarrito le parole della nostra civiltà. Quelle di cui dovremmo andare fieri, quelle che da millenni ci offrono le regole, i limiti, le libertà, quelle inventate dagli avi degli avi per garantire la convivenza e un minimo di solidarietà. Sono i termini alla base dell’umanità, lo specchio di noi stessi. L’idea di raccontarli, uno a uno, un capitolo alla volta, è un omaggio alle loro radici, al loro senso profondo, al loro valore assoluto. È un viaggio nel tempo, dall’etimologia ai simboli, dalla mitologia ai saggi più recenti, dalla grande letteratura alla politica feroce di questi giorni. È un allarme da ultima chiamata (e non è un’esagerazione): affossato il diritto, ci resta la giungla. Si racconta la storia di dieci parole: come sono cresciute e cambiate, gli autori che le hanno scoperte e riscoperte. Fino a oggi. Fino al mondo della forza che ci riporta all’Iliade, quando Achille massacrava Ettore perché si percepiva più aggressivo e brutale (e peraltro Ettore dall’elmo scintillante difendeva la sua città, la sua patria). Fino all’America di Donald Trump, che si sente più vicino a Putin che all’Ucraina, bombarda gli Stati sovrani perché così ha deciso, vuole annettersi la Groenlandia perché gli serve, insulta un giorno sì e l’altro pure la nostra Europa dopo decenni di alleanza sacra e feconda. L’età delle potenze spazza via l’età del diritto. La politica dell’istante travolge la politica delle idee. La società dell’ansia sommerge la società del dialogo. Spesso, non sempre. Un’epoca senza moderazione e senza moderatori.


Il volume

Il saggio di Venanzio Postiglione Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento è edito da Solferino (pp. 190, euro 17)

Le dieci parole tradite sono la nostra coscienza. Democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità. Pensavamo di averle conquistate e condivise per sempre, ma siamo naufraghi che stavano entrando nel porto e vengono sospinti al largo. Sono stravolte, spesso irriconoscibili. Ma è da loro che possiamo (dobbiamo) ripartire: le conosciamo, ci appartengono, vediamo i fili da riallacciare. Nel colmo della tragedia, il padre ucciso, la vendetta alle porte, il cuore impazzito, Amleto sente che il tempo è «out of joint». Fuori dai cardini. Si è perso il significato, il corso naturale, l’ordine delle cose. Shakespeare lo dice in tre parole, le stesse che potremmo usare oggi.

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«In principio era il Logos» è la prima frase del Vangelo di Giovanni. Vuol dire pensiero, ragione, ma anche parola. Solo gli antichi Greci potevano avere un termine così intenso e pregnante. Quando usiamo meno frasi e meno chiaroscuri e meno concetti, non vogliamo un mondo più semplice ma più povero. Tornare a dare i nomi (e poi difenderli) alle fondamenta della civiltà diventa una sfida culturale e anche politica. La democrazia, che nelle nostre menti, nella nostra vita, è stata sempre «liberale», ora viene spesso agganciata all’aggettivo «illiberale»: come se bastasse votare ogni tanto per avere una società giusta. Ma le elezioni, senza i diritti, le garanzie, le regole, l’informazione corretta, l’equilibrio tra i poteri, sono semplicemente il plebiscito a favore del leader. Vale anche per la libertà. Che è la più bella espressione e manifestazione di sé, la più grande tra le conquiste umane: ma nel rispetto degli altri. È una luce, non una clava. Il free speech, discorso libero, che diventa hate speech, discorso d’odio, è una parodia, un mostro, ancora una volta la legge del più agguerrito.

E poi le altre parole tradite. La felicità. Che è un bene pubblico, un patrimonio condiviso, e non la semplice affermazione di sé stessi. È scritto (benissimo) nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, si legge (tra le righe) anche nella Costituzione italiana. Un traguardo comune, un’aspirazione della società tutta. È lo stesso per la fraternità, sogno degli esseri umani da San Paolo ai rivoluzionari francesi, ora sotterrata nelle cantine della storia. O per la misura. Venerata dai Greci e dai Romani, dai politici del Dopoguerra: ora sembra un vezzo da aristocratici, con l’educazione e il senso del limite. Poi, se finirà la sbornia collettiva, ci spiegheranno i vantaggi di un mondo senza equilibrio e temperanza, che parole antiche.

La pace? Non c’è termine più stracciato e umiliato. L’aggressore Putin si traveste da aggredito. L’aspirante al Nobel Trump accende micce in ogni luogo della Terra dopo aver promesso di porre fine alle guerre. L’Europa decide di riarmarsi e probabilmente non ha un’altra via da percorrere. La parità di genere? Sembrava (sul serio) a un passo, ma gli stereotipi non tramontano e (a volte) ritornano, il traguardo è clamorosamente lontano. Una vera, grande, bruciante sconfitta per le società occidentali. Il mondo terribile immaginato da Margaret Atwood nel romanzo Il racconto dell’ancella, con l’annientamento delle donne, è la riedizione delle tenebre orwelliane, è la profezia che toglie il sonno («La parola. Come l’abbiamo sperperata, un tempo»). Il pianeta? Il pianeta da salvare, con le ragazze e i ragazzi a manifestare? Tema svanito, sarà per un’altra epoca. Il talento? Ci abbiamo creduto, certo. Ma la capacità di riconoscerlo, coltivarlo, coccolarlo sta scomparendo dai nostri orizzonti: abbiamo troppe cose da seguire, i giovani si arrangiassero, sono fatti loro. La verità, poi: hai l’impressione che ne evapori un pezzetto ogni giorno. Quanto sarà complicato, a breve, distinguere tra realtà e falsità, tra fatti e bugie.

Il saggio epicureo di Lucrezio, che guarda il naufragio e gli affanni degli altri dalla spiaggia, da lontano, perché «è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo», non può essere l’emblema del nostro tempo. Quest’epoca ci riguarda. Adesso. Senza buttare la croce sulle prossime generazioni. L’antica (e non decrepita) civiltà europea suggerisce di mettersi in mare e provare a difendersi dalla tempesta. Le nostre dieci parole sono «smarrite», non perdute per sempre. Come «la dritta via» di Dante all’inizio della Divina Commedia, se il paragone non suona blasfemo e se il più grande dei poeti ha ancora qualcosa da raccontarci. È più di una sfumatura linguistica (e consolatoria), è proprio una nota di fiducia: ciò che non è perduto, ma solo smarrito, si può cercare e anche ritrovare. Sarà un lungo viaggio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 21:25)

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