La violenza e il caos
Quando la democrazia cede a demagogia e disinteresse prepara il terreno al peggio
La violenza e il caos
Walter Veltroni | 7 aprile 2026Quando la democrazia cede a demagogia e disinteresse prepara il terreno al peggio
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“«Perché nella casa di quel popolo, piena dei tesori di una cultura millenaria era giunto uno straniero privo di conoscenze, di sapere, di civiltà, di sensibilità o gusto… dotato solo di tutte le abilità del demagogo capace di affabulare, senza scrupoli, senza pietà, esperto di tutti i trucchi con cui si ingannano gli stolti e i bambini, un dilettante di tutte le scienze e le arti, a parte l’arte della cattiveria, un venditore ambulante senza vergogna e senza misura, uno che tramava piani per il futuro e che si proclamava innocente in pubblico, un bugiardo che non manteneva la parola e diventava ora dopo ora sempre più pazzo e criminale».
Sono parole del meraviglioso discorso, pubblicato ora da Bompiani con il titolo «Dissotterrare l’amore», che Ernst Wiechert rivolse nel 1945 alla gioventù tedesca quando tutto era finalmente finito: il nazismo, i campi di concentramento in cui lui era stato internato, la guerra, la distruzione del suo paese.
La storia non si ripete mai allo stesso modo, inventa le forme di antichi mali e di antichi rimedi in forma ogni volta originale. I paragoni non servono, ma la memoria sì.
Quando le opinioni pubbliche cedono alle suggestioni dei demagoghi e dei cinici populisti, quando l’indifferenza dei più lascia campo agli estremismi religiosi o politici, quando si accetta ogni giorno di scendere un gradino verso il basso, quando non si riconoscono i propositi autocratici o peggio la follia megalomane del potente di turno, allora si lastrica il proprio futuro di dolore, di sofferenza, di sangue.
Agli osservatori più attenti, non abbacinati dai fari del nuovo spirito del tempo, non è parso difficile pronosticare, fin dalla campagna elettorale, che la seconda presidenza di Trump sarebbe stata ben più pericolosa, sovvertitrice, spietata della stagione precedente. Si parlò, e non fu un errore, di una fase di destabilizzazione autocratica, fondata sul principio della demolizione di alcuni dei bastioni dell’esperienza occidentale: l’ancoraggio a organismi e visioni multilaterali, la incrollabile relazione tra Europa e Usa, la natura degli Stati Uniti come nazione dell’accoglienza, delle praterie, non dei muri: «Grazie a ogni ondata di nuovi arrivati in questa terra di opportunità, siamo una nazione per sempre giovane, per sempre piena di energia e nuove idee, e sempre all'avanguardia, sempre alla guida del mondo verso la prossima frontiera. Questa qualità è vitale per il nostro futuro come nazione. Se mai chiudessimo la porta a nuovi americani, la nostra leadership nel mondo sarebbe presto perduta...». Sono parole di Reagan, non di Obama.
Trump sta portando il suo paese nel caos, e il mondo nella più pericolosa stagione di conflitti mai vista prima. E persino il possibile uso delle armi atomiche è tornato ad apparire spaventosamente attuale, incredibilmente possibile.
Non c’è una strategia, una visione, un disegno. Solo la violenza, l’idea del potere libero per i più potenti, della negazione della sovranità dei popoli, solo la sistematica violazione delle regole concordate, solo la minaccia alla libera informazione: gli ingredienti del caos.
Forse a muovere questa ennesima guerra è il tentativo di sviare l’opinione pubblica da dossier inquietanti. Non si vede nessuna ragione e nessun obiettivo, infatti, nella scelta di precipitare il mondo in una guerra che, insieme al conto delle morti, presenta il saldo della recessione in corso e in arrivo, della crisi petrolifera, dell’annientamento della mobilità di persone e cose in buona parte del mondo.
A giugno si è detto che erano state annullate le forze militari iraniane e lo si è ripetuto, a cavallo di una bomba come il Dottor Stranamore, dopo la decisione di Netanyahu di attaccare Teheran senza curarsi delle vittime civili innocenti. Salvo poi scoprire che invece dall’Iran continuano a piovere missili e bombe in tutta l’area. Poi si è sostenuto che la motivazione dei bombardamenti era la libertà degli oppositori del regime sanguinario ma si è lasciato che questo invece inasprisse la stretta autoritaria, perché non era quella la ragione della guerra. Si è sostenuto ancora di aver azzerato i vertici del potere di Teheran ma la verità è che lo si è ulteriormente radicalizzato anche se, dipende dal piede con il quale si scende dal comodo letto della Casa Bianca, ogni tanto lo si definisce bizzarramente composto da persone ragionevoli. Salvo poi chiamarli il giorno dopo «bastardi» e minacciarli, per l’ennesima volta, di distruggerli, anzi di riportarli all’età della pietra. O ancora, proposito folle e criminale, di “distruggere una intera civiltà”.
Trump ha fatto capire di voler uscire della Nato, sembra uno scherzo, dopo aver abbandonato quasi tutti gli organismi multilaterali ed essersi messo contro l’Europa intera e altri alleati storici che gli hanno risposto, finalmente anche il governo italiano, che non riconosce la follia di questa guerra.
L’America è isolata, confusa, senza strategia e alleati e comincia a farsi strada, anche negli ambienti della destra più estrema cresciuta in questi anni nel mondo, la convinzione che l’abbraccio con il Presidente americano sia il bacio della morte. Trump ha ora il consenso più basso della storia recente degli Usa e cresce in tutto il paese la protesta democratica degli americani preoccupati per il loro destino. Come noi del nostro.
Ma la domanda è semplice e per certi versi drammatica: davvero un autarca non compos sui come Donald Trump accetterà ordinatamente che il suo destino sia segnato: elezioni di midterm e poi impeachment? Cosa può riservare ancora al suo paese e alla comunità mondiale, tra un balletto con la spada, una preghiera blasfema nello studio ovale, una intitolazione di aeroporto a suo nome e un inferno da scatenare oggi qui e domani là?
L’alleanza tra Putin e Trump sta precipitando il mondo nella alterazione degli equilibri che hanno costituito i bastioni della pace della convivenza tra i popoli.
C’è da sperare, a cominciare dall’Ungheria, che il ciclo della demagogia populista, del nazionalismo, della suggestione autocratica sia accompagnato all’uscita dalle opinioni pubbliche, forse molto migliori della loro rappresentazione digitale.
Ma la democrazia non potrà solo attendere che finisca la nottata per poi ritrovarsi esattamente come prima.
Questo ciclone non potrà essere superato con un puro spirito conservatore, ma con un nuovo, coraggioso, ciclo di pensiero democratico, di destra e di sinistra, liberato dalle scorie dell’autoritarismo e capace di progettare, ciascuno in base ai suoi valori, società davvero nuove, davvero inedite.
7 aprile 2026
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