Desueto, l’abbandono di qualcosa o un comportamento che non usiamo più
Aggettivo prezioso (e raro) per una desuetudine che spesso preferiamo dimenticare, altrimenti il presente apparirebbe intollerabile
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Desueto, l’abbandono di qualcosa o un comportamento che non usiamo più
di Paolo FallaiAggettivo prezioso (e raro) per una desuetudine che spesso preferiamo dimenticare, altrimenti il presente apparirebbe intollerabile
Illustrazione di Doriano Solinas
C’è qualcosa di antico nella parola che esaminiamo oggi, ma non si tratta di un reperto polveroso e dimenticato o, peggio, inutile. Parliamo di qualcosa, un termine, un comportamento, una regola che non applichiamo più. E non è detto che sia sempre un bene
Un aggettivo dal sapore antico. Desueto ci arriva dal latino desuētus, participio passato di desuescĕre, formato dal prefisso di separazione de- e suescĕre ("avere l'abitudine, esser solito"). Indica qualcosa non più in uso, antiquato o una persona non più abituata a un comportamento. Nei vocabolari troverete il verbo italiano che ha raccolto questa eredità, “disavvezzare", ma è molto difficile che lo troviate in qualche scritto o nel linguaggio parlato.
Tracce e assenze. In italiano desuescĕre ci ha regalato anche "desuetudine", la parola con cui definiamo la cessazione di un comportamento abituale o la prolungata mancata osservanza di una norma, tale da provocarne, di fatto, l’inefficacia. È come se indicasse un abbandono senza specificare se si tratti di incuria o distrazione. Segnala, comunque, una perdita di interesse.
Il contrario e le sensazioni. Per conoscere un po’ meglio questa parola ci aiuta senz’altro esplorare quelle che potrebbero essere intercambiabili o opposte. Il contrario di desueto è consueto e già ci illumina perché nella consuetudine non c’è tensione, o allarme. Più difficile il ragionamento sui sinonimi: troviamo disabituato, disavvezzo, obsoleto. Ma su quest’ultimo, nonostante una somiglianza letterale, non vi è certezza. Qualcosa di obsoleto, composto da ob- (contro) e solere (essere solito) è senz’altro “caduto in disuso” ma prevale la sensazione di un logoramento, di qualcosa (un meccanismo per esempio) che è invecchiato. Non è la sensazione che trasmette desueto.
Tracce di un’emozione. Il fatto che la nostra lingua non abbia nel vocabolario fondamentale un verbo per desuescĕre qualche indicazione ce la offre. Subiamo il disassuefarsi o il disabituarsi, ma preferiamo non sottolinearlo troppo. In fondo la cortesia, con cui definiamo l’insieme dei comportamenti gentili e rispettosi degli altri, è desueta. La serietà e compostezza dei politici sono comportamenti desueti. L’empatia verso chi è meno fortunato di noi è un’emozione desueta.
Se ci capita di aver nostalgia. Sarà utile ricordare che nostalgia è composta da due parole greche, nostos, che vuol dire ritorno, e algios, che significa dolore. La loro unione, dolore del ritorno, rappresenta la tristezza che proviamo per la lontananza di persone che amiamo o di luoghi che abbiamo nel cuore, di comportamenti che ritenevamo degni di rispetto. Un particolare ripianto che può essere doloroso e struggente, ma contemporaneamente sereno per l’effetto benefico del ricordo di quelle persone e quei luoghi. C’è un personaggio omerico che più di ogni altro ha rappresentato la nostalgia, Ulisse, che per la nostalgia di Itaca e della sua famiglia, rinuncia alla bellezza di Calipso e all’immortalità (Odissea, libro V). Peccato che né Omero, né altri greci abbiano mai usato questa parola.
Il turbamento letterario.E tu pur riedi, amore; e tu l’irosa / anima invadi, e fiero ivi t’accampi, / e i desueti spirti e il cor che posa / lunga già s’ebbe or fiedi e scuoti e avvampi. Questa è la quartina d'apertura del sonetto "Nuovo Amore" di Giosuè Carducci, incluso nella raccolta Juvenilia. Il poeta si rivolge all'Amore che torna a invadere il suo animo, risvegliando i “desueti spirti” del cuore dopo un lungo periodo di calma. Carlo Emilio Gadda si è soffermato spesso a riflettere sulla lingua italiana: “Talora il vocabolo è caduto in desuetudine in questa soltanto, o in quell’altra parte del bel paese”. Citata nei contesti del Grande Dizionario della lingua italiana, questa frase sottolinea come le parole in italiano non scompaiano ovunque coontemporaneamente. Guido Piovene la utilizza nel suo Viaggio in Italia (pubblicato per la prima volta nel 1957 da Mondadori), per esprimere le caratteristiche e la superficialità di certo turismo: “Molti, anche tra coloro che vanno a villeggiare presso i ghiacciai, in alberghi ampi, nobili e un po’ desueti, non conoscono bene la bellezza di Aosta”.
L’approfondimento critico. In letteratura, desueto descrive parole, stili o oggetti non più in uso, spesso legati a un passato nostalgico o a un'epoca superata. Questo termine è centrale nell'opera critica di Francesco Orlando, "Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura", che analizza come la letteratura conservi oggetti antichi, perduti o caduti in disuso. Nel suo saggio (edito da Einaudi), Orlando studia come la letteratura (da Racine a Tomasi di Lampedusa) rappresenti oggetti ormai privi di funzione pratica, carichi invece di valore estetico e poetico. Nella presentazione del volume si legge: “ogni specie di letteratura evoca o descrive o canta cose fisiche. Non imparzialmente, però: prediligendo oggetti inutili o invecchiati o insoliti piuttosto che utili o nuovi o normali, il non-funzionale piuttosto che il funzionale; almeno negli ultimi due secoli, in contrasto con la razionalizzazione industriale e scientifica del mondo”.
Una preziosa riflessione. Nel 2021, a 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, la linguista Vera Gheno, propose un prezioso progetto lessicale intitolandolo “Dante desueto”. Questa parola che non compare mai nella Divina Commedia, è utile alla linguista per sottolineare che il poeta “era tutt’altro che un purista o un conservatore. Dante era uno sperimentatore linguistico impavido, colto, plurilingue; la sua grandezza non sta solo nella profondità linguistica del testo, ma anche nella sua semplicità”. E ci ricorda che accanto a un Dante celebrato per i tanti termini che ha regalato all’italiano contemporaneo (mesto, molesto, quisquilia), “esiste un Dante dimenticato fatto di termini che compaiono nella Commedia e oggi sono scomparsi, per vari motivi, dall’uso”. E Vera Gheno ne cita venti, da adduarsi (raddoppiarsi) a intuarsi (entrare nel pensiero, nel sentimento), noverca (matrigna), ringavagnare (riconquistare), terragno (posto sulla terra piana), vanare (vaneggiare) e così via. Una preziosa riflessione.
7 aprile 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
W la Scuola, il programma della Comunità di Sant'Egidio contro la dispersione scolastica
SCRIVI ALLA REDAZIONE
Un contatto veloce con i
giornalisti della redazione
Scuola del Corriere della Sera
SCUOLA - IL CALENDARIO
14/02/2020PisaConvegno sul terzo settore alla Scuola Sant’Anna
14/03/2020SassariFriday for Future, assemblea nazionale
15/02/2020PisaFesta per Galileo Galilei nel giorno della nascita
TUTTI GLI EVENTIVIA SOLFERINO 28 VISITE AL CORRIERE
Come prenotare, le vostre foto e le vostre impressioni
RICHIEDI LA TUA VISITACONFRONTA LE SCUOLE DELLA TUA ZONA
A quale indirizzo di studi sei interessato?
SCEGLI LA TIPOLOGIASTRUMENTI PER LA SCUOLA
IL QUOTIDIANO IN CLASSEInformazione e attualità, il progetto per dare spazio e voce ai ragazzi
TUTTI GLI SPECIALITutti gli speciali di Corriere scuola
DATI & STATISTICHE