Riapre il Cimitero delle Fontanelle a Napoli. La peste del '600, le anime pezzentelle e Ingrid Bergman, ecco il luogo dove si adottano i teschi
Nell'estremo lembo del quartiere Sanità, l'ossario rimasto chiuso troppo a lungo è una cattedrale della religiosità popolare
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Riapre il Cimitero delle Fontanelle a Napoli. La peste del '600, le anime pezzentelle e Ingrid Bergman, ecco il luogo dove si adottano i teschi
di Mirella ArmieroNell'estremo lembo del quartiere Sanità, l'ossario rimasto chiuso troppo a lungo è una cattedrale della religiosità popolare
Il Cimitero delle Fontanelle
Napoli ha sempre giocato a rimpiattino con la morte. Basta guardare il coppoluto Pulcinella, che porta ben distinguibili dietro la maschera comica i segni del mondo infero. E lo dimostra naturalmente anche il culto delle "anime pezzentelle", presenze purgatoriali ben concrete nella vita della città. I teschi venerati dai fedeli con paganissima convinzione e ritualità pseudo cattolica sono presenti in numerose chiese del centro storico, da San Pietro ad Aram a Santa Maria del Purgatorio ad Arco, luoghi di culto che rappresentano squarci aperti sul passato, vertigini nel tessuto della Napoli contemporanea. Ma la concentrazione maggiore di teschi si trova nel monumentale Cimitero delle Fontanelle che ora finalmente riapre le porte dopo il restauro.
Nell'estremo lembo del quartiere Sanità, l'ossario rimasto chiuso troppo a lungo è una cattedrale della religiosità popolare. Tre gallerie di quindici metri di altezza e circa cento di profondità che si stendono dentro una cava di quel tufo giallo e poroso di cui è fatta tanta parte di Napoli. Sono circa quarantamila, si calcola, i defunti i cui resti riposano senza nome in questo luogo suggestivo. Molti sono caduti con la peste del 1656, altri con il colera del 1836, tra questi si è pensato ci fosse anche Giacomo Leopardi. Ma ci sono anche morti di morte violenta, condannati, galeotti e tanti altri che non poterono aspirare a una dignitosa sepoltura, magari nelle chiese come i nobili e le loro consorti. Qui giacciono invece i morti poveretti, dimenticati, negletti, a riprova che nemmeno dopo l'ultimo respiro siamo davvero tutti uguali. I loro teschi e le ossa compongono le pareti di questo edificio che racchiude la morte e al tempo stesso esalta la vita, proprio attraverso la presenza e la speranza dei fedeli, che si prendono cura di quei resti. Si tratta di un mutuo scambio, però. Perché quando un fedele sceglie un teschio, lo lucida, lo pulisce, gli porta i fiori, è legittimato poi a chiedergli grazie e favori, in pratica il trapassato è un canale aperto con l'aldilà. Non sono fantasmi né presenze oscure, le "aneme ‘o Priatorio", sono invece da compatire, "pezzentelle", ferme in un limbo di attesa, chiedono aiuto e se possono ricambiano.
Il culto è stato molto vivo fino alla Seconda Guerra mondiale, quando nel Cimitero delle Fontanelle ci si riparava dalle bombe e da una morte molto più concreta e minacciosa. Poi nel 1969 il culto fu vietato dalla Chiesa, ma è sopravvissuto fino ad oggi e il quartiere Sanità aspettava la riapertura con trepidazione.
Nelle storie che racchiude il Cimitero si celano anche riferimenti alla cultura alta, a cominciare dalla vicenda di Don Giovanni, alla quale allude la leggenda del teschio del Capitano, uno dei più celebri del Cimitero, certamente quello che incute maggiore timore reverenziale. Di questo racconto circolavano varie versioni, una delle quali raccolta da Roberto De Simone. In ognuna comunque c'è sempre l'offesa arrecata da un giovane baldanzoso al vecchio sconosciuto, che poi si ripresenta con il suo carico di malasorte al matrimonio del giovane, provocando la morte sua e della sposa. A contendere la palma della celebrità al Capitano c'è la "capa che suda", ovvero il teschio di Donna Assunta, che pare assicuri fertilità. Uniche due salme intere, conservate nelle bare, sono quelle di Filippo Carafa e Donna Margherita Petrucci.
E se Ingrid Bergman nel "Viaggio in Italia" di Roberto Rossellini sperimenta proprio tra queste mura il suo maggiore turbamento, dando il via alla svolta drammaturgica del film, il Cimitero in realtà continua ad essere nell'immaginario napoletano un luogo di riparo, di riflessione, di quotidiana consuetudine. La sua bellezza austera e profonda l'hanno mostrata le fotografie degli anni Settanta firmate da Mimmo Jodice, del resto gli scugnizzi ci giocavano a pallone. Se i turisti lo prenderanno d'assalto, le anime pezzentelle sapranno come difenderlo.
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