Alla scoperta della Firenze leteraria, nelle strade degli scrittori
Corriere della Sera - Cultura

Alla scoperta della Firenze leteraria, nelle strade degli scrittori

Martedì 7 aprile 2026
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Sulle tracce degli intellettuali che la abitarono: da Prezzolini con la sua «Voce» in via dei delle Robbia, alla via Varchi di Calamandrei sino alla piazza Donatello di Umberto Saba

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Alla scoperta della Firenze leteraria, nelle strade degli scrittori

di Gino Tellini

Sulle tracce degli intellettuali che la abitarono: da Prezzolini con la sua «Voce» in via dei delle Robbia, alla via Varchi di Calamandrei sino alla piazza Donatello di Umberto Saba

I luoghi hanno un’anima. Non solo i paesaggi spettacolari, che trasmettono il fascino della natura. Non solo i capolavori urbanistici e architettonici che comunicano le emozioni dell’arte. Hanno un’anima anche le normali vie cittadine, ricche di memorie storiche. Poche altre città, come Firenze, confermano questa certezza.

Sarebbe un errore credere che la fisicità dell’ambiente circostante (angoli e borghi, strade e piazze, appartamenti, interni domestici) riguardi soltanto la visibile esteriorità del vivere. È viceversa il primo segnale da mettere in conto, perché traduce un modo di essere e di esistere, proietta al di fuori i connotati di un carattere.

 Il che riguarda non soltanto il cuore della città, entro la cerchia delle antiche mura, nel ricordo dei grandi del passato, ma riguarda anche la Firenze otto-novecentesca, appena fuori le mura, di respiro più prossimo a noi, come, per esempio, l’attuale via dei Della Robbia, così densa di suggestive evocazioni.

Chi la percorra da viale Mazzini a piazza Savonarola, s’imbatte prima, all’angolo con via Benedetto Varchi, al civico 23, nell’abitazione di Piero Calamandrei, uno dei membri più attivi dell’Assemblea Costituente, il grande giurista che invita a riflettere sulla responsabilità civile di ogni cittadino che è sottintesa nella nostra Costituzione, nonché l’eccezionale memorialista dell’Inventario della casa di campagna (1945), esempio insigne di autobiografia morale che s’ispira alla lezione della rivista prezzoliniana La Voce (1908-1916).

Fatto è che, andando avanti per la medesima via, prima del Villino Bernhardt al civico 106, eretto nel 1871 su progetto dell’ingegnere Renato Fucini, noto come pungente poeta satirico (Cento sonetti in vernacolo pisano, 1872) e novelliere (Le veglie di Neri, 1882); un po’ prima anche del civico 68, dov’è vissuto per vent’anni (dal 1903 al 1923) il medievista tedesco Robert Davidsohn, autore della monumentale Storia di Firenze, ecco che, all’attuale numero 50, ci troviamo di fronte a uno degli edifici più semplici e nudi dell’intera strada: qui, in «tre stanze e cucina» a un ultimo piano sottotetto, dov’è nata e cresciuta La Voce di Prezzolini, conviene fermarsi qualche minuto, non perché sia luogo più importante degli altri ora ricordati, ma perché qui le suggestioni si affollano.

Siamo del resto a due passi da piazza Donatello, dove nel 1910 Umberto Saba, con i suoi incantati occhi azzurri, recitava nottetempo Rio Bo e La fontana malata dell’amico Palazzeschi; a due passi anche da via La Farina 96, attuale 40, all’angolo con via Masaccio, dove abiterà Pietro Pancrazi dalla fine degli anni Venti e nelle vicinanze anche di via Repetti che, tra qualche decennio, avrebbe dato soggiorno a Gadda, al civico 11.

Così Prezzolini (L’Italiano inutile, 1953) ricorda la casa dov’è nata la sua rivista: 

«Quando mi stabilii a Firenze mi parve una fortuna di trovare un appartamento di tre stanze e cucina che corrispondeva ai miei mezzi ed ai miei gusti. Era in una casa stretta ed alta fatta […], con in mezzo la scala, un appartamento a destra e uno a sinistra, ed io potei prendere uno dei due che stava in cima, quello a destra di chi guarda la casa, sotto il tetto […], ma senza nessuno che mi passeggiasse sul capo. Per salirci dovevo fare, prima a destra e poi a sinistra, sedici rampe di, credo, ottanta scalini in tutto».

Importante per Prezzolini è che nessuno gli cammini sul capo. Anche nella lunga stagione del volontario esilio negli Stati Uniti, è vissuto, per vent’anni, in un’angusta soffitta sui tetti di New York. Nelle «tre stanze» fiorentine «trovammo posto io e mia moglie, poi ci stette anche La Voce e finalmente ci facemmo vivere anche un figliolo. Creature cresciute insieme». Questa assoluta mancanza di ostentazione (siamo negli anni del protagonismo estetizzante di D’Annunzio alla Capponcina di Settignano), questo dignitoso e pulito decoro piccolo-borghese sono il tratto distintivo del rigore morale tipico della «Voce».

A ribadire l’internazionalismo della rivista, poteva accadere (la testimonianza è di Giuliano Prezzolini) che giungesse da Parigi Medardo Rosso e che la sua voce robusta risuonasse nella strada: «appena arrivava da Parigi, alle ore più impensate, in via dei Della Robbia», chiamava i coniugi Prezzolini «a gran voce, magari alle cinque del mattino, […] facendo spalancare tutte le finestre del casamento: “Siete ancora a letto! Poltroni! Presto, presto! Sono così belli i colli fiorentini di primo mattino!”».

Nelle «tre stanze e cucina» l’erratico Prezzolini risiede dal 1907 al 1913 (quando si trasferisce a Campo di Marte, in via Saffi), a fianco della prima moglie, l’indimenticabile Dolores Faconti (1881-1962), la quale, cresciuta in una facoltosa famiglia milanese, è venuta diciannovenne (nel 1900) a Firenze per studiare all’Istituto Superiore di Magistero femminile, e per amore del marito (sposato nel 1905) ha condiviso con lui i disagi di un’esistenza operosa e frugale. Lei corregge le bozze della rivista, lei intrattiene rapporti di cordialità epistolare con i collaboratori, lei li ospita quando vengono in città, lei è il sostegno della casa. L’interno del piccolo appartamento di via dei Della Robbia ci è fotografato da Alberto Spaini (uno dei giovani triestini del gruppo vociano): «Dolores aveva saputo creare intorno a Prezzolini quell’ambiente povero e disadorno (smaterializzato) di cui egli aveva bisogno: intorno alle pareti librerie nude, di abete, i mobili più poveri, una grande scrivania, un paio di sedie, un divano-letto riempivano il resto dello studio».

Il celebre clima vociano è fatto non soltanto di ardimento intellettuale, ma anche di affetti, di passioni, di rigore etico, di profonda sensibilità umana, e Dolores (che riposa nel cimitero di San Domenico, sotto Fiesole) ne è interprete formidabile. Il parsimonioso nitore d’una Firenze insieme antisalottiera e antiaccademica, applicata nella fatica del lavoro giornaliero, basta a far toccare con mano una misura artistica come quella vociana, legata alla quotidianità, alla dimensione feriale dell’esistere, alla seria concretezza della vita.

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7 aprile 2026 ( modifica il 7 aprile 2026 | 08:11)

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