Angelo Tasca, da fondatore del Pci a «traditore»: la storia dimenticata che fa ancora discutere. Le lettere con Pannunzio
Protagonista con Gramsci e Togliatti, finì isolato tra accuse e sospetti: la parabola politica di un uomo scomodo. Le lettere che si scambiava con Pannunzio
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Angelo Tasca, da fondatore del Pci a «traditore»: la storia dimenticata che fa ancora discutere. Le lettere con Pannunzio
di Carla Piro ManderProtagonista con Gramsci e Togliatti, finì isolato tra accuse e sospetti: la parabola politica di un uomo scomodo. Le lettere che si scambiava con Pannunzio
«Qualcuno era comunista», per scomodare Gaber. Di certo lo era stato Angelo Tasca, il piemontese (era nato a Moretta) che nel 1921 insieme a Togliatti, Bordiga, Gramsci, aveva dato vita al Partito Comunista d’Italia, il PCd’I, e fondato, insieme a loro, il settimanale L’Ordine Nuovo, destinato a diventare un punto di riferimento per il movimento operaio torinese.
Quando fu espulso
Espulso dal partito nel 1929 per le sue posizioni contrarie allo stalinismo, si era trasferito in Francia e aveva iniziato a collaborare al settimanale Monde diretto da Henri Barbusse, con lo pseudonimo di Amilcare Rossi. Il 28 Febbraio 1950 si rivolgeva, da Parigi, a Mario Pannunzio. «Caro Pannunzio, l’articolo con cui ho rotto un silenzio che — per la stampa legale — durava da un quarto di secolo, l’ho destinato al Mondo, perché m’è parso il solo giornale che convenisse a certe vecchie pieghe del mio spirito, da cui mi sono venuti parecchi malanni, ma che spero di conservare sino all’ultimo. Riserverò volentieri al Mondo gli scritti che destinerò al pubblico italiano. L’articolo che uscirà nel Mondo susciterà discussioni e polemiche. Fui spesso invitato a scrivere da giornali parigini ma ho orrore del cosiddetto “sensazionale” e del giornalismo da fiera».
Il Mondo
Mario Pannunzio, che dirige Il settimanale Il Mondo, gli risponde il 7 marzo. «Caro Tasca, 7 marzo 1950 Le ho telegrafato annunziandoLe che l’articolo era comparso nel numero odierno. Sono lieto che Lei abbia accolto la mia proposta, le parole di simpatia che rivolge al Mondo testimoniano un’affinità che mi è molto gradita. Il Mondo vuol essere un punto di incontro di uomini di varia origine legati però da un comune ideale, di difendere quei valori civili e morali che quest’epoca di ferro va distruggendo. Sono curioso di vedere quale sarà la reazione del partito comunista al Suo articolo. La terrò informato in caso di polemiche o altro».
Nato come periodico di cultura laica, alternativo ai due blocchi, quello social-comunista e quello democristiano, il Mondo rivendica una linea indipendente, è «concepito come sede unitaria di liberali e democratici all’insegna dei valori laici dell’antifascismo, dell’anticomunismo e dell’anticlericalismo» e — scrive Michele Millozzi — ambisce ad essere «voce limpida dell’occidentalismo democratico».
La resistenza francese
Tasca è un uomo dalla vita tormentata: nel luglio del 40 ha aderito al nascente «Stato» di Vichy, si è presto pentito di quella scelta, ne è uscito, ha cominciato a collaborare alla resistenza francese, è stato incarcerato nel 44, poi rilasciato ma nel clima del dopoguerra, osteggiato dagli ambienti socialisti, democratici e, soprattutto, comunisti, Tasca ha consapevolezza di essere ormai tagliato fuori da un diretto impegno nella vita pubblica (carteggio Tasca Pannunzio, Archivio Camera dei Deputati).
Le elezioni
Comunque nel 1945, tornato in possesso della tessera di pubblicista, riprende il suo posto nel giornalismo politico. Il Mondo gli appare come il luogo ideale per riflettere liberamente e lontano dalle etichette. Il 7 giugno 1951 scrive: «Caro Pannunzio, continuo a seguire attentamente queste vicende, sicché sarò in grado di preparare pel suo giornale un’articolessa sui risultati elettorali. Potrei nella giornata di martedì terminare un articolo che partirebbe prima di sera e potrebbe quindi giungere a Roma, mandandolo per espresso, nella serata di mercoledì o al più tardi giovedì mattina; quest’articolo potrebbe già dare una prima “fisionomia” dello scrutinio, abbastanza precisa».
La collaborazione giornalistica conduce all’amicizia personale tra due uomini lontani geograficamente e politicamente, e quando filtra la voce di un’uscita di Pannunzio, Tasca scrive: «Non ho ancora visto il numero del giornale col suo commiato. La questione mi pare però posta e risolta: il Mondo perde colla manomissione di cui è l’oggetto la sua ragion d’essere e cessa d’essere, con esso, l’unico giornale ov’era possibile in Italia, scrivere in piena indipendenza». L’amico risponde il 27 giugno 1951: «Caro Tasca, le ho scritto qualche giorno fa che ero costretto a lasciare il Mondo. E infatti la rottura tra me e l’editore si era verificata, quando all’improvviso è avvenuto un chiarimento e i rapporti sono stati riallacciati. Il Mondo continua, così come è stato finora, con lo stesso indirizzo politico e gli stessi collaboratori».
Le polemiche su suo nome
Ma il nome di Tasca in Italia è ancora discusso. Il 9 maggio del ’52: «Caro Pannunzio, il prof. Salvemini insiste per pubblicare nel Mondo una nota in mia difesa. S’immagini, che qualcuno s’è permesso di chiamarmi “traditore”... Il caro amico, che ha l’indignazione più pronta della mia, alquanto smussata dai tempi e dalle vicende, vuole intervenire in difesa».
La polemica continua. Il 30 luglio del ‘52: «Caro Tasca, ecco un’altra lettera che mi è arrivata in questo momento. Non so se sia il caso che Ella risponda collettivamente e una sola volta, sunteggiando le lettere. Non vorrei che la polemica si trascinasse troppo a lungo e può essere che altre lettere pervengano».
La morte a Parigi
Il 1 agosto Tasca scrive a Salvemini informandolo della tempesta che infuria ancora intorno al suo nome. E gli dice: «Risponderò, poiché Pannunzio me ne prega, ma per quanto tempo dovrò, con tutto il lavoro che ho sulle spalle, rispondere agli sfaccendati che vogliono far parte del giurì?». Lungimirante la risposta di Salvemini a Tasca, 6 agosto 1952: «Purtroppo, credo, la polemica continuerà e non modificherà d’un millesimo l’atteggiamento dei comunisti e dei loro alleati». L’epistolario che si intensifica fino al 1953 e si conclude nel ’56 è la fotografia di «relazione amicale rimasta sempre formale ma non fredda» (Carteggio), che nella collaborazione ideale a distanza aveva trovato un punto di incontro. Tasca non rientrerà mai nel suo Paese, morirà in esilio a Parigi, nel 1960.
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