Piste nere, l'ultimo romanzo di Raffaella D’Elia: il vivido racconto delle madeleine d’infanzia a San Vito di Cadore
Corriere della Sera - Cultura

Piste nere, l'ultimo romanzo di Raffaella D’Elia: il vivido racconto delle madeleine d’infanzia a San Vito di Cadore

Lunedì 6 aprile 2026
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Per molti italiani l'arrivo sulla Dolomiti era l’approdo della villeggiatura lunga, una volta l’anno

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Piste nere, l'ultimo romanzo di Raffaella D’Elia: il vivido racconto delle madeleine d’infanzia a San Vito di Cadore

di Francesco Chiamulera

Per molti italiani l'arrivo sulla Dolomiti era l’approdo della villeggiatura lunga, una volta l’anno

Per molti italiani l’arrivo nelle Dolomiti non è quello unico e memorabile degli atleti delle Olimpiadi appena trascorse, e nemmeno il rituale familiare, a cadenza quasi settimanale, dei veneti in gita di giornata. No, per un certo pezzo di classe media italiana della seconda metà del Novecento, segnatamente peninsulare e romana, l’arrivo nelle Dolomiti è l’approdo della villeggiatura lunga, una volta l’anno, un approdo-miraggio, perché arriva dopo tante ore di viaggio in automobile, a risalire lungo la dorsale degli Appennini, seguendo in successione le città nei cartelli delle uscite autostradali, Firenze, Bologna, poi Padova, Belluno. 

Per queste ragioni si apprezza una volta di più il vivido racconto delle proprie madeleine d’infanzia a San Vito di Cadore, così intenso e dettagliato, che Raffaella D’Elia, scrittrice di Fregene, mette all’inizio del suo ultimo romanzo, “Piste nere” (Castelvecchi). «Le valigie caricate in macchina la sera prima, e poi alle quattro di notte la fuga da Roma. Direzione: San Vito di Cadore. L’estate per noi è questo lancio dal centro verso il Nord Italia, fatto delle voci modificate dal vento sull’autostrada che fa volare i capelli e le espressioni sulla faccia, un lancio fatto dai sorrisi di mia madre e dalle sue carezze, dalle soste ai pedaggi di mio padre, dalla cura con cui si toglie e mette gli occhiali da sole in galleria, dalle frasi in Veneto dei miei nonni, dalle grandezze mostruose dei tir che ci lasciamo indietro». Racconta ogni particolare, D’Elia, come fanno i bambini quando li ripercorrono a voce alta, per sovrascrivere la memoria spesso confusa, per ridisegnarne i contorni. 

A risalire l’Italia l’Alfettona bianca del papà, che si arrampica tornante dopo tornante, fino all’Hotel Il Cardo, «3 stelle, un’insegna bianca e senza pretese, un fiore disegnato con semplicità e grazia d’altri tempi», maestosamente chiamato «albergo-sanatorio» dall’autrice. Nel libro ci sono anche il rifugio Scotter e il fittizio rifugio Ballarin, i pomeriggi di luglio alla cartoleria della Cooperativa di Cortina, osservando il cambiare della propria mitologia interiore. Mentre retrocede una malattia dermatologica, quella della figlia, avanzano quelle dei genitori. Generazioni che si avvicendano. Ma sarebbe una morale troppo facile e consolatoria, il libro è molto altro, è un’inchiesta sul tempo e sulla malattia e sul mutare del ricordo. E i nostri itinerari d’infanzia, come la tortuosa strada di Alemagna, stanno lì a dirci che la geografia conta relativamente, quando è la geografia interiore, il senso che ha per noi, quella che conta davvero, e che trasforma i luoghi, li altera, li piega a sé.

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6 aprile 2026

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