Un fallimento oltre lo sport
Non ci siamo qualificati e ci siamo rassegnati Ma il problema non è il pallone. Mancano investimenti sui giovani
Un fallimento oltre lo sport
Enzo D'errico | 6 aprile 2026Non ci siamo qualificati e ci siamo rassegnati Ma il problema non è il pallone. Mancano investimenti sui giovani
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Il calcio non è più uno sport. Almeno in Italia. Ce ne accorgiamo adesso che, per la terza volta consecutiva, siamo stati eliminati dal Mondiale. Eppure va così da tanto tempo. Troppo. Non abbastanza, però, da cambiare rotta. Sono anni che i nostri stadi sono ridotti a cinemini di seconda visione (ve li ricordate?) dove si proiettano film di scarsa qualità, con attori sul viale del tramonto o esordienti pescati tra i rincalzi dei casting internazionali. Non è vero che lo show business ha soppiantato il gioco perché qui fa schifo pure lo spettacolo: è già molto se, durante l’intero campionato, si salvano cinque o sei partite. Il resto è noia, noia mortale. Altro che silenzio. Dunque, perché meravigliarsi se dal 2018 sbattiamo il grugno sul portone di un torneo così prestigioso e torniamo a casa incerottati dalle solite promesse d’imminenti palingenesi? L’Italia è lo specchio di ciò che siamo diventati: un Paese schiacciato sul presente, guidato da una classe dirigente dedita esclusivamente al suo «particulare» e incapace di programmare il futuro. Siamo la patria dell’usato garantito, un paio d’anni buoni e poi ci pensa iddio. Male che vada, ci appelliamo ai singulti del cuore, alla retorica dei sentimenti e a tutto ciò che, nella buona quanto nella cattiva sorte, strizza lacrime dagli occhi e così sbiadisce, ma non lava, la pece di colpe recidive che, passata la tempesta, torneranno ancora e ancora a ostruire l’orizzonte.
Da giorni sentiamo dire: bisogna ricominciare dai giovani. E dove sono i giovani? La stessa domanda vale per la scienza, le arti, l’imprenditoria. Nel migliore dei casi, li abbiamo messi in cantina, convinti che l’anagrafe italiana abbia parametri diversi da quelli in vigore nel resto del mondo. Da noi è giovane perfino un quarantenne che, altrove, sarebbe al top della carriera o quasi. Restiamo al calcio: Antonio Vergara, una delle sorprese più liete della serie A, ha praticamente esordito nel Napoli a 23 anni, un’età che in Europa suggella la fioritura piena di un talento e non il suo timido sboccio. Attenzione, però: gli hanno affidato una maglia da titolare soltanto perché mezza squadra era acciaccata, altrimenti sarebbe finito a farsi le ossa in un club minore. Sparendo lentamente dalla scena. Insomma, di cosa ci stupiamo? Fingiamo di non sapere che, tra il 2011 e il 2024, sono emigrati circa 630.000 italiani d’età compresa fra i 18 e i 34 anni, la metà con un diploma di laurea. Si stima che la perdita di valore in termini di capitale umano s’aggiri intorno ai 150 miliardi di euro. In sostanza, paghiamo la formazione culturale e professionale dei nostri ragazzi per poi lasciarne il frutto agli altri Paesi. Capirete che, di fronte a dati del genere, ascoltare le solite chiacchiere sulla penuria di talenti o sul fatto che non si gioca più in strada produce un effetto del tipo: «ma dove vivono costoro?». Il calcio non è il Regno del Nord, un mondo immerso nel perenne inverno. Fa parte di quella geografia ben più complessa che è il sistema Italia e, come tale, ne riflette vizi e virtù. A cominciare, appunto, dalla mancata declinazione della parola «giovane» che comporta un profondo sovvertimento di senso.
Primo esempio: giovane significa futuro e il futuro presuppone una politica capace di lavorare sui tempi lunghi, meno incline a sbandierare il successo occasionale e più votata a costruire ponti per le generazioni a venire. Ciò, a sua volta, implica necessariamente il prevalere della strategia sulla tattica, dell’investimento sullo sperpero e del bene comune sull’interesse privato. Ebbene, quale classe dirigente si è mossa lungo queste direttrici negli ultimi vent’anni? Nessuna. Abbiamo tirato a campare, sottraendo soldi all’istruzione e alla ricerca per elargire mance elettorali. Non abbiamo mostrato il coraggio indispensabile per adottare scelte dolorose nell’immediato ma efficaci a lungo termine.
Secondo esempio: la crescente emorragia di giovani non è questione di destra o di sinistra, né può essere adoperata come oggetto contundente nella battaglia tra i partiti. Siamo dinanzi a un’emergenza nazionale che richiederebbe un libero confronto in Parlamento e, se possibile, un’azione comune dei due schieramenti.
Ma la politica, ormai, interviene all’istante sulle dimissioni di Gattuso e Gravina mentre tace testardamente sul resto. Che poi è il nocciolo vero di questa storia. Allora perché sorprendersi dell’ennesima bocciatura azzurra se il calcio, riflesso più nitido della nostra anima popolare, altro non è che l’ultimo vagone di un treno che ha smarrito la destinazione? Siamo fermi sui binari da troppo tempo e temiamo di rimetterci in moto per inseguire il domani. Guardiamo la vita che scorre fuori dal finestrino perché è più comodo così. Tanto fra quattro anni i Mondiali torneranno da queste parti. E noi saremo ancora qui. Immobili. A vederli passare.
6 aprile 2026
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