La questione universitaria meridionale
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La questione universitaria meridionale

Lunedì 6 aprile 2026
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La questione universitaria meridionale

di Andrea Patroni Griffi

Il Rapporto Anvur 2026 sul sistema della formazione superiore e della ricerca contiene una delle analisi più nette degli ultimi anni sulla condizione delle università italiane e, in particolare, su quelle del Mezzogiorno. Il suo messaggio è chiaro e va preso sul serio: le università del Sud non soffrono soltanto per debolezze interne, ma perché operano in condizioni strutturalmente più difficili, che incidono sulla capacità di attrarre studenti e ricercatori, trattenere laureati e costruire relazioni stabili con il sistema produttivo.

È vero che il sistema universitario italiano cresce nel numero complessivo degli iscritti, ma questa crescita è trainata soprattutto dagli atenei del Nord e del Centro.

Nel Mezzogiorno, invece, quasi un’università su due registra una riduzione degli studenti. Ancora più significativa è la perdita che si verifica nel passaggio alla laurea magistrale.

Proprio la parte più qualificata della domanda formativa, quella su cui investire per il futuro, tende a spostarsi altrove. In altre parole, il Sud continua a formare capitale umano che poi si trasferisce, anche già dopo il diploma.

Siamo sull’orlo di un vero e proprio precipizio demografico. Bene esserne consapevoli prima di caderci dentro, se già in verità non è troppo tardi. Le proiezioni indicano una riduzione importante di matricole nei prossimi vent’anni. In un Paese che già oggi ha una quota di laureati inferiore alla media europea, l’impatto sarà generale. Il Nord potrà solo illudersi di rinviare il problema di qualche anno grazie all’afflusso di studenti meridionali. Il Mezzogiorno lo sta già vivendo. Qui la denatalità si somma alla mobilità in uscita e allo spopolamento ormai stabile di giovani che non tornano più, segno tangibile che, al di là di ogni retorica, molte famiglie investono ormai soprattutto in opportunità di lavoro future, più che in percorsi formativi ritenuti migliori.

Come ha evidenziato anche l’ultimo Rapporto Svimez, peraltro, non si spostano soltanto i giovani. Sempre più spesso si trasferiscono interi nuclei familiari che raggiungono figli ormai residenti e occupati altrove. È l’intero tessuto sociale del Mezzogiorno che rischia così di indebolirsi insieme alle sue università.

C’è però un dato del Rapporto Anvur che aiuta a comprendere la natura profonda del problema. Il divario non nasce dentro le università, ma «intorno» ad esse. Minore densità di imprese innovative, fragilità e scarsa qualità del mercato del lavoro, infrastrutture insufficienti, debolezza del sistema creditizio territoriale e assenza di grandi fondazioni bancarie capaci di sostenere ricerca e diritto allo studio sono tutti fattori che rendono gli atenei meridionali strutturalmente meno competitivi rispetto a quelli collocati nelle aree economicamente più forti del Paese. Anche vicende simboliche, come quella del Banco di Napoli — narrato come «salvato», solo che neanche i crediti maturati dalla Sga sono tornati al Sud — segnalano quanto manchi una infrastruttura finanziaria e creditizia capace di accompagnare lo sviluppo accademico meridionale.

L’alta istruzione non può essere considerata, da sola, il motore dello sviluppo se non è accompagnata dal contesto economico in cui opera.
Ignorare questa realtà significa progettare politiche formalmente neutrali ma sostanzialmente diseguali.

Non si tratta di una questione nuova, né tanto meno di un tema da piegare a letture politiche strumentali e contingenti. Basta ricordare che già la sentenza n. 104 del 2017 della Corte costituzionale, scritta da Marta Cartabia, aveva chiarito che il costo standard universitario non può essere interpretato come una variabile meramente tecnica — il famoso algoritmo che neutrale non è — ma deve tener conto dei differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui operano le università. Una cosa è il costo medio sostenuto dal sistema per formare uno studente in astratto; altra cosa è il costo che una singola università sostiene per formare i propri studenti in concreto in un territorio economicamente più fragile. Fu una decisione importante perché produsse effetti concreti nella redistribuzione delle risorse a favore delle università in territori più deboli.

Il Rapporto Anvur torna oggi sullo stesso punto con un’osservazione altrettanto chiara. La cosiddetta quota perequativa del Fondo di finanziamento ordinario opera soprattutto come correzione ex post degli squilibri generati dalle altre componenti del modello. Affidare a una quota residuale il compito di compensare effetti strutturali sedimentati nel tempo significa non affrontare il problema alla radice.

Servono interventi strutturali ex ante, non meri aggiustamenti marginali a valle. Occorre riconoscere condizioni di partenza differenti e prevedere strumenti compensativi adeguati, quali risorse aggiuntive vincolate a obiettivi di miglioramento, criteri premiali capaci di valorizzare i progressi oltre ai livelli assoluti, investimenti mirati in infrastrutture e servizi. In altre parole, realizzare una vera politica nazionale di coesione territoriale, che l’Italia — a differenza di altri Paesi europei come Germania e Spagna — non ha mai costruito in modo continuativo dopo la stagione iniziale dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno.

Il Rapporto Anvur segnala, poi, anche come la crescita delle università telematiche sia fattore di ulteriore indebolimento degli atenei territoriali nel Mezzogiorno. Le telematiche sono ormai attrattive anche per docenti e ricercatori e rispondono a esigenze reali di flessibilità; proprio per questo, però, una competizione divenuta strutturale non può essere giocata al ribasso sulla qualità della formazione e sulla valutazione degli studenti, che richiede un presidio pubblico particolarmente attento.

Le criticità evidenziate nel Rapporto non esauriscono tuttavia il quadro.
Tra il 2019 e il 2024 i proventi per la ricerca per docente crescono in tutto il Paese, ma proprio il Mezzogiorno registra l’incremento relativo più forte. È un segnale importante. Il PNRR ha contribuito in modo decisivo a questa dinamica, finanziando dottorati, edilizia universitaria e reclutamento. Il problema, ora, è ciò che accadrà dopo. Senza un consolidamento strutturale, il rischio è che questa crescita resti episodica.

In questo quadro, il «sistematico spostamento del baricentro finanziario del Fondo di finanziamento ordinario verso gli atenei del Nord», esplicitamente segnalato nel Rapporto Anvur, non è l’esito fisiologico della competizione universitaria, ma il segnale di uno squilibrio strutturale incompatibile con una politica nazionale di coesione.

Il Mezzogiorno rappresenta ancora circa un terzo degli studenti universitari italiani. Se questa parte del Paese perde capacità, perde competitività l’intero sistema nazionale. La questione universitaria meridionale non riguarda dunque soltanto il Sud, ma il modello di sviluppo del nostro sistema complessivo.

Si tratta, in definitiva, di interrogarsi su quale Paese vogliamo essere. Un sistema che investe storicamente meno di altri grandi Paesi Ocse in università e ricerca e che, nello stesso tempo, consente che si approfondisca il divario territoriale nella formazione superiore indebolisce sé stesso. Le fragilità interne degli atenei meridionali esistono e vanno affrontate con decisione, ma è il contesto economico e sociale a determinarne in larga misura la posizione competitiva. E mentre l’onda lunga della denatalità si avvicina anche alle regioni più forti, non sarà più possibile compensare gli squilibri con la mobilità degli studenti dal Sud verso il Nord, se non risultando attrattivi almeno per giovani provenienti dall’Estero. Un Paese che lascia indebolire le università del Mezzogiorno non rafforza le altre.
Riduce, invece, la propria capacità complessiva di crescita, innovazione e coesione e stabilizza una frattura territoriale che compromette, a ben vedere, la competitività dell’intero sistema nazionale.

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6 aprile 2026 ( modifica il 6 aprile 2026 | 10:03)

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