L’amore, quando è sano, non è avaro. Non fa nessun conto col pallottoliere
Corriere della Sera - Cultura

L’amore, quando è sano, non è avaro. Non fa nessun conto col pallottoliere

Domenica 5 aprile 2026
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L’amore, quando è sano, non è avaro. Non fa nessun conto col pallottoliere

di Candida Morvillo

Cara Candida, ho 42 anni e frequento un uomo che sulla carta è perfetto: educato, puntuale, sportivo, laureato e con un buon lavoro da impiegato. Il problema è che confonde corteggiamento e contabilità. Divide tutto. Ma non «in modo moderno», tipo una volta offro io, una volta lui. No: lo fa da ragioniere, da esattore del fisco, non so. Se prendiamo due caffè, mi manda il Paypal della sua metà o mi ricorda la mia. Una sera mi ha scritto: «Ti ho anticipato 7 euro del parcheggio, poi facciamo i conti». Io non ho mai pensato che la vera intimità, oggi, sia condividere l’Iban. Al ristorante, studia il conto con la concentrazione di un revisore dei conti e divide in base a cosa ha preso uno e l’altro. Lui dice che in una coppia è importante la parità. Peccato che a me sembri ragioneria. Non sono una mantenuta, anzi: sono stata cresciuta con grande senso di indipendenza, mia madre mi ha cresciuta da sola e mi ha sempre detto che come prima cosa devo essere indipendente. Io la mia indipendenza l’ho costruita con grandi sacrifici e sono la prima che non pretende che un uomo mi offra tutto. Ma qui non è parità: è una tristezza organizzata. E la cosa assurda è che, quando gli ho detto che apprezzerei una cena romantica o una sorpresa, mi ha risposto: «Sei antica». Può darsi. Ma davvero il futuro dell’amore è un’App per dividere il tiramisù?
Giulia
 
Cara Giulia, no, il futuro dell’amore non è un’App per dividere il tiramisù. Quello non è progresso: è avarizia pregressa. E niente va tanto in disaccordo con l’amore quanto la tirchieria. L’amore, quando è sano, è slancio. È dare senza tenere il pallottoliere in mano. Parliamo anzitutto di sentimenti: dare gioia, sicurezza, felicità, emozioni, presenza. Ma chi è così controllato nel dare economicamente, lo è anche nel resto. Non ho mai conosciuto una persona avara coi soldi e prodiga coi sentimenti. Perché il punto non è il conto del ristorante: è la mentalità che c’è dietro. È l’idea che in ogni gesto debba esserci una compensazione esatta, un riequilibrio, una tutela contro il rischio di «rimetterci». E l’amore, invece, è proprio il luogo in cui si accetta di rimetterci qualcosa con gioia: tempo, energie, comodità, denaro, sonno, pazienza. È un piccolo spreco felice, non una nota spese. Tu fai bene a voler essere indipendente. Però qui non stiamo parlando di dipendenza economica né di ruoli antiquati. Stiamo parlando di stile, di larghezza, di capacità di offrire all’altro anche leggerezza. Una persona può essere rigorosa con i conti e insieme elegante nei modi. Il tuo uomo, invece, non ti sta offrendo parità: ti sta imponendo una contabilità. E la contabilità, per definizione, registra, controlla, pareggia, non seduce. Se uno ti manda il Paypal della sua metà del caffè, non sta inneggiando alla parità: ti sta comunicando che il suo terrore di spendere supera il piacere di offrirti un gesto. E questo, permettimi, non promette benissimo. Perché se uno si irrigidisce su sette euro di parcheggio, come farà il giorno in cui dovrà dare davvero? Dare tempo, attenzioni, disponibilità, presenza? Come farà a «spendere» sé stesso, che è poi la sostanza dell’amore?
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Gentile Candida, ho 53 anni. Ho una moglie che amo e una figlia di 22 che adoro. Il problema è che più nostra figlia cresce, più mia moglie smette di essere mia moglie e diventa soltanto madre. Tutto gira intorno a nostra figlia. I suoi umori, i suoi esami, il suo ragazzo, il suo futuro, il suo sonno, il suo cibo, la sua ansia. Se nostra figlia tossisce, mia moglie salta. Se io parlo, ascolta a metà. Se provo a sottoporle un mio problema, mi risponde: «In questo momento lei ha bisogno». È come se in questa casa ci fosse posto per una sola fragilità, e non è mai la mia. Io non voglio competere con mia figlia, ci mancherebbe. Ma sto diventando il parente sano, quello che non disturba. E più faccio il comprensivo, più sparisco. La sera mia moglie crolla nel letto parlando di nostra figlia. Mi vergogno perfino a scriverlo, perché sembra una gelosia sporca. Ma io non sono geloso di mia figlia: sono stanco di essere l’ultimo della fila. Mi dica: si può salvare un matrimonio quando uno dei due ha consegnato tutto sé stesso ai figli?
Paolo
 
Non solo madre, ma anche donna, compagna, persona
Caro Paolo, si può salvare, ma solo se sua moglie si accorge che essere madre non esaurisce il suo essere donna, compagna, persona. Lei non è geloso di sua figlia, le manca il naturale scambio di attenzioni che deve esserci in una coppia. Sua moglie ha scambiato la dedizione materna con l’annullamento. E il primo rischio è che faccia danni proprio a vostra figlia, abituandola a essere iperprotetta e a non cavarsela da sola. Nel frattempo, lascia lei in una terra di nessuno. Lei dovrebbe uscire dal ruolo di «parente sano» e parlare finalmente da marito. Non con la recriminazione infantile «pensi solo a lei», ma con una verità adulta, ricordando a sua moglie che esistete anche voi due. E spiegandole che dovete mettere vostra figlia in condizione di essere autonoma e andare avanti con le sue gambe prima che il vostro matrimonio frani.

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