L’Europa e i veleni ungheresi
Corriere della Sera - Cultura

L’Europa e i veleni ungheresi

Sabato 4 aprile 2026
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Verso le elezioni in Ungheria. Orbán: da paladino liberale e anticomunista a fiancheggiatore di Putin e autocrate. Gli errori del Vecchio Continente

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L’Europa e i veleni ungheresi

Goffredo Buccini | 4 aprile 2026

Verso le elezioni in Ungheria. Orbán: da paladino liberale e anticomunista a fiancheggiatore di Putin e autocrate. Gli errori del Vecchio Continente

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Il 16 giugno 1989, sulla piazza degli Eroi di Budapest, Viktor Orbán tenne un gran discorso da liberale qual era. La Cortina di Ferro si stava sgretolando, ma il regime fantoccio dei sovietici alternava aperture e repressione. Alla commemorazione di Imre Nagy, primo ministro della rivoluzione del 1956 stroncata da Mosca, molti avevano ancora paura a parlar chiaro. Lui no. L’autrice di Tainted democracy (democrazia corrotta), Zsuzsanna Szelény, allora sua sodale e oggi sua avversaria, ricorda che quel ragazzo coraggioso diede semplicemente ai russi il preavviso di sfratto dall’Ungheria.
«Possiamo porre fine alla dittatura comunista»,
tuonò, invocando libere elezioni. Gli intellò di mezza Europa adottarono l’enfant prodige.

Un quarto di secolo dopo, con l’Ungheria nella Ue, il giovane liberale d’un tempo, appesantito nel fisico e nello spirito, seppellì con un altro famoso discorso tutti gli ideali grazie ai quali aveva raccolto allora i suoi coetanei nell’alleanza democratica di Fidesz: «La nazione ungherese non è solo un gruppo di individui, è una comunità che va rafforzata: perciò stiamo costruendo in Ungheria uno Stato illiberale». Le libertà individuali sarebbero state rimpiazzate dall’intervento governativo, i cittadini «accuditi» dal pubblico paternalismo. Orbán cambiava pelle, Fidesz con lui: stelle polari diventavano la Russia di Putin e un cupo conservatorismo pre-illuminista. L’ossimoro della democrazia illiberale sarebbe diventato presto un brand tra i sovranisti d’ogni latitudine. L’amico Viktor «uno dei più grandi leader morali del mondo», secondo il guru nero Steve Bannon.

Il prossimo 12 aprile, il primo ministro di Budapest, al potere ininterrottamente ormai da sedici anni, tenterà di essere rieletto per la quinta volta consecutiva, nonostante l’impopolarità crescente e lusinghieri sondaggi per il suo rivale, Péter Magyar. Molto è in gioco alle urne, sicché molto vi si muove attorno. Manovre d’influenza di Mosca, intrusioni dell’America trumpiana (JD Vance è in arrivo martedì), troll scatenati contro Magyar, voto di scambio, acconcio ridisegno dei collegi elettorali allo scopo di favorire il governo, persino il progetto russo d’un finto attentato per riportare Orbán nel cuore dei suoi connazionali: queste e altre trame vengono denunciate dalla stampa internazionale, dalle ong, dai pochi media locali che ancora hanno voce. Si temono poi strascichi avvelenati, in un Paese dove il primo ministro ha stravolto la Costituzione, soggiogato la magistratura, messo il guinzaglio all’informazione, creato un’imprenditoria cleptocratica con una stretta cerchia di familiari e amici. Secondo le statistiche l’Ungheria è lo Stato più corrotto e tra i più poveri dell’Unione europea. Pochi altri posti mostrano così plasticamente come i nemici della rule of law si tendano la mano dalla Casa Bianca al Cremlino. Una bella pagina di Dataroom, firmata da Milena Gabanelli e Maria Serena Natale, spiega come l’autocrate magiaro sia diventato in tre lustri il babau delle democrazie liberali, il campioncino del populismo sovranista e il fido maggiordomo di Putin: usando con spregiudicatezza il diritto di veto concesso ai suoi membri dall’Unione europea e i fondi strutturali e di coesione elargiti dalla Ue non meno generosamente (in 13 anni una sessantina di miliardi), sfidando e frenando, rilanciando un’autocrazia competitiva dove ancora si vota ma sono saltati tutti i contrappesi di garanzia e dunque è assai difficile cambiare maggioranza.

Ciò che però può esserci utile è chiedersi perché.
Perché mai quel giovane liberale diventò un apostata? La ragione più ovvia è l’opportunismo: Orbán vide a destra spazi che non trovava altrove per la sua enorme ambizione. Ma allora la domanda diventa un’altra: perché s’erano creati quegli spazi al di fuori del neonato sistema liberale? Ivan Krastev e Stephen Holmes puntano il dito, nel loro saggio La rivolta antiliberale, sulle performance imitative imposte dall’Occidente, assieme alle promesse di libertà, a una società congelata da mezzo secolo di tirannia statalista; sul misto di emulazione e frustrazione che ne derivò; su una comunità vista come rete di produttori e consumatori al netto dei valori spirituali; su privatizzazioni spesso pilotate da ex insider del regime comunista. È questo mondo propenso alla retrotopia (cioè alla nostalgia per un passato idealizzato e spesso inesistente) che Orbán ha saputo interpretare e cavalcare, col suo fastidio per le fredde procedure dei burocrati brussellesi, la sua voglia di tornare a un uomo forte che sollevi ciascuno dal fardello di decidere. Il liberismo non sempre produce liberalismo: se lasciato a briglie sciolte può generare reazioni avverse.

In questo senso l’autocrate di Budapest è un vero figlio di quest’Europa e dei tragici difetti che ne hanno accompagnato l’allargamento dal Trattato di Nizza del 2000 in avanti. Che sia in gioco il nostro destino di europei e non solo quello degli ungheresi è dunque verissimo. Ma è ulteriore segno dell’implausibilità della costruzione europea per come è, con buona pace degli ottimisti cronici e dei motti di Jean Monnet. Orbán può bloccare i fondi vitali per l’Ucraina, indicare Kiev come un nemico in campagna elettorale, sabotare scelte decisive dell’Unione senza mai pagare pegno. Nel caso di una sua rielezione la Ue starebbe preparando le armi: dal congelamento totale dei finanziamenti alla sospensione del diritto di voto (che ha però un iter molto complesso). Forse è troppo tardi, o troppo poco. Con Trump «disgustato» dalla Nato, la Ue non può permettersi più una quinta colonna putiniana. L’immagine del ministro degli Esteri di un suo Stato membro che, chiamando l’omologo russo per informarlo in tempo reale di discussioni riservate nel Consiglio europeo, lo saluta con un «sempre ai vostri servizi» è peggio d’un crimine, è un errore.

4 aprile 2026

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