Pif al Conca Verde con l'opera dedicata a Bergoglio: «Faccio film personali, Francesco rivoluzionario»
«Penso non sia sbagliato affidarsi al punto di vista dei bambini davanti a temi come fede e mafia». Il regista annuncia anche il ritorno in tv
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Pif al Conca Verde con l'opera dedicata a Bergoglio: «Faccio film personali, Francesco rivoluzionario»
di Massimo Laganà«Penso non sia sbagliato affidarsi al punto di vista dei bambini davanti a temi come fede e mafia». Il regista annuncia anche il ritorno in tv
Le vie del Signore sono infinite. O tali sembravano, durante il pontificato di Papa Francesco. Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, 53 anni, è partito da uno smisurato amore verso Jorge Bergoglio, per edificare il suo quarto film da regista, «…che Dio perdona a tutti». Un’opera che illustra un percorso religioso con ironia e profondità, in bilico tra il Bene universale e la passione per i dolci siciliani. Agnostico sperante e non credente, il conduttore palermitano ha espressamente dedicato al Pontefice argentino la sua ultima pellicola, che ha presentato al Conca Verde ieri, venerdì santo, ça va sans dire.
Come mai è rimasto così ammaliato dalla figura di Papa Francesco?
«Ho avuto la fortuna di conoscerlo. Lo sentivo vicino. Praticava un’esistenza semplice, fuori dagli schemi. Quando implorava “pregate per me”, compiva un atto rivoluzionario. Poneva sullo stesso piano l’orazione di un fedele e quella del Pontefice. Ci faceva sentire tutti uguali, davanti a Dio».
Lei è un ateo possibilista. Aperto al confronto. Soprattutto da quando è il felice papà di una bimba, che oggi ha cinque anni. Azzardo un ossimoro: credere dubitando. È una strada praticabile?
«Probabilmente è un progetto troppo ambizioso perfino per me. Comunque, sia chiaro, invidio chi ha il dono della fede. Ma penso che bisognerebbe metterla in discussione, di tanto in tanto. Proprio per renderla più viva».
Nel nostro Paese il cattolicesimo è vissuto, fondamentalmente, più a parole che nelle azioni. Ne conviene?
«La modalità italiana facilita la vita. Cerchiamo di evitare l’inferno, senza rinunciare a niente. Perché sappiamo che, se si pecca, troveremo un prete pronto ad assolverci. È il senso del detto siciliano, che ha ispirato il titolo del film, tratto dal mio primo libro».
I dolci siciliani potrebbero essere la prova dell’esistenza di Dio?
«Assolutamente sì. Non a caso molte nostre prelibatezze sono nate nei conventi. La bellezza non può essere frutto del male. Di certo non è stato il diavolo a creare il cannolo».
I bambini ci guardano. Nei suoi film lo sguardo fanciullesco rappresenta spesso il focus narrativo. Qual è il motivo?
«Mi viene istintivo. Nella prima parte della nostra esistenza, siamo puri. Ci poniamo le domande che gli adulti non si pongono più. Da piccoli non si ha paura di dare giudizi controcorrente. Crescendo, quest’innocenza si perde. Perciò, quando mi confronto su temi importanti come la fede o la mafia, penso non sia sbagliato affidarsi al punto di vista dei bambini».
«La mafia uccide solo d’estate» è stato il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa, nel 2013. Girerà ulteriori pellicole su Cosa nostra?
«Boh, ritengo di sì. Però la mafia è cambiata e cambierà. Dovrò trovare un linguaggio alternativo, per descriverla. Non è scontato che ne sarò capace».
Cosa vuol fare da grande?
«Esattamente quello che sto facendo. Il sogno era diventare regista. Ci sono riuscito e vorrei continuare così».
Ha un futuro nei panni di attore, diretto da altri autori?
«È successo in passato, potrebbe ricapitare. Non lo escludo. Il problema è che ho un limitato numero di espressioni. Se c’è un regista che si accontenta, sono a disposizione».
Il suo programma culto su Mtv, «Il testimone», ha scritto pagine di bella televisione. Tornerà sul piccolo schermo?
«Presto. Con argomenti nuovi».
Giusy Buscemi è la brillante coprotagonista di «…che Dio perdona a tutti». Interpreta la religiosissima figlia del pasticciere, che le fa perdere la testa e trovare la fede, forse. Come sceglie le attrici e gli attori?
«È la sceneggiatura a decidere. Non ho mai nomi prefissati. A stesura terminata, la selezione è naturale».
Quanto conta il vissuto personale, nella sua attività?
«Assai. Adoro mescolare e raccontare i ricordi. Alla fin fine, parlo sempre di me, nelle opere che scrivo e dirigo. Un po’ mi dispiace. Vorrei essere in grado di narrare storie diverse, completamente inventate. Ogni volta che avvio un’avventura artistica, mi fisso l’obiettivo di non mettere in mezzo il sottoscritto. E invece, ogni volta, ci ricasco, inesorabilmente».
Il Signore la perdonerà.
«E certo! Dio perdona a tutti».
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4 aprile 2026
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