C'era un ragazzo e c'è ancora
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C'era un ragazzo e c'è ancora

di Diego De Silva

A 81 anni suonati (è proprio il caso di dirlo), Gianni Morandi riparte con un nuovo tour nei principali palazzetti italiani dal titolo «C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story», che celebra, insieme alla sua carriera, i sessant’anni della hit «C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones», la prima, se non l’unica canzone italiana pacifista che protestò apertamente contro la guerra in Vietnam e fu censurata dalla Rai per il suo contenuto antiamericanista. 

«Non è un paese per vecchi», titolo di un bellissimo romanzo di Cormac McCarthy e del film tratto poi da quel libro, diretto dai fratelli Cohen, non sembra proprio adattarsi al nostro, di paese, dove nel 2025 la denatalità ha toccato un nuovo minimo storico con 355.000 nascite e un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente e dove, come dimostra anche l’imminente tour di Gianni Morandi, la vecchiaia non è mai stata così attiva e richiesta.

D’accordo, lui (Morandi) è talmente un caso che non fa quasi testo, dotato com’è di una vitalità, una voce, una presenza scenica familiare e un’umilità artistica che gli permette di passare dall’occhio di bue del palcoscenico alla scopa per spazzare i fiori scempiati a calci dal (giovane) cantante Blanco dopo una sclerata gratuita in un’esibizione sanremese di qualche anno fa (ricordate l’allibizione di Amadeus mentre Morandi era già alla ramazza per ripulire il palco?).
Ma in un paese dove basta girare per strada per registrare la penuria di bambini che avvilisce le popolazioni dei quartieri, anche il suo tour diventa simbolico di un protagonismo della tarda età che contraddice platealmente la verità biologica per cui il mondo dovrebbe appartenere ai giovani.
Del resto, viviamo in un’epoca di verità non oggettive ma percepite: vale per la moneta (ricordate la percezione dell’euro all’alba del passaggio dalla lira? Ci sono voluti anni per perdere l’abitudine di pensare in lire e piantarla di giocare mentalmente al raddoppio per scandalizzarsi del costo della nuova vita corrente), per il clima (tanto che oggi la meteorologia distingue fra tempo registrato e tempo percepito, una dicotomia al rialzo simile a quella dell’euro), e anche per l’età, dove la percezione degli anni vale più dell’anagrafe. 

Dunque, noi di là con gli anni potremmo percepirci più di qua che di là, al netto degli acciacchi: il tempo che attraversiamo ci offre questa illusione collettiva che solo un paio di generazioni fa sarebbe stata inconcepibile. Il privilegio estetico di questo tempo non è quello di fare i giovani (nel senso di fingersi tali), che è sempre un salto nel ridicolo e nel penoso, ma nel fare (non proprio i vecchi, ma) gli anziani, mostrare gli anni senza vergognarsene, e anzi pensare (o anche solo illudersi) che proprio il carattere e l’espressività che si acquista con l’avanzare della vita costituisca un elemento di fascino.
A sabato prossimo.

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