Arturo Brachetti porta «Cabaret» a teatro e racconta Parigi: «Tramonto di una capitale, dalla vita notturna anni '70 a una città per pensionati»
Dal 9 al 12 aprile al Teatro Alfieri di Torino, Arturo Brachetti sorprende nei panni dell’Emcee tra musica, libertà e inquietudini della Berlino anni ’30
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Arturo Brachetti porta «Cabaret» a teatro e racconta Parigi: «Tramonto di una capitale, dalla vita notturna anni '70 a una città per pensionati»
di Francesca AngeleriDal 9 al 12 aprile al Teatro Alfieri di Torino, Arturo Brachetti sorprende nei panni dell’Emcee tra musica, libertà e inquietudini della Berlino anni ’30
La Storia giudicherà. Ma, tragicamente, da essa non impariamo mai. Dal 9 al 12 aprile torna al Teatro Alfieri Cabaret the musical, diretto e interpretato da Arturo Brachetti. È una delle storie -tratta dal romanzo di Christopher Isherwood- più iconiche del teatro. Siamo in una Berlino anni 30, libera e seducente, esagerata, inquietante. Tutto qui, è permesso. Il bene come il male. Lo spettacolo è molto contemporaneo e intreccia le vicende di Sally Bowles, dell’enigmatico Emcee e di un’umanità sospesa tra libertà e paura. «Vedrete un Brachetti diverso, che non vi aspettate».
Tanto diverso da portarla a cambiare genere?
«Adoro il teatro. È un mezzo per fare quel gioco antichissimo: stare in circolo davanti a un fuoco e raccontare storie. Farlo è energia, e anche vederlo. Ho desiderato per secoli interpretare il ruolo di Emcee…».
E perché non lo faceva?
«Pensavo di non essere in grado. Io non ero e non sono capace a cantare. Poi, dopo il Covid, ho preso delle lezioni e ho scoperto che posso riuscirci. Imparare una cosa nuova dopo i sessant’anni è incredibile, perché pensi che il mondo finisca lì e invece continua…. Quando Fabrizio Di Fiore, tre anni fa ha acquisito i diritti e me lo ha proposto, ho accettato felice».
Lei ha il phisique du role perfetto per quella Berlino scatenata.
«Era una spina nel fianco per Hitler, Berlino. Era il periodo dell’Espressionismo tedesco, Fritz Lang fa Metropolis, esce l’Angelo azzurro, l’arte in Germania è ai massimi livelli. Freud aprì un laboratorio di tre piani per studiare la sessualità. E c’erano mille locali dove potevi stare fino al mattino: teatri di rivista, club sessuali, cabaret, tutto…».
Penso ai Subsonica che raccontano di essere nati in un periodo in cui ai Murazzi c’erano mille locali uno dietro l’altro, tutti diversi…
«E gli esempi sono infiniti. La Parigi di adesso non è niente rispetto alla mia degli anni 70. Oggi è una città di pensionati. I miei amici che vivono lì non sanno nemmeno dove andare a mangiare».
Come viveva lei Parigi nei ’70?
«Per due anni e mezzo sono andato a dormire alle sei del mattino. È un processo che fa parte dell’effervescenza culturale che poi sfocia in design, moda, architettura. La ricerca della novità, il vivere la vita, conoscere altre persone, altre culture. Contaminarsi. Tutto questo nutre il subconscio collettivo della città».
Come ci si contaminava?
«Mi spaventa che siano spariti i club e le discoteche. Le persone si ritrovano sempre a casa, tra i soliti. Noi finivamo di lavorare all’una e mezza (al Paradis Latin, dove incontra anche Joel Grey che vinse l’Oscar per il ruolo di MC nel film Cabaret, ndr), poi andavamo a mangiare ed erano le due e mezza. E poi, se era estate, si andava a Versailles, il parco era aperto e gratuito. Si cantava, si suonava la chitarra, alcuni si facevano gli spinelli…gite notturne. D’inverno, si andava magari al Palace. “Mi hanno detto che c’è una donna nera che canta con dei ballerini chiusi in gabbia. La conoscete? Si chiama Grace Jones…”. Era così. Ed era, non dico gratis, ma affordable».
I ragazzi neanche si baciano più…cosa è successo?
«I social. Adesso vogliono vietarli ai minori di 16 anni perché finalmente si sono accorti che ti cuociono il cervello. Ho amici che non riconosco più, che passano sei ore al giorno lì sopra».
Sessualità è creatività?
«Il sesso è fascinazione, conoscenza. Con la fame, è il motore della nostra evoluzione. Del sesso adesso non frega niente a nessuno, i ragazzi sui social hanno visto tutto, quando devono viverlo è già un déjà vu e non gliene importa più. Ci sono tantissime coppie bianche, che non praticano più il sesso. E questo è un problema, perché la sessualità ha spinto artisti, pittori, musicisti, politici: è un drive incredibile per l’essere umano».
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