Pif che parla con il Papa di cannoli siciliani è il film giusto per Pasqua. Ecco tutte le pellicole da vedere al cinema
Corriere della Sera - Cultura

Pif che parla con il Papa di cannoli siciliani è il film giusto per Pasqua. Ecco tutte le pellicole da vedere al cinema

Venerdì 3 aprile 2026
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Il giornalista e scrittore siciliano affronta, da agnostico, il tema della fede. Con la leggerezza di un «puf»

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Pif che parla con il Papa di cannoli siciliani è il film giusto per Pasqua. Ecco tutte le pellicole da vedere al cinema

di Sara D'Ascenzo

Il giornalista e scrittore siciliano affronta, da agnostico, il tema della fede. Con la leggerezza di un «puf»

Carlos Hipólito e Pif (Pierfrancesco Diliberto) in una scena del film «...Che Dio perdona a tutti»

«...Che Dio perdona a tutti» di Pif

Cassate, cassatine, cannoli, choux, sfinci di San Giuseppe, Iris (fritte o al forno), gelo di mellone e perfino pupi di zucchero. Se il desiderio di Nanni Moretti era di realizzare un film su «un pasticciere trotzkista, Pif riesce a infilare il catalogo quasi esaustivo dei dolci siciliani nella storia di un agente immobiliare palermitano la cui quasi unica ambizione sembra essere quella di gustarsi quel catalogo di meraviglie che è la pasticceria siciliana. Quando però nella vita di Arturo (Pif) entra la pasticciera Flora (Giusy Buscemi) il mondo di quest'uomo di mezza età sembra trovare l'ingrediente mancante. C'è un però, però. Ed è che lei è una fervente cattolica mentre lui è come la maggior parte: cattolico di nome, per cultura ed è già tanto. Ma Flora è troppo importante per lasciarsela sfuggire per un cavillo religioso, e Arturo ci prova, eccome se ci prova, con esiti evidentemente devastanti. Quel che succederà lo scoprirà lo spettatore al cinema. Diciamolo subito: nulla di nuovo, tutto atteso, eppure raccontato con una grazia e una leggerezza così rari e così piacevoli, che questo piccolo film sembra proprio essere l'oggetto giusto per arrivare al cinema nei giorni di Pasqua. Con un attore spagnolo che fa le veci di Papa Bergoglio e strappa perfino - ma solo a chi gli ha voluto bene - un momento di commozione. Pif, calato nuovamente nella sua Sicilia, riesce a far risuonare tutti i suoi temi - l'immigrazione, la mafia, i paradossi della politica, la corruzione, le bugie del potere - aggiungendo al catalogo anche il grande tema della religione e delle ipocrisie sulla fede in un Paese, l'Italia, dove, come racconta Pif regista, i bambini non sanno più nemmeno il «Padre Nostro» a memoria. Film perfetto da vedere in famiglia e per chi vuole sublimare la propria irrefrenabile voglia di dolci. Ma dopo l'ennesima inquadratura di una cassata perfetta non sarà facile tenerla a bada.
Voto: 6/7. Film delicato, con la grazia di chi sa far ridere con poco. E comprimari che meritano. Su tutti l'amico Francesco Scianna e Carlos Hipólito,, credibile nei panni di Papa Bergoglio.  

«Lo Straniero» di François Ozon

Algeria, 1938. Meursault (Benjamin Voisin), è un giovane impiegato di poco conto che perde la madre. Ma questa notizia sembra non toccarlo, quasi nemmeno sfiorarlo. È tutto nella natura, tutto accade perché deve accadere. Anzi: «Non è colpa mia», dice al datore di lavoro che gli chiede di quanti giorni abbia bisogno. La visione di Ozon è sempre una visione filtrata: il cinema che offre è un distillato di altro cinema e questo «L'Étranger», in un bianco e nero algido che si fa carnale nelle scene della spiaggia, alterna l'influenza di Bresson e Pasolini nella prima parte alla seconda, in cui diversi sono i registri: c'è il cinema processuale, ma c'è anche un prete che non può non far pensare al Rossellini di «Roma città aperta». A chi si domanda il senso di un'operazione su Albert Camus oggi, con un romanzo profondamente filosofico e i discorsi filosofici ridotti all'osso, Ozon risponde con la potenza delle immagini: nel momento in cui si consuma l'omicidio, l'occhio cade sulla lama e il riflesso del sole, sul corpo sudato della vittima, che sembra quasi suscitare un desiderio in Meursault. Ozon misura le immagini e misura i dialoghi, anche se nella seconda parte i confronti esplodono nella scena col religioso che va a visitarlo in carcere prima della condanna a morte: due verità - quella del protagonista, alienato da sé stesso - e quello del religioso, che invoca la fede, si scontrano per non ricomporsi. 
Voto: 7. Ozon consegna una prova matura e non perisce nel confronto con due mostri sacri come Camus e Visconti.

«Lo sguardo di Emma» di Marie-Elsa Sgualdo

La quindicenne Emma studia e lavora presso una famiglia di un pastore nella Svizzera della Seconda Guerra Mondiale in cui cominciano ad aprirsi crepe sulla fine degli ebrei. La madre di Emma è stata ripudiata dal padre per una sbandata e lei ora, con quei suoi occhi che sembrano guardare lontano, deve badare anche alle sorelle più piccole per volere del religiosissimo padre. Il suo mondo e le sue certezze crollano quando, a seguito di un stupro, rimane incinta. Eppure potrebbe iniziare proprio da lì, da un figlio che vuole nascere a tutti i costi e da un marito che non è come sembra, la sua liberazione. Tutto ciò che le accade è filtrato e restituito allo spettatore dallo sguardo di questa ragazza alta e dotata per i numeri che muta nel corso del film. Inizia quasi fisso nelle sue ferree convinzioni religiose, con i capelli raccolti, modesto. Termina con uno sguardo quasi in macchina, consapevole, seppure sempre puro. L'esordiente Marie-Elsa Sgualdo appoggia la mano sulle spalle della talentuosa Lila Gueneau, vent'anni ancora da compiere e una strada promettente davanti a sé. Titolo passato a Venezia 82 nella sezione Spotlight e portato al cinema dalla padovana Trent Film, «Lo sguardo di Emma» è un film classico di rivalsa e di crescita in cui gli occhi fanno la differenza. E non è poco, davvero.
Voto: 7. Un esordio promettente, per un film intenso in cui risplende la giovane e bravissima Lila Gueneau, una bambina che si fa donna sotto i nostri occhi. 

«È l'ultima battuta?» di Bradley Cooper

Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern) la fanno finita con una storia durata oltre un quarto di secolo, così, come se niente fosse, alla seconda scena del film: lei si sta lavando i denti nella loro bella casa, lui le è accanto: «Dovremmo farla finita», fine. Lui si chiede se dovrebbe andarsene subito, così, all'inizio di una notte come tante in una media famiglia borghese, con uno dei figli che fatica a dormire perché li ha senti alzare di poco la voce. La crisi di mezza età dunque colpisce questo matrimonio che sembra improntato a una complicità che in effetti resiste al cataclisma: «Cosa farà papà tutto solo?», si chiedono i figli nel lettone. «Se la caverà», assicura la mamma. La scolta per lui arriva una sera in cui non vuole tirare fuori 15 dollari per bere una birra. L'alternativa è fare tre gradini e salire su un palco dove si fa stand-up comedy, qualcosa che ormai anche da noi ha preso piede e che in America ha cresciuto fior di talenti: Woody Allen, per dire, viene da lì. Ed è su quel palco improvvisato, tirando fuori sera dopo sera i piccoli drammi e le micro conquiste della vita da single di ritorno che Alex ritrova, magicamente, sé stesso e pure Tess, a patto di non dirlo a nessuno. Per il suo terzo film da regista Bradley Cooper sceglie di stare sempre dalla parte di chi cerca nella creatività una via d'uscita a una vita che sembra assottigliare le possibilità da offrire. La macchina da presa è ravvicinata, per ottenere l'effetto di un cinema più vero, meno patinato, forse più vicino all'effetto artigianale di quel tipo di comicità. Quel che però difetta a questa storia, dove i comprimari sono portatori di storie francamente ridicole - Cooper ritaglia per sé la parte dell'attore mezzo fallito in perenne attesa della parte che faccia svoltare la sua carriera - è proprio l'ossatura, una sceneggiatura che funzioni, un'emozione che arrivi allo spettatore. Il quale invece viene lasciato in balia di monologhi decisamente poco interessanti e non certo divertenti, di scenette familiari banali e di una recitazione, soprattutto per Laura Dern, non all'altezza delle parti che l'hanno resa l'icona del cinema indie americano. Non ci siamo. 
Voto: 5,5. Inutile e noioso, non riesce a interessare la storia del cinquantenne che ricomincia dalla stand-up. Peccato. 

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3 aprile 2026

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