Storia del radiodramma
Corriere della Sera - Cultura

Storia del radiodramma

Venerdì 3 aprile 2026
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Oggi i podcast sono visti come una scoperta. Eppure, più che di una rivoluzione, si tratta di un ritorno: questa nuova forma di racconto orale ha riportato in vita uno dei generi più antichi e nobili della radio, che i network avevano progressivamente abbandonato

SABATO 4 APRILE 2026

Storia del radiodramma

Oggi i podcast sono visti come una scoperta. Eppure, più che di una rivoluzione, si tratta di un ritorno: questa nuova forma di racconto orale ha riportato in vita uno dei generi più antichi e nobili della radio, che i network avevano progressivamente abbandonato

di ALDO GRASSO

Oggi si parla molto di podcast, spesso con un entusiasmo che ha il sapore della scoperta. Eppure, più che di una rivoluzione, si tratta di un ritorno: questa nuova forma di racconto orale ha riportato in vita uno dei generi più antichi e nobili della radio, il radiodramma,che i network avevano progressivamente abbandonato.

Non è un dettaglio storico, ma una chiave di lettura. Il radiodramma nasce insieme alla radio e ne incarna la vocazione più profonda: raccontare senza mostrare.Già nel 1924 la Bbc trasmetteva Danger di Richard Hughes, primo esperimento consapevole di teatro pensato per il solo ascolto. In assenza di immagini, la parola e il suono non erano un limite, ma una liberazione: l’ascoltatore diventava coautore, chiamato a costruire mondi con la propria immaginazione.

Le prime esperienze di teatro radiofonico in Italia risalgono alla fine degli anni Venti: nel 1927 l’Uri (poi Eiar) trasmise da Milano un adattamento teatrale, Venerdì 13 di Mario Vugliano, mentre il primo vero radiodramma originale fu L’anello di Teodosio (1929) di Luigi Chiarelli, dove il linguaggio radiofonico inizia lentamente a emanciparsi dal teatro. È negli anni Trenta, tuttavia, che il radiodramma trova una sua autonomia:autori come Massimo Bontempelli, Emilio Cecchi, Filippo T. Marinetti e Guido Piovene comprendono che la radio non è un palcoscenico ridotto, ma uno spazio espressivo radicalmente diverso.

Il vero periodo d’oroarrivò però nel secondo dopoguerra, con la nascita della Rai. Sotto la guida di Ettore Giannini, il radiodramma divenne un genere di grande successo, sia popolare sia culturale, seguito da un pubblico vasto e trasversale. In quegli anni scrissero per la radio alcuni dei maggiori autori italiani: Eduardo De Filippo, Vasco Pratolini, Primo Levi, Diego Fabbri, Giovanni Papini e Giuseppe Patroni Griffi. Accanto a loro operarono registi come Sandro Bolchi e Luigi Squarzina, che contribuirono a definire uno stile propriamente radiofonico.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta il radiodramma raggiunse una notevole maturità artistica:si svilupparono forme più introspettive, come il monologo interiore, e si ampliarono le collaborazioni con scrittori di rilievo, tra cui Carlo Emilio Gadda e Dino Buzzati. La radio si confermò anche come spazio di sperimentazione linguistica e musicale.

Il radiodramma cominciò a perdere centralità nei palinsesti tra gli anni Ottanta e Novanta,quando la televisione assunse un ruolo pressoché egemonico. Eppure, la creazione radiofonica ha continuato a sopravvivere in nicchie di qualità e in cicliche stagioni di rinascita, emerse quasi in modo carsico (dai progetti di Luca Ronconi nel 1997 a quelli di Franco Quadri nel 2000, di Mario Martone nel 2002, di Anna Antonelli e Lorenzo Pavolini nello stesso anno, fino alle iniziative di Antonio Audino e Laura Palmieri nel 2011).

È a questo punto che il podcast entra in scena,e con esso una domanda implicita: perché oggi torna ad avere senso ciò che sembrava superato? La risposta, forse, sta proprio nella saturazione delle immagini. In un ecosistema dominato dallo schermo, l’ascolto torna a essere un’esperienza attiva, più intima e più esigente. Il podcast non inventa nulla, ma recupera quella specificità originaria della radio: la capacità di evocare invece di mostrare.

Il punto, allora, non è celebrare il podcast come una novità, ma riconoscerne la genealogia.Senza questa consapevolezza, si rischia di scambiare per innovazione ciò che è, più semplicemente, una riemersione. Il radiodramma non è un reperto da riscoprire, ma una forma ancora viva, che attende solo di essere praticata con la stessa ambizione di un tempo.
La vera sfida non è tecnologica, ma culturale: tornare a credere che si possa raccontare il mondo anche senza immagini. O forse, proprio per questo, raccontarlo meglio.

Nell'immagine: il momento della registrazione di un radiodramma.

Su «la Lettura» #749, oggi in anteprima nell'App e da domani in edicola, l'articolo di Andrea Cortellessa sulla raccolta quasi completa dei drammi e dei radiodrammi dello scrittore Giorgio Manganelli (1922-1990): «Tutto il teatro», a cura di Luca Scarlini (Cue Press, pp. 602, euro 54,99), in libreria dal 10 aprile.

3 aprile 2026 ( modifica il 3 aprile 2026 | 20:44)

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