Un nuovo equilibrio nel Golfo
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Un nuovo equilibrio nel Golfo

Venerdì 3 aprile 2026
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La posizione dell'Iran e gli altri Paesi dell'area. Le provocazioni subite per decenni e gli ultimi attacchi schierano le monarchie mediorientali con Usa e Israele

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Un nuovo equilibrio nel Golfo

Danilo Taino | 3 aprile 2026

La posizione dell'Iran e gli altri Paesi dell'area. Le provocazioni subite per decenni e gli ultimi attacchi schierano le monarchie mediorientali con Usa e Israele

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Dopo quattro giorni di colloqui a Pechino, il 10 marzo 2023 i governi di Iran e Arabia Saudita firmavano un accordo che ristabiliva le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Un passo significativo per loro e un bel successo per la Cina, la quale aveva mediato la riconciliazione. Uno sviluppo salutato positivamente pure dalla Casa Bianca, allora abitata da Joe Biden, il quale con Riad aveva relazioni tese da quando, in campagna elettorale, aveva sostenuto di volere fare del regno saudita un «paria» globale (a causa dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi del quale il presidente riteneva responsabile Mohammed bin Salman, il principe con pieni poteri in Arabia).

L’accordo «cinese» è ora carta straccia: Teheran lancia missili e droni sui sauditi. E verso tutti i Paesi del Golfo Arabico (o Persico). La breve vita della distensione tra i due avversari storici della regione racconta una svolta probabilmente definitiva nel Medio Oriente: l’equilibrio instabile provocato da decenni di provocazioni e di ricatti iraniani è saltato e i sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) stanno, con diversi gradi di convinzione, dalla parte degli Stati Uniti e, silenziosamente, addirittura di Israele nel pieno della guerra. Si tratta, oltre che dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell’Oman, del Kuwait, del Bahrein: le ostilità iniziate da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e gli attacchi a 360 gradi di Teheran li hanno costretti a scegliere da che parte stare.

Le cose possono cambiare, a seconda di come si svilupperà il conflitto in corso e di cosa Trump deciderà di fare, se mandare truppe sul terreno iraniano oppure fermarsi con qualche forma di tregua. La grande novità, però, è che da una decina d’anni le monarchie arabe del Golfo sono entrate vele al vento in una fase di sviluppo economico che le avvicina all’Occidente e a questo non vogliono rinunciare. La guerra le destabilizza nel breve periodo ma, se l’Iran restasse minaccioso nonostante gli enormi danni delle operazioni belliche israelo-americane, il ruolo di hub tra Est e Ovest che la regione ha assunto finirebbe a pezzi.

Lo scontro tra i Paesi del Golfo e Teheran è anche uno scontro tra la modernità e la crescita economica da una parte e dall’altra il medioevo che il regime iraniano impone ai propri cittadini e vorrebbe ampliare all’intero Medio Oriente.
Dubai, Abu Dhabi, Doha, Riad e i Paesi del Gcc hanno scoperto che rompere con l’ideologia islamista e non essere succubi dei ricatti del terrorismo è possibile e anzi apre le porte al business e alla crescita economica. Soprattutto, usare il petrolio — che può essere una maledizione se condanna alla monocultura e alla corruzione — come base per diversificare nell’economia del futuro è una scelta che attrae investimenti e crea benessere (nonostante la permanenza di forti disuguaglianze sociali).

In sostanza, a differenza della regola del passato nei Paesi musulmani, le monarchie del Golfo hanno capito che la crescita, la modernizzazione e il business sono le chiavi per uscire dalla trappola del sottosviluppo che ha gettato molti giovani nelle braccia dell’estremismo. Il regime iraniano ha scelto la strada contraria e l’ha portata alle conseguenze più radicali: ha condannato il suo popolo alla miseria, si è appropriato delle risorse dell’energia e ha represso ogni fiato di opposizione.
Non è che le monarchie del Golfo siano modelli di democrazia, per nulla. Hanno però trovato, ciascuna a suo modo, le vie per capitalizzare la loro posizione geografica, per diventare un punto di congiunzione tra l’Occidente ricco e tecnologico e l’Asia anch’essa tecnologica e in via di arricchimento. Gli Emirati, per dire, sono diventati centri di attrazione per imprenditori tedeschi, italiani, inglesi, per transfughi russi, per investitori americani ma anche per startupper indiani e asiatici e per lavoratori che iniziano a trovare condizioni di impiego un po’ meno peggiori che in passato. Ognuno dei sei del Golfo ha un rapporto diverso con l’Iran: gli Emirati, per esempio, hanno una posizione dura verso Teheran, l’Oman è invece tendenzialmente più favorevole al compromesso, mentre l’Arabia Saudita ritiene che, siccome la guerra è in atto, Teheran debba essere depotenziata e messa in condizione di non creare più instabilità e pericoli nella regione. Di fondo, tutti in questo momento stanno dalla parte degli Stati Uniti. E di Israele, il che di per sé è una svolta che potrebbe avere grandi conseguenze.

Come ormai sappiamo, l’evoluzione del conflitto in Iran è in gran parte nella testa di Trump. Il quale, in una certa misura, dovrà tenere conto dei desideri di Netanyahu ma anche di quelli dei Paesi del Golfo, almeno per non perderli. In sostanza, però, il regime iraniano è condannato: la sua possibilità di aggredire e di minacciare è stata enormemente ridotta e i vertici politico-religiosi ridimensionati. Ciò che rimarrà dopo la fine delle ostilità sarà importante per capire se il cambiamento a Teheran sarà rapido oppure si aprirà una fase confusa e pericolosa, per gli iraniani e non solo. Ma nel medio periodo l’ostilità verso la violenza degli ayatollah troverà con ogni probabilità gambe per marciare nel Paese, mentre a livello internazionale di amici Teheran ne ha sempre meno: non nel Golfo, non in Egitto, non in Giordania e anche Russia e Cina non sono in grado di proteggere veramente un regime che per decenni ha incendiato il Medio Oriente e ha fallito (quando conta, invece, gli Stati Uniti arrivano). Quel vecchio accordo firmato a Pechino nel 2023 è storia passata, uno nuovo sarà forse possibile, e non sarà «cinese».

3 aprile 2026

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