Questa crisi e sei proposte
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Carlo Cottarelli | 3 aprile 2026Italia tra incertezze geopolitiche e fragilità energetica: come prepararsi a uno choc
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A giorni sarà pubblicato il Documento di Finanza Pubblica che chiarirà lo stato della nostra economia e dei nostri conti, nonché le intenzioni del governo su come affrontare l’attuale difficile congiuntura. È una specie di «mission impossible». Siamo nell’incertezza più completa sul nostro futuro che sta saldamente nelle mani di Trump, Netanyahu, Ayatollah di turno, Houti, e chi più ne ha più ne metta. I nostri andamenti economici e i conti pubblici dipendono in buona parte da loro.
Giorgetti non può essere invidiato. Noi cittadini tutti, neanche. Ciò detto, vediamo cosa si può dire, partendo dagli effetti della crisi di Hormuz.
Per ora, e sottolineo per ora, lo shock economico è stato contenuto. Nonostante i talk show abbondino di grida disperate, il prezzo degli idrocarburi, pur aumentando molto, non è ai massimi storici, al netto dell’inflazione. Ieri il Brent era del 26% sotto la media del periodo 2010-2014. Il gas naturale era su livelli alti rispetto agli anni pre-Covid, ma del 40% sotto il livello di fine 2021 (prima dell’invasione russa dell’Ucraina) e del 66% rispetto alla media del 2022. Per questo, e probabilmente ipotizzando che il conflitto non si prolunghi troppo, Ocse, banche internazionali, Banca d’Italia e Confindustria ancora prevedono per l’Italia una crescita leggermente positiva per il 2026. Buone notizie quindi? Purtroppo, le cose potrebbero peggiorare se la guerra continuasse. Un petrolio a 200 dollari al barile non può essere escluso. Inoltre, prezzo a parte, non è chiaro quanto l’Europa sia esposta al rischio di riduzione delle forniture. Un tempo i contratti stipulati dalle nostre compagnie petrolifere erano a lungo termine: il petrolio fluiva seppure a prezzi indicizzati alle quotazioni correnti. Ma ora la quota di questi contratti si è ridotta, anche se non è chiaro di quanto. Il fatto che la Commissione UE abbia parlato di possibilità di razionamento fa pensare che le notizie in proposito non siano buone.
Che fare allora?
Primo, in una situazione in cui le cose ancora non sono disastrose, ma potrebbero peggiorare, il buon senso ci dice che il governo dovrebbe tenere le scarse munizioni (finanziarie) disponibili in riserva per un eventuale intervento nel caso in cui si prospetti una recessione.
Secondo, conviene discutere con l’Ue (come sembra Giorgetti abbia già fatto) la possibilità di attivare la clausola di salvaguardia che consentirebbe ai Paesi europei di superare gli attuali tetti di spesa pubblica netta concordati a fine 2024. Questo però solo nel caso di una recessione di importo significativo. Non siamo ancora a quel punto.
Terzo, se l’Europa non volesse attivare la clausola di salvaguardia, l’Italia potrebbe unilateralmente decidere di rallentare l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo, posticipando la discesa sotto il 3% del Pil, ora prevista per il 2026. Questo comporterebbe di ridisegnare il percorso di rientro partendo dal nuovo e più alto deficit. I rischi in questo caso sarebbero maggiori e varrebbe la pena di correrli solo se si prospettasse una più pesante recessione.
Quarto, gli interventi a sostegno dell’economia, se necessari, dovrebbero essere (oltre che temporanei) mirati ai settori più colpiti e non eliminare gli incentivi a ridurre il consumo di idrocarburi. Un taglio delle accise non ha queste caratteristiche: ne beneficia anche chi fa benzina con la Ferrari; e riduce l’incentivo a risparmiare carburante, cosa necessaria in questa situazione. Una famiglia (o un’impresa) in difficoltà dovrebbe piuttosto ricevere una compensazione monetaria e poi deciderà da sé se utilizzarla per comprare carburanti e gas a prezzi elevati o per comprare altre cose.
Quinto, un finanziamento completo in deficit sembra eccessivo, visto lo stato delle nostre finanze pubbliche, per cui una parziale copertura dovrebbe essere cercata negli oltre mille miliardi di spesa pubblica.
Sesto, tutte le sere prima di dormire dovremmo raccoglierci in un attimo di riflessione ricordando la necessità di liberarci dalla schiavitù degli idrocarburi, puntando sia sulle rinnovabili (che saranno intermittenti ma che non possono essere bloccate dai pazzi che controllano il mondo), sia sul nucleare (che ci vorranno pure anni per farlo, ma che va riattivato perché di pazzi il mondo sarà sempre pieno).
3 aprile 2026
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