Quale futuro, nel disordine globale? Il saggio del presidente finlandese Alexander Stubb
Geopolitica e diplomazia al centro de «Il Triangolo del potere» (Marsilio): Stubb individua tre forze capaci di orientarci. Ma una sola deciderà verso dove
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Quale futuro, nel disordine globale? Il saggio del presidente finlandese Alexander Stubb
di Paolo ValentinoGeopolitica e diplomazia al centro de «Il Triangolo del potere» (Marsilio): Stubb individua tre forze capaci di orientarci. Ma una sola deciderà verso dove
Gennaio 2026, visitatori di fronte a «Water Lilies» opera di Ai Weiwei esposta alla Nature Morte gallery di New Delhi, India (Manan Vatsyayana/ Afp)
Di tutti gli interlocutori europei che «sussurrano», o credono di farlo, a Donald Trump, due fanno storia a sé. Non stiamo parlando di Giorgia Meloni o del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Bensì del segretario generale della Nato, Mark Rutte, e del presidente finlandese Alexander Stubb. La differenza tra loro è che Rutte ha scelto il ruolo del cagnolino scodinzolante, sempre pronto a intonare lodi sperticate e imbarazzanti al capo della Casa Bianca. Mentre Stubb, che ha costruito il suo buon rapporto personale con Trump sui campi da golf, sport nel quale eccelle, critica duramente il disprezzo dell’attuale Amministrazione verso le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale, ma vuole ancora che «gli Stati Uniti siano leader dell’Occidente globale». I dubbi però lo angosciano: l’America terrà fede ai valori che hanno reso grande l’Occidente? E quest’ultimo riuscirà ad adattarsi a uno scenario dove non è più il principale protagonista e a condurre il pianeta verso un ordine migliore?
Alexander Stubb (foto Ap/ LaPresse)«Viviamo nel nuovo mondo del disordine», scrive Stubb nell’incipit de Il Triangolo del potere, appena uscito in Italia per Marsilio, dove il leader scandinavo constata il decesso dell’era post-Guerra fredda, quella apertasi nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. È un libro avvincente, nel quale Stubb mescola gli aneddoti di una carriera che lo ha visto premier, ministro degli Esteri e ora capo di Stato, con un’analisi brillante e originale che attinge al suo retroterra diplomatico e accademico. Quando il 27 febbraio 2022, tre giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Stubb decide di mandare un messaggio a Sergej Lavrov, che conosce bene dal tempo in cui guidava la diplomazia finlandese: «Per favore basta con questa follia. Sei l’unico che può fermarla», quello risponde dopo un minuto: «Di chi parli? Di Zelensky o di Biden? Dove eravate quando i russi in Ucraina venivano uccisi e umiliati?».
Nuove forze e nuove dinamiche sono in azione. La cooperazione multilaterale, basata su istituzioni internazionali e regole comuni, cede il posto alla competizione multipolare, oligopolio di forze che tende al conflitto. La rivalità tra due superpotenze, Usa e Cina, definisce la cornice della geopolitica. La Russia è di nuovo preda della sua pulsione imperiale ed espansionista. Le transazioni opportunistiche contano di più della difesa delle regole. Un nugolo di potenze medie emerge sulla scena globale, dall’India al Brasile, dalla Nigeria alla Turchia, dall’Arabia Saudita al Messico.
In questo mondo in tumulto, Stubb vede profilarsi un «triangolo del potere» tra l’«Occidente globale», l’«Oriente globale» e il «Sud globale». Il primo, di cui fanno parte una cinquantina di Stati, è tradizionalmente guidato dagli Stati Uniti e comprende i Paesi democratici a economia di mercato in Nord America, Europa e nell’Indo-Pacifico: fra questi Ue, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda. Il secondo include circa 25 Paesi, ha la Cina come leader e include Paesi autoritari come Russia, Iran, Bielorussia, Corea del Nord. Infine, il magmatico Global South, con India, Brasile e praticamente il resto del mondo, oltre 120 Paesi, la maggioranza della popolazione mondiale. Molti hanno subito il colonialismo dell’Occidente e poi sono stati teatro delle sue guerre per procura. La loro ascesa è scandita da forti dinamiche demografiche, crescita sostenuta, materie prime.
Nella visione di Stubb, il Sud globale ha in mano la chiave di tutto: «L’Occidente e l’Oriente lottano per i cuori e le menti dei Paesi del Global South per una ragione semplice: capiscono che questi decideranno la futura direzione dell’ordine mondiale, determinando se tenderà verso la cooperazione, la frammentazione o la dominazione».
La formula magica invocata dall’autore è quella del «realismo basato sulle regole», in grado di trovare un equilibrio tra interessi e valori, «in modo da dare priorità ai principi ma riconoscendo i limiti del potere statale quando sono in gioco pace, stabilità e sicurezza». Certo, «l’Occidente deve riconoscere che non tutti condividono gli stessi valori» e non pretendere più di dare lezioni. Le istituzioni internazionali, dall’Onu al Fondo monetario, oggi esangui e prive di legittimazione, devono sopravvivere ma vanno radicalmente riformate in base alle nuove realtà economiche e geopolitiche.
La partita è aperta. Il disordine attuale potrebbe cronicizzarsi, forse non sfociare nel caos totale, con un simulacro del vecchio ordine ancora in piedi, ma le crisi diventerebbero sempre più difficili da gestire, vedi quella in corso in Iran. Oppure l’intero castello potrebbe crollare, precipitando il mondo in una dimensione hobbesiana da homo homini lupus. Nel terzo scenario una nuova simmetria del potere, dice Stubb, «produrrebbe un ordine equilibrato dove Ovest, Est e Sud affronterebbero le sfide più urgenti attraverso cooperazione e dialogo tra eguali».
È una professione di ottimismo, che solleva qualche dubbio. Non solo e non tanto per il fatto che il Global South, almeno al momento, non agisce in quanto gruppo coerente e neppure semi-organizzato, segnato com’è da divisioni e interessi contrapposti. Ma soprattutto perché l’Occidente globale, ammesso che ancora esista, oggi è appeso a un filo, con gli Stati Uniti di Trump calati nel ruolo di «predatori egemoni» e intenti a distruggerne le fondamenta che furono loro stessi a forgiare.
Alexander Stubb però crede ancora nel Global West, a condizione che l’Europa impari a difendersi da sola, proprio come ha fatto nei secoli il suo Paese, la Finlandia, senza per questo «gettar via il bambino con l’acqua sporca». Anche per questo, conclude, occorre parlare a Trump, fosse pure sui campi da golf, perché «la diplomazia è fatta anche di rapporti personali».
3 aprile 2026
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