Seni, uova e cicatrici
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Seni, uova e cicatrici
di Maria Angela RobustelliRiuscivo a vedermi fuori dal mio corpo. Distesa con il camice pre-operatorio, cuffia e calzari azzurri monouso. Orrenda e indifesa. Una coperta singola, niente borsa né cellulare. Ero sola e impossibilitata a comunicare col resto del mondo.
Un infermiere di mezza età mi stava facendo gli ultimi controlli di routine prima che entrassi in sala operatoria per l’anestesia eppure non riuscivo a pensare ad altro che a quel messaggio letto poco prima, che diceva «Stai tranquilla, tanto A è lì con te».
Stefania, la mia vicina di pianerottolo, non poteva sapere che A non c’era affatto.
Non sarebbe potuto venire.
Gli dissi di non preoccuparsi, senza neanche immaginare che effettivamente non si sarebbe presentato.
Rispetto a quella specie di corridoio angusto che era l’anticamera alla sala dove aspettai per 40 minuti - sempre con il mio stile a metà tra paziente bradipa con solo le mutande addosso e donna sicura e disinvolta nella conversazione - l’enorme sala sterilizzata, una volta squarciate le porte basculanti con alla guida della mia barella una specie di Niki Lauda di Gianturco, si aprì al mio sguardo come un’enorme quartier generale brulicante di persone di ottimo umore sotto un’ottima illuminazione artificiale.
Chirurghi abbronzati dai sorrisi smaglianti che chiacchieravano di vacanze, borse di studio americane dei figli e di musica, a gruppetti di quattro o cinque, attorno a diversi tavoli operatori con pazienti addormentati e ignari nelle loro cuffiette, per di più orrendi come me.
La cosa mi piacque anche se ero spaventata, e per un momento piuttosto lungo, non pensai al fatto che A mi avesse lasciata sola in un momento così delicato e che solo un anno prima, confuso, avesse espresso in modo emotivamente instabile, il desiderio di avere un figlio.
Improvvisamente, come una manna dal cielo, nella mia visuale che porzionava il soffitto dal basso di una smollata posizione supina - dal basso anche della mia autostima direi - compare il primo piano del mio chirurgo, rinomato primario di Senologia dell’ospedale, il Professor T, che con la sua bandana chirurgica con delle piccole barche a vela colorate e un sorriso smagliante alla Dottor Stranamore, mi chiede quale droga volessi.
«Tutte», gli rispondo con una miracolosamente ritrovata in tempi utili, voce suadente ed equilibrata, per niente scalfita da quello che sarebbe stato il di lì a poco assai cruento suo armeggiare nel mio seno sinistro. In fondo, restavo una ragazza dai riflessi pronti.
Così, dopo avergli raccomandato una delle parti del mio corpo che aveva ricevuto più grazia dal Signore, mi addormentai dolcemente, fatta di una quanto mai sperimentata bolla di felicità stupefacente, orgogliosa del fatto che il Professor T ed io, eravamo perfettamente d’accordo sull’argomento.
Diversi mesi dopo tornai a controllo, al padiglione A di Ginecologia nella Brest Unit dell’ospedale Cardarelli. Avevo percorso tutto il viale principale di pini, pensando alla cicatrice così perfetta che il Professor T mi aveva disegnato con amore, seguendo le morbide geometrie che mamma mi aveva fatto, lasciando così poca traccia. Ero stata a guardarla a lungo sotto la doccia e pensai che comunque, anche se la cosa mi lasciava un segno che non era certo solo quello fisico, faceva parte di me. Che era bella e che mi era andata di lusso.
Arrivata in un ambulatorio molto affollato, decisi di uscire a fumare una sigaretta fuori, ai piedi di una salita che lasciava intravedere le fronde degli alberi in una rosea luce crepuscolare, quando come venendo fuori da un acquerello, prima in controluce poi ben definita, vedo arrivare la figura di una giovane dottoressa col camice bianco.
Mi colpì subito per la cura che ebbe nel salutare le pazienti che aspettavano come me nel piccolo spiazzale, chiamandole per nome. Le conosceva quasi tutte tranne me.
Così con un sorriso sincero si presenta e mi chiede come mai mi trovassi lì.
Le racconto brevemente la mia storia fortunata e lei, con entusiasmo autentico, la sua.
Martina, Dottoressa Nutrizionista, 37 anni single senza figli, grande viaggiatrice, papà oncologo. Aveva fondato da poco, insieme ad alcune colleghe e pazienti, Donne nel cuore , un’associazione in memoria di Chiara - una giovane infermiera appassionata, vittima del cancro - che offre alle donne con patologie oncologiche femminili, accoglienza e sostegno pratico per affrontare il percorso di cura e il post-terapia, promuovendo la prevenzione e creando una rete di consapevolezza, solidarietà e empowerment femminile.
Mi raccontò di essersi sentita talmente assorbita da questa sua missione, da aver fatto una seria riflessione sulla sua vita e sul suo rapporto con la maternità.
Mi parlò per esempio, di quanto la crioconservazione degli ovuli rappresentasse per queste donne venute fuori dal tunnel, una disperata corsa contro il tempo e le avversità, e di come, dopo aver personalmente accompagnato alcune pazienti a sottoporsi a questo tipo di intervento per niente semplice, avesse deciso di affrontarlo lei stessa, in nome della libertà di scelta delle donne di diventare madri quando e come volessero; e convenimmo insieme di quanto questo fosse un diritto.
Tornai per un secondo col pensiero alle mie di uova e spegnendo la sigaretta, vergognandomi come un ladro per averla fumata, arrivai alla conclusione che anche io, come tante altre donne libere, avrei potuto concedermi un non lo so ancora . Ma nel frattempo…
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