Torino e i segreti di Basilica di Superga: perché Rousseau la definì «lo spettacolo più bello del mondo»
Corriere della Sera - Cultura

Torino e i segreti di Basilica di Superga: perché Rousseau la definì «lo spettacolo più bello del mondo»

Giovedì 2 aprile 2026
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Dalla visione di Jean-Jacques Rousseau al dramma del Grande Torino: viaggio nel luogo più simbolico della città. Un panorama che incanta, una storia che attraversa secoli, un santuario che custodisce preghiere

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Torino e i segreti di Basilica di Superga: perché Rousseau la definì «lo spettacolo più bello del mondo»

di Paola Stroppiana

Dalla visione di Jean-Jacques Rousseau al dramma del Grande Torino: viaggio nel luogo più simbolico della città. Un panorama che incanta, una storia che attraversa secoli, un santuario che custodisce preghiere

Quando Jean-Jacques Rousseau, nel 1728, salì fin sulla cima del colle di Superga, rimase colpito dalla veduta a perdita d’occhio che si gode su Torino e sull’intero arco alpino, e scrisse di trovarsi davanti «al più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano». Un’iperbole generosa del grande filosofo che vale anche per la vista, non meno coinvolgente, che i torinesi — a loro volta — hanno del colle e della basilica posta alla sommità. Lontana e vicinissima, punto di riferimento visivo e prospettico dei principali assi viari, si delinea all’orizzonte con la sua imponenza quasi esotica.

 Con la Mole Antonelliana, è il monumento identitario della città, e racchiude molte anime: amatissimo luogo di culto, segno di vittoria, memoria storica del Grande Torino, per tutti «casa», quando finalmente la si scorge arrivando con il treno o in auto da Milano. Da un punto di vista architettonico è il manifesto del Barocco più fantasioso (l’architetto Filippo Juvarra era pur sempre un grande scenografo), persino orientaleggiante nei coronamenti dei campanili gemelli, ispirati a quelli romani del Borromini. Già dal Medioevo la collina, oltre 670 metri sul livello del mare, era luogo religioso e di osservazione strategica: piccole chiese votive dedicate a Santa Maria, a Sant’Antonio e a San Grato punteggiavano il crinale. 

L’origine del nome resta discussa, pare dovuta alla presenza, nel tardo Medioevo, di una statua mariana collocata sub pergula, sotto un loggiato vegetale, da cui Superga. Come risaputo, nel 1706, durante l’assedio franco-spagnolo di Torino, il duca Vittorio Amedeo II salì sulla collina e fece voto alla Madonna delle Grazie: se la città si fosse salvata, avrebbe fatto costruire in quel luogo una grande basilica. Dopo la vittoria del 7 settembre contro l’esercito francese il voto venne mantenuto. Nel 1717 fu posta la prima pietra del nuovo santuario, progettato da Filippo Juvarra, l’architetto reale, che realizzò in quattordici anni un ampio complesso monumentale con diversi edifici. Inaugurata nel 1731, la basilica divenne anche il luogo di sepoltura della dinastia sabauda. 

Dopo il referendum del 1946 passò definitivamente nella disponibilità dei beni dello Stato e, nei decenni successivi, gli spazi furono variamente utilizzati: il chiostro accolse anche alcune famiglie di sfollati. Dal 1965 la gestione venne affidata alla congregazione dei Servi di Maria; dall’agosto del 2021, su indicazione dell’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, al Sermig (Servizio Missionario Giovani) fondato nel 1964 da Ernesto Olivero e la moglie Maria, oggi presieduto da Rosanna Tabasso.

Incontriamo Daniele Ballarin, fratello del Sermig, che qui vive con altri due monaci: a lui spetta la gestione quotidiana del complesso, attualmente sottoposto a numerosi interventi di riqualificazione grazie ai fondi statali e all’impegno di privati, come la Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino.

Fratel Daniele, oltre alla responsabilità del sito, lei ha un punto di vista privilegiato sulle persone: chi viene qui?
«Superga attrae molti all’ombra della sua basilica, non solo i devoti alla Madonna delle Grazie, che sono comunque un numero rilevante. Ogni giorno arrivano persone a piedi, a cavallo, ciclisti, motociclisti, auto storiche; turisti, fotografi, coppie che vengono qui per una passeggiata romantica e gli appassionati di calcio in omaggio alla squadra del Grande Torino. Il flusso di visitatori è continuo: un centinaio di volontari garantisce accoglienza alla basilica e alla cripta delle tombe reali. Da quando siamo qui garantiamo l’apertura quotidiana, e questo richiede un grande impegno organizzativo».

Entrando nella basilica qual è la prima impressione che si ha?
«Lo spazio si apre su una grandiosa pianta centrale, caratterizzata da una verticalità che culmina nella cupola di oltre 75 metri d’altezza, ispirata a quella di San Pietro a Roma. La salita della cupola fino alla terrazza panoramica è un’attività sempre molto richiesta e apprezzata: da lassù lo sguardo abbraccia Torino, l’arco alpino e la pianura piemontese».

Qual è il cuore spirituale del complesso?
«La cappella del Voto, dove si conserva la statua seicentesca della Madonna delle Grazie, la stessa a cui si rivolse Vittorio Amedeo II: è il luogo più frequentato dai visitatori. In un’urna trasparente posta al centro della cappella si lasciano biglietti e preghiere. Li leggiamo e li affidiamo alla preghiera: in un anno ne contiamo oltre centomila, scritti nelle lingue più diverse, e moltissimi iniziano con “Non credo, ma…”».

Al centro del chiostro si nota una curiosa struttura di grandi dimensioni…
«Si tratta del grande coronamento a pagoda, progettato da Juvarra per coprire la cisterna delle acque piovane, in grado di immagazzinarne fino a trentamila litri».

Uno degli ambienti più suggestivi è la cripta reale.
«La cripta, riccamente decorata, è stata il pantheon dinastico dei sovrani sabaudi. La disposizione stessa delle sepolture, una settantina circa, riflette una precisa concezione del potere: il sovrano appena defunto occupava il centro della cripta, mentre il predecessore veniva spostato, in una rotazione simbolica che rappresentava la continuità della monarchia. Carlo Alberto, morto nel 1849, è l’ultimo re al centro della sala: dopo l’Unità d’Italia i monarchi verranno sepolti al Pantheon di Roma. Oggi però accoglie anche le spoglie degli ultimi discendenti della famiglia».

Tra gli spazi meno noti del complesso vi è anche una biblioteca.
«È uno degli ambienti più preziosi e meno conosciuti, al momento ancora chiuso al pubblico. Contiene oltre diecimila volumi tra manoscritti e testi a stampa dal Cinquecento all’Ottocento. Qui, alla fine del Settecento, operò Antonio Martini, religioso e letterato, poi arcivescovo di Firenze. Pochi lo sanno, ma Martini intraprese proprio qui un’impresa storica, la prima grande traduzione integrale della Bibbia dal latino all’italiano, 23 volumi pubblicati dalla Stamperia Reale di Torino tra il 1769 e il 1781. Per quasi due secoli quella traduzione fu il principale riferimento per la Chiesa, fino alle versioni successive al Concilio Vaticano II del 1965».

Un’ultima curiosità: il suo cognome è Ballarin, come quello dei fratelli della squadra del Grande Torino.
«Sì, è una coincidenza che colpisce sempre. Aldo e Dino Ballarin, difensori del Grande Torino, morirono nella tragedia del 4 maggio 1949. Sono di Chioggia come me, anche se non siamo parenti: è un fatto curioso che, per certi versi, mi lega ancora di più a questo luogo». 

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