Usa senza il bastone del comando
Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono più vicini a Washington di Berlino e Parigi: è la fine di un’epoca
Usa senza il bastone del comando
Antonio Polito | 1 aprile 2026Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono più vicini a Washington di Berlino e Parigi: è la fine di un’epoca
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Quando la presidenza Trump finirà (perché prima o poi finirà) i cittadini americani ne trarranno il bilancio calcolandolo sulla crescita del loro reddito, del potere d’acquisto, delle opportunità di lavoro. Ma per noi, il resto del mondo, ciò che conterà sarà quanto quel Paese sia rimasto in grado di svolgere un ruolo di regolatore globale e di risolutore delle crisi; cui origini, storia e potenza lo chiamano.
Al momento in cui scriviamo (questa premessa è indispensabile nel caso di un presidente noto per fare solo una parte di ciò che dice, e non si sa mai quale), la guerra all’Iran sembra destinata a danneggiare seriamente quella funzione. Riducendo la capacità dell’America di essere temuta e rispettata allo stesso tempo; di parlare gentilmente con tutti, portando con sé un robusto bastone, secondo il celebre motto attribuito a Teodoro Roosevelt.
Partiamo dal bastone. Oltre al numero sempre ingiusto di vite stroncate e di sofferenze imposte, l’esito più preoccupante di questa guerra è che potrebbe lasciare nella testa di tutti i nemici della stabilità mondiale e delle potenze revisioniste dell’ordine globale l’impressione che la potenza militare americana sia sfidabile.
Pur essendo giunta al suo massimo storico in termini di supremazia tecnologica e di asset disponibili, non sembra infatti abbastanza per imporre la capitolazione del nemico; se questi è un Paese medio-grande guidato da un regime disposto a soffrire (a far soffrire il proprio popolo), sfruttando la geografia, la demografia e le risorse naturali di cui dispone pur di resistere a oltranza.
Quantomeno costringerà Trump a ridefinire il concetto di «vittoria»: per raggiungerla, nonostante l’impressionante supremazia militare, ci sarà sempre bisogno di un accordo con lo «sconfitto». Ma se alla fine della guerra l’uranio arricchito rimarrà nella disposizione degli ayatollah, lo Stretto di Hormuz sarà più chiuso, non più aperto, di prima, e il regime, pur composto dai superstiti, sarà ancora lì, difficile cantare «vittoria». Se non agli occhi dell’opinione pubblica interna, degli americani, per i quali è comprensibilmente una vittoria il semplice calo del prezzo della benzina.
Senza contare che molti analisti, osservando il dispendio di mezzi e munizioni in Medio Oriente, dubitano ormai seriamente della capacità degli Stati Uniti di tener fede alla sua dottrina strategica, e cioè di essere sempre in grado di combattere due guerre contemporaneamente. A Pechino e Mosca prendono nota.
Lo stesso vale per la forza diplomatica degli Stati Uniti. La rete di alleanze su cui si è retto il dominio indiretto su gran parte del globo è oggi infatti una tela strappata in giunture cruciali. La rabbiosa delusione di Trump («disgusto» lo definisce lui) che minaccia di uscire dalla Nato ne è la più clamorosa dimostrazione. Se persino un Paese come l’Italia, tradizionalmente a sovranità limitata nel rapporto con gli Stati Uniti a causa della sua collocazione geografica e della sua storia recente, deve rifiutarsi alle pretese belliche dell’alleato; se persino la Gran Bretagna, orgoglioso cardine atlantico della «relazione speciale» con Washington, deve fare lo stesso, allora vuol che l’intera Europa non può più essere iscritta nella comunanza di interessi transatlantici (anche economici, visti i dazi), finora un pilastro della potenza americana nel mondo. Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti sono oggi molto più vicini a Washington di Parigi e Berlino. La fine di un’epoca.
Il problema per noi europei è capire se questo sia un male, anzi, un vero e proprio guaio; oppure se, come traspare da certe posizioni nel nostro mondo politico e anche nell’opinione pubblica italiana, se ne debba gioire, come della fine di un giogo, di una riconquistata indipendenza. Perché da questo derivano conseguenze importanti sulla politica che dovremmo seguire in futuro, anche dopo e oltre il governo Meloni.
L’aspetto principale da considerare è che né come Italia né come Europa disponiamo di un bastone neanche lontanamente capace di sostituire quello americano. E non lo saremo ancora per molti anni a venire, per quanti soldi fossimo disposti a spendere. Allo stesso tempo, l’idea di un’Europa neutrale nel gioco delle grandi potenze, equidistante tra Washington e Mosca, tra l’Atlantico e l’Asia, è un’illusione. Innanzitutto perché in quel caso non ci sarebbe più un’unica Europa ma, come le vicende ungheresi e finlandesi dimostrano, si spaccherebbe rapidamente in due o più parti. Infine, l’enorme peso degli interessi economici, degli interscambi, della circolazione dei capitali finanziari, delle tecnologie digitali, del dollaro, del benessere che in questi ottant’anni l’intesa transatlantica ha consentito ai Paesi europei, dovrebbe farci tremare al solo pensiero di perderlo. In una parola: il nostro no a Sigonella, pur dovuto, è una prova di debolezza, non di forza (in questo ben diverso da quello di Craxi). E perciò proporre ora di allargare quello strappo è infantile.
Classi dirigenti all’altezza del compito dovrebbero piuttosto concordare e concentrare tutti i loro sforzi nel tentativo di tenere in vita oggi, per ricostruirlo in futuro, il legame con gli Stati Uniti d’America, senza cedere alle lusinghe di ogni altra ipotesi strategica, che guardi a Mosca o a Pechino. Per questo ha fatto molto bene l’ex premier Conte, che si dice voglia tornare a Palazzo Chigi, a incontrare il plenipotenziario di Trump qualche giorno fa a Roma.
1 aprile 2026
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