Anche per giocare a calcio serve cultura o almeno curiosità
Corriere della Sera - Cultura

Anche per giocare a calcio serve cultura o almeno curiosità

Mercoledì 1 aprile 2026
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Le ultime notizie sulla guerra in Iran, in diretta

Anche per giocare a calcio serve cultura o almeno curiosità

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
da qualche tempo (troppo) la Nazionale italiana di calcio non vive una bella stagione. Colpa degli ultimi allenatori? Colpa dei giocatori di cui la gente comune ricorda a malapena i nomi?
Alex Prato

L’eliminazione per la terza volta consecutiva dai Mondiali di calcio è una vergogna nazionale. Almeno lei e io abbiamo vissuto le notti magiche dei Mondiali di un tempo, i ragazzi di oggi nulla.
Gian Piero Aureli

Si sa che la migliore difesa è sempre l’attacco. Purtroppo non c’è idea di tattica di gioco. Poi ai rigori si può sbagliare ma l’Italia doveva qualificarsi prima.
Decimo Pilotto 

Cari lettori,
coprire di contumelie gli Azzurri in queste ore è un po’ lo sport nazionale. I motivi del terzo disastro consecutivo sono molti. Da tempo il calcio non è più lo sport nazionale. I bambini non giocano più a pallone. L’Italia della mia infanzia era un gigantesco campo di calcio, giocavamo dappertutto, sui viali, nelle piazze, nei cortili: affittare un campo vero era un sogno, un punto d’arrivo; i più bravi tra noi (quindi non chi vi scrive) andavano alle scuole calcio, entravano nelle giovanili, erano seguiti dagli osservatori. Non so dirvi perché, ma oggi i ragazzi che giocano a pallone sono una minoranza.
Il secondo motivo è il fatto che le squadre sono ormai quasi tutte straniere. Nel calcio degli anni 70, che ha partorito la Nazionale più forte che abbiamo mai visto — Argentina 1978, Spagna 1982 —, le squadre erano tutte italiane. Senza vietare la circolazione dei calciatori, prevedere una quota di almeno tre calciatori italiani in campo per squadra non sarebbe un’eresia.
C’è poi un altro motivo. Ci penso da quando ho visto gli atleti dell’ultima Nazionale che abbia fatto un Mondiale — Brasile 2014 — sfilare via dopo l’eliminazione senza rispondere a una sola domanda dei giornalisti stranieri, come prevederebbe il regolamento Fifa. Non è che non avessero voglia di parlare; non sapevano una parola di inglese. E l’inglese nello sport moderno devi saperlo, perché così puoi parlare con l’arbitro e con gli avversari. Nella memorabile intervista a Mario Platero, Bill Bradley racconta di aver battuto i russi anche perché dimostrò di sapere un po’ la loro lingua. Ovvio che non è andata davvero così. Non è che non andiamo ai Mondiali perché i nostri calciatori non sanno l’inglese. Ma ad alti livelli la cultura, o almeno la curiosità e un po’ di umiltà, servono anche nello sport. Cultura non significa aver studiato. Mazzola e Rivera, Zoff e Tardelli non avevano tre lauree, avevano giocato a pallone fin da ragazzini. Ma avevano l’umiltà di imparare e la curiosità di vivere con le orecchie e gli occhi aperti. Di sfogliare qualche libro, di seguire i giornali. Ho avuto la fortuna di intervistarli, e da loro ho imparato molto. Lo stesso vale per i grandi allenatori: Capello, Lippi, Ancelotti, Allegri. Le ultime generazioni hanno dato meno personaggi interessanti, con le eccezioni che confermano la regola. Tra queste c’è Rino Gattuso. Ed è un dolore che sia toccato a lui, senza colpe, sobbarcarsi la fatica di Sisifo di tentare di portare l’Italia ai Mondiali.

1 aprile 2026

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