Ecco perché una legge sul fine vita non può attendere
La Corte costituzionale ha esplicitamente invitato il Parlamento, già più di una volta, ad adottarne una
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Ecco perché una legge sul fine vita non può attendere
Niccolo Nisivoccia | 31 marzo 2026La Corte costituzionale ha esplicitamente invitato il Parlamento, già più di una volta, ad adottarne una
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È necessaria, una legge sul fine vita? Si può dire di sì almeno per tre ragioni.
Innanzitutto per una ragione istituzionale: perché è la stessa Corte costituzionale ad aver esplicitamente invitato il Parlamento, già più di una volta, ad adottarne una.
E diciamo allora che il corretto funzionamento del sistema vorrebbe che il legislatore prendesse sul serio gli inviti della Corte, secondo quel «costituzionalismo collaborativo» di cui parla anche Marta Cartabia in un suo recentissimo libro, Custodi della democrazia.
Non è mai bello che un invito della Corte rimanga inascoltato, più o meno a lungo, proprio perché a venire in gioco è l’architettura costituzionale, la collaborazione fra le istituzioni, la condivisione delle responsabilità.
In secondo luogo il diritto dovrebbe sempre sentirsi chiamato a fare i conti con le grandi questioni filosofiche, e la questione del fine vita lo è, una grande questione filosofica. Camus la definiva addirittura l’unico problema filosofico veramente serio, rispetto al quale tutto il resto viene dopo: giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta.
Il che, dal punto di vista del diritto, significa chiedersi come debba rispondere la legge alle richieste di chi ritenga la propria vita non più meritevole di essere vissuta e voglia porle fine.
Come deve porsi davanti al dolore, in particolare davanti al dolore di chi lo ritenga insopportabile?
A chi spetta di decidere non solo come viverla, la vita, ma anche se viverla o non viverla?
Sono proprio queste le domande a cui ha cercato di dare una risposta la Corte costituzionale, nelle sentenze di questi anni: e cui invece il Parlamento una risposta la deve ancora dare.
Del resto sono domande che non provengono dall’empireo, ma dalla vita vera, da persone in carne e ossa – ognuna con un corpo, un nome e un cognome, e un volto che ci guarda. E questa è un’altra ragione, anzi: è la più importante di tutte, per cui una legge sul fine vita andrebbe considerata doverosa.
Perché non emanarla si tradurrebbe in un vero e proprio atto di ingiustizia nei confronti di tutte le persone che soffrono, per le quali ogni singolo giorno di sofferenza ne vale mille.
Non emanare una legge significherebbe incorrere forse nel peggiore dei difetti in cui il diritto può incorrere, che è quello di mostrarsi sordo alle richieste provenienti da chi ha bisogno.
31 marzo 2026
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