Ambizioso, amato e odiato: i tanti volti di don Verzé
Ambizioso, amato e odiato: i tanti volti di don Verzé
risponde Aldo CazzulloI tuoi preferiti
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Caro Aldo,
come mai nessuno ricorda don Verzé che ha creato il San Raffaele di Milano, allora il più importante centro di ricerca europeo?
Margherita Smeraldi (Venezia)
Cara Margherita,
la accontento volentieri. Don Luigi Verzé si spense nel giorno di San Silvestro del 2011 dopo un anno per lui molto difficile, segnato dal suicidio del braccio destro Mario Cal, e dalle difficoltà finanziarie. In realtà, don Verzé non era certo un disonesto. Era un po’ un megalomane. O, se preferisce, un ambizioso. Portò per primo in Europa la macchina per la tomoterapia — «quanto costa? Dieci milioni di euro? La voglio!» — e allestì zoo e scuderie dove scelse per sé un purosangue di nome Imperator. Chiamò per dirigere la sua università i migliori intellettuali italiani e comprò fazendas in Sudamerica dove veniva fotografato a bordo piscina. Era un po’ un autocrate, ed era affascinato dagli uomini che considerava suoi simili, fossero di destra o di sinistra, musulmani o atei, Gheddafi o Fidel Castro, che chiamava familiarmente «El Crapòn». Di Berlusconi mi raccontò: «Lo vidi per la prima volta nel 1964. In clinica. Era un giovane imprenditore di 28 anni. Malato. Gli dissi: lei guarirà, e farà grandi cose. È un dono che ho sempre avuto. Ma lo dissimulo, e non ne parlo, perché non voglio passare per un profeta».
Profeta, no. Fondatore. La tempra di un don Cottolengo, il passo di un don Bosco. Molto amato e molto odiato. Il padre possidente veneto lo diseredò quando seppe che sarebbe diventato sacerdote. La madre lo baciò una sola volta in vita sua, il giorno della prima comunione. La convivenza con i ricercatori che tanto preoccupavano le gerarchie ecclesiastiche al tempo di Ratzinger non gli creava problemi: «Non credo che il nostro compito sia vincolare il loro lavoro. Dobbiamo invece stare vicino ai ricercatori, condividere la loro fatica, senza giudicarli o pretendere di esercitare un magistero». È lecito usare embrioni umani per trovare nuove cure? «Sì, è lecito. A patto di non uccidere l’embrione, né ferirlo». Ma per la Chiesa la fecondazione in vitro è moralmente inaccettabile. «La fecondazione omologa va vista come completamento dell’atto coniugale. Non sopporto gli irsuti inquisitori che pretendono di alzare il lenzuolo del letto nuziale; mi pare impudico. Credo che a suo tempo la Chiesa accetterà la fecondazione omologa in vitro, come accetterà, almeno per situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo. Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero per un po’ nelle favelas e nei tuguri africani».
Diceva don Verzé che «tutti hanno il diritto di avere figli. Qualcuno può rinunziarvi, come ho fatto io; ma la scelta è individuale. Negare il diritto di avere figli è una stupidaggine contro natura». Don Verzé aveva creato anche una personale teologia: «Decenni di frequentazioni della morte mi hanno convinto che l’uomo non può stare senza nessuna delle tre parti che lo compongono, corpo, psiche e spirito. Per cui, al momento della morte, Dio ricrea il nostro corpo immediatamente, senza attendere la fine dei tempi». E dove sono i nuovi corpi dei morti? «Questo non lo so». Sapeva invece che, com’è scritto nella Bibbia, Dio non ha creato la morte: «Ricerca, medicina, filosofia ci porteranno a vincere la morte, a trasformarla da trauma a fatto evolutivo. Sento che il Signore verrà a prendermi, e io lo vedrò, già sollevato da terra, sospeso tra la vita futura e la vita terrena».
31 marzo 2026
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