«In parole povere», il dialetto non è morto: «È la nostra identità»
Corriere della Sera - Cultura

«In parole povere», il dialetto non è morto: «È la nostra identità»

Martedì 31 marzo 2026
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Il nuovo libro di Franco Brevini sconfessa la profezia di Pier Paolo Pasolini sulle parlate locali, che oggi vengono utilizzate anche sul web per dare colore a un linguaggio ingrigito

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«In parole povere», il dialetto non è morto: «È la nostra identità»

di Federico Fumagalli

Il nuovo libro di Franco Brevini sconfessa la profezia di Pier Paolo Pasolini sulle parlate locali, che oggi vengono utilizzate anche sul web per dare colore a un linguaggio ingrigito

Franco Brevini vs Pier Paolo Pasolini. Il professore e l’intellettuale hanno idee distanti riguardo i dialetti. Ad avere la meglio è Brevini, un’autorità in materia. «Nei ‘70 Pasolini aveva predicato la fine dei dialetti — dice il professore —. Sarebbe coincisa col tramonto delle civiltà che li avevano parlati». Non è accaduto. A sua discolpa, PPP – che pure aveva il dono del vaticinio socioculturale – non poteva prevedere «ciò che sarebbe successo dopo, con l’avvento del web».

La copertina «In parole povere»

Il nuovo libro per Bollati Boringhieri di Franco Brevini, professore associato di Letteratura italiana all'Università di Bergamo

Di freschissima pubblicazione (edizioni Bollati Boringhieri) il nuovo libro di Brevini «In parole povere» pone domande, a cui l’autore risponde: «Che cosa sono i dialetti?»; «Perché, malgrado il loro declino, non muoiono?»; «Come mai c’è la percezione che le emozioni siano più vere, se espresse in dialetto?». Dal tormentone «accussì», con cui Sal Da Vinci sbanca il Festival di Sanremo, allo spettacolo «Miracolo a Milano» che – recitato in milanese – è il titolo di punta della stagione del Piccolo Teatro.
Professor Brevini, Pasolini aveva torto. Nel 2026 il dialetto è ancora fra noi.

«E attrae anche i giovani. Ciò che accade nella canzone, ad esempio, è paradigmatico. Pensiamo al successo della musica napoletana di Geolier o Liberato. Viviamo in un’epoca in cui si avverte il bisogno di ritrovare elementi identitari, capaci di ancorare a una realtà che non sia anonima ma specifica: la propria città, strada, quartiere, gruppo. Attraverso il dialetto puoi raccontare il mondo dal luogo in cui stai. Praticamente, ti geolocalizza».
Il web, appunto.
«La Rete ha creato dinamiche in cui il globale interagisce con il locale. I dialetti impazzano sui social, ad esempio. Sono diventati i pigmenti che danno colore a un linguaggio sempre più ingrigito e banalizzato. In Italia, circa metà della popolazione continua a fare riferimento alle espressioni dialettali. Non possiamo ignorare un fenomeno così macroscopico».
«In parole povere» è un titolo manifesto. Allo stesso modo della copertina, con l’immagine di Arlecchino. La maschera bergamasca è anche un omaggio alla città, dove lei vive e insegna in Università?
«Sono per metà bergamasco. Mia madre a 24 anni si era trasferita a Milano, mantenendo però il dialetto delle origini per tutta la vita. Con il suo “pota pota”, pronunciato in un intercalare rauco, riportava ogni cosa con i piedi per terra. Il titolo del libro è un omaggio a lei. Quella maniera di esprimersi mi ha educato a riconoscere la realtà e a mettere in discussione le immagini che la nostra letteratura, totalmente scollata dal quotidiano, ha tramandato. Cos’era «la donzelletta» di Leopardi, se non una povera contadina marchigiana? Allo stesso modo, gli italiani non possono certo riconoscersi in un abito di Armani. Semmai, si ritrovano in Arlecchino. Le mille pezze del suo vestito rispecchiano la pluralità delle lingue parlate in Italia, un segno di ricchezza culturale».
Questo libro omaggia sua madre. Ma la dedica è per sua moglie Tiziana: «In dialetto non si dice “ti amo”. Ma tra noi due, dopo tredici anni e sei figli, le parole non servono più. Il nostro amore continua a parlare anche nel silenzio». Dunque, nel vostro quotidiano familiare ci sono più silenzi o più parole?
«Io e Tiziana formiamo una coppia che si è felicemente saldata attorno alla cultura. È importante avere un’interlocuzione quotidiana, pure fra le difficoltà. Perché con sei bambini, dai 13 anni a 1 mese, da noi è sempre un piccolo inferno (ride, ndr). Mia moglie è nata a Bergamo, ma la sua famiglia viene dalla Sardegna. In casa parlavano sardo. Così, sia io sia lei possiamo mantenere uno sguardo interessante sulla dimensione bergamasca. Non ne siamo completamente immersi, la intercettiamo ma con un certo distacco. Ciò è stimolante e divertente».
Come padre e come professore, lei è a stretto contatto con i giovani. Quale futuro si aspetta, dalle nuove generazioni?
«Le ragazze e i ragazzi di oggi sono intelligenti, veloci, svegli. Ciò che mi sconcerta è constatare la loro lontananza dai saperi in cui io credo. C’è un conflitto valoriale epocale. Non sono pessimista, ma curioso di vedere quello che avrà il coraggio di succedere».
Il mondo cambia, il dialetto resta.
«Nemmeno i media, ben più potenti della scuola, sono riusciti ad estirparlo. Il dialetto fa parte del paesaggio in cui la gente vive».

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31 marzo 2026

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