Intelligenza artificiale e tecnoprofeti
Intellettuali autorevoli sono ottimisti sulla tecnologia il problema è chi si crede un messia
Intelligenza artificiale e tecnoprofeti
Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti | 31 marzo 2026Intellettuali autorevoli sono ottimisti sulla tecnologia il problema è chi si crede un messia
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La recente visita a Roma di Peter Thiel, il capo di Palantir nonché tecnologo preferito da Donald Trump, ha illuminato di una luce nuova il dibattito italiano sull’Intelligenza artificiale. Thiel è arrivato in un contesto dove intellettuali autorevoli (citiamo solo Luciano Floridi, Maurizio Ferraris e Telmo Pievani) professano ottimismo: per loro la tecnologia non ha ideologia, l’IA non è né buona né cattiva; la questione è come normarla e come usarla.
Eppure, gli algoritmi — ormai si moltiplicano gli esempi giorno dopo giorno — sono in grado di decidere da soli, e pare anche che lo facciano con un certo gusto.
Sono sempre più spesso essi stessi a formularsi le domande, bypassando gli operatori umani, fino al caso estremo in cui eliminano direttamente sui campi di battaglia nemici veri o presunti. E questo suscita allarme negli stessi padri dell’Intelligenza artificiale.
Elon Musk parla apertamente di rischio esistenziale. Sam Altman chiede regole globali. I fratelli Amodei, specialisti nelle applicazioni di intelligence militare, alla guida di Anthropic, denunciano scenari di potere incontrollabile, e si rifiutano di dare al Pentagono la loro piattaforma. E perfino uno dei padri del deep learning, Yoshua Bengio, invita a una prudenza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza.
In pratica lo star system della tecnologia da una parte ci mette in guardia sui foschi scenari del futuro, dall’altra progetta e costruisce macchine sempre più intelligenti, algoritmi sempre più sofisticati, realizzando fatturati astronomici.
Il rovesciamento dei ruoli non potrebbe essere più forte: fa tenerezza l’idea otto-novecentesca di sinistra di combattere il capitalismo industriale, per rivoltarlo a fini rivoluzionari. Così come l’avversione per la modernità da sempre nel DNA della destra conservatrice o reazionaria.
Ora gli industriali si sono seduti in cattedra al posto dei filosofi, mentre le loro macchine sottraggono il lavoro a milioni di individui.
Peter Thiel è lo «spirito del mondo»: laureato in filosofia, allievo di René Girard, cultore di Francesco Bacone e della sua Nuova Atlantide e del pensiero conservatore di Leo Strauss. Il fondatore di Palantir ci dà lezioni su Platone e sulla Bibbia: se non si vive come un nuovo Cristo o Anticristo, si considera certamente un nuovo Platone. L’Ateniese vedeva l’età dell’oro nella mitica Atlantide del passato, Bacone colloca la nuova Atlantide nel futuro, come utopia tecnologica realizzata.
La tesi di Thiel è che l’Occidente stia entrando in una fase di tensione crescente, quasi un preludio all’Armageddon descritto nell’Apocalisse. Guerre, crisi geopolitiche, scontro tra Gerusalemme e Babilonia, competizione tecnologica, rivoluzione dell’Intelligenza artificiale: tutto questo configura un momento storico simile a un passaggio apocalittico.
Ma qui arriva il colpo di scena: secondo Thiel, proprio la tecnologia — e in particolare l’Intelligenza artificiale — potrebbe costituire lo strumento attraverso cui il nuovo ordine nascerà dalle macerie del vecchio mondo. La Silicon Valley diventa così, nelle parole di Thiel, una sorta di laboratorio escatologico: il luogo in cui si prepara il dopo.
Per il tecnoprofeta, l’Intelligenza artificiale riattiva domande antiche: chi governerà il futuro? Quale tipo di potere emergerà dall’automazione della conoscenza? E quale sarà il ruolo dell’uomo quando le macchine sapranno vedere, calcolare e prevedere meglio di lui?
E, aggiungiamo noi, cosa resterà della coscienza umana, marginalizzata e ridotta a un ruolo di pura, impotente testimonianza?
Temiamo che, nel suo irrefrenabile narcisismo, Thiel non si consideri solamente un profeta, ma piuttosto un messia. L’attesa e il mistero hanno circondato il personaggio e le sue conferenze romane.
La figura di Thiel diventa simbolica. Non a caso, alcuni hanno iniziato a rovesciare contro di lui la stessa retorica apocalittica che egli utilizza: il vero Anticristo digitale, dicono, sarebbe proprio il miliardario che predica la fine dei tempi mentre costruisce gli strumenti che la accelerano. Che cosa trovino in lui molti integralisti cattolici, negli Stati Uniti e in Italia, persone che dovrebbero storcere il naso rispetto a qualsiasi pretendente al trono di Cristo, resta per noi un mistero.
I padri del pensiero occidentale, Platone e Aristotele, avevano perlomeno l’umiltà di presentarsi come educatori dei principi. Thiel, per ora, a parte i miliardi e le sue profezie di sventura, ha generato culturalmente J.D. Vance. La strada per diventare Alessandro Magno è ancora lunga, soprattutto se non ci facciamo impressionare dalla fascinazione di un potere assoluto, irreversibile e terribilmente smart.
* Autori di Umano, poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale
31 marzo 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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