«Caro D'Avenia, sul divieto dei cellulari la strada è tracciata: la vera sfida non è soltanto nelle riforme, ma nella loro incarnazione quotidiana»
L'intervento della coordinatrice del ministero dopo l'articolo di Alessandro D'Avenia che chiedeva: «Cosa aspettate?» e proponeva di varare una legge per regolamentare l'accesso ai cellulari per i minori
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«Caro D'Avenia, sul divieto dei cellulari la strada è tracciata: la vera sfida non è soltanto nelle riforme, ma nella loro incarnazione quotidiana»
di Loredana Perla, Coordinatrice commissione MIM Nuove IndicazioniL'intervento della coordinatrice del ministero dopo l'articolo di Alessandro D'Avenia che chiedeva: «Cosa aspettate?» e proponeva di varare una legge per regolamentare l'accesso ai cellulari per i minori
L’articolo di Alessandro D’Avenia ci consegna una domanda che non lascia indifferenti: che cosa stiamo aspettando per riportare al centro della scuola la cura della persona, delle relazioni, dei sentimenti? È una domanda potente, che nasce dal disagio evidente di tanti giovani e dagli episodi, sempre più frequenti, di violenza dentro e fuori le aule. Ma è anche una domanda che merita una risposta onesta. Perché, se è vero che molto resta da fare, è altrettanto vero che la scuola italiana non è ferma. Negli ultimi anni si è aperta una stagione nuova, nella quale il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha avviato un percorso chiaro di attenzione alla dimensione emotiva degli studenti.
Un primo intervento strutturale è nel testo delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo, adottate con il D.M. 221/2025. Per la prima volta nella storia dei programmi l'educazione all'empatia, alle relazioni interpersonali e al rispetto della persona è inscritta nel cuore del curricolo — verticalmente, dal primo ciclo al secondo — come competenza trasversale a ogni disciplina. Non un'aggiunta ornamentale: un cambio di paradigma.
Naturalmente, le Indicazioni da sole non bastano. Per questo il ministero ha accompagnato questo cambiamento con un investimento sulla formazione dei docenti, da svolgersi a cura di Indire, perché l’educazione emotiva non si improvvisa. È materia complessa: significa apprendere a saper lavorare sulle dinamiche relazionali, a gestire i conflitti, a promuovere negli studenti la capacità introspettiva di riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni. Significa anche educare al rispetto, alla reciprocità, alla differenza, in una fase storica in cui le fragilità giovanili si intrecciano con modelli culturali spesso disorientanti. È proprio qui che la questione della violenza trova una risposta che non è solo reattiva, ma preventiva.
A questo si affiancano le Linee guida per l'educazione civica, firmate dal ministro Valditara nel settembre 2024: trentatré ore annue obbligatorie con obiettivi espliciti di educazione alle relazioni e al rispetto, più ulteriori azioni: il ritorno del voto in condotta con effetti concreti, l’introduzione di lavori socialmente utili, l’inasprimento delle sanzioni per chi aggredisce il personale scolastico. Non sono azioni in contraddizione rispetto alla cura emotiva, ma necessari complementi. Perché non c’è educazione senza limite, così come non c’è limite che abbia senso senza un orizzonte educativo.
Il divieto di cellulari in classe, salutato positivamente dai ministri del G7 Istruzione, ha restituito spazio alla relazione educativa. Così come la necessità — portata da Valditara all'attenzione dei ministri UNESCO a Parigi proprio nei giorni successivi all'aggressione di Bergamo — di una norma che vieti l'uso dei social ai ragazzi traccia una rotta inevitabile.
Intanto si registrano i primi frutti delle misure già varate: le aggressioni al personale scolastico sono scese da 54 nel 2023-2024 a 41 nel 2024-2025, fino alle 30 dell'anno in corso. Vi è infine lo stanziamento di venti milioni di euro per cinque sedute psicologiche gratuite agli studenti in situazione di disagio. In generale, intercettare precocemente la sofferenza, prima che si trasformi in gesto violento: questo è il senso più profondo di una politica educativa che vuole essere anche politica di cura.
Alla luce di tutto questo, la domanda di D’Avenia resta preziosa, ma può essere anche rovesciata. Non tanto per negarne la forza, quanto per completarla. Non è solo «che cosa aspettiamo?», ma «che cosa siamo disposti a fare, ciascuno di noi, perché la scuola diventi davvero quel luogo di cura che invochiamo?». Perché oggi una direzione esiste. Le norme ci sono, le indicazioni sono state tracciate, gli strumenti sono stati messi in campo. La vera sfida, come sempre in educazione, non è soltanto nelle riforme, ma nella loro incarnazione quotidiana.
31 marzo 2026
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