Torino 1842: la fortuna di 200 mila lire per un matrimonio reale e i poveri «pagati» per festeggiare
Documenti d’epoca rivelano come carità, feste e spettacoli venivano usati per coinvolgere il popolo e celebrare il potere dei Savoia. Tra pane, elemosine e fuochi d’artificio, emerge il significato delle «pubbliche allegrezze» nell’800
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Torino 1842: la fortuna di 200 mila lire per un matrimonio reale e i poveri «pagati» per festeggiare
di Carla Piro ManderDocumenti d’epoca rivelano come carità, feste e spettacoli venivano usati per coinvolgere il popolo e celebrare il potere dei Savoia. Tra pane, elemosine e fuochi d’artificio, emerge il significato delle «pubbliche allegrezze» nell’800
Vittorio Emanuele duca di Savoia e Maria Adelaide d'Austria
«Sette febbraio 1842: Opere di Beneficenza. Riparto della somma di lire quindici mila: Pani n. 6 mila £1.500, Elemosine a domicilio £ 6.000, Lotterie di vestiario £ 3.500, Coccagne £1.000, Ricovero della mendicità £ 300, Povere partorienti £ 250”...etc…». L’Ordinato del 7 febbraio 1842 non dimentica niente e riporta, voce per voce, i destinatari della regia carità in vista di un evento straordinario. Qualche settimana prima, il 27 Ottobre 1841, la Regia Segreteria di Stato per gli Affari dell’Interno e delle Finanze ha scritto alla municipalità di Torino annunciando il «matrimonio di S.A.R. il Duca di Savoia con S.A.R. la Principessa Adelaide Figliuola dell’Arciduca Raineri d’Austria Vice Re del Regno Lombardo-Veneto».
Spese straordinarie
Da quel momento in poi l’organizzazione dei festeggiamenti diventa quotidiana, impone coinvolgimento organizzazione e spesa straordinarie. È tutto nel «Compendio di tutte le disposizioni per l’eseguimento delle feste» (Carte sciolte, n. 1115), epistolario minuzioso, giornaliero, contenente l’elenco di progetti, delibere, contratti e pagamenti sostenuti dalla Città per organizzare le iniziative collegate al matrimonio. Dalle note dell’11 gennaio 1842: «Progetto delle Feste; vengono deliberate feste solenni in dimostrazione di giubilo del Corpo Decurionale pel fausto matrimonio, proponendosi alla Congregazione e Consiglio l’esecuzione delle feste infrascritte, cioè un arco trionfale, arringa alla sposa ed offerte da Damigelle, Illuminazione, Opere di beneficenza, Feste popolari, Torneo e fuochi d’artifizio, generale illuminazione, Te deum alla Consolata e ballo al palazzo Civico».
Percorsi alternativi
Si pensa a tutto, anche all’allestimento di un percorso sotto i portici di Via Po alternativo a quello scoperto in caso di maltempo per permettere agli sposi di transitare all’asciutto, pensando, scaramanticamente, all’alluvione che due anni e mezzo prima, il 16 ottobre 1939, che ha allagato la città portando il livello del Po a 6 metri e 27 centimetri (e peraltro il 12 aprile 1842, giorno delle nozze, pioverà). Perché tutti siano partecipi dell’evento si organizzeranno feste mescolando momenti celebrativi e appuntamenti popolari: alberi della cuccagna, lotterie, giostre, circhi gratuiti. Alla fine il Municipio spenderà la cifra record di 200.000 lire, (all’epoca in cui una pagnotta costava circa 20 centesimi).
Le «pubbliche allegrezze»
Ma tant’è. Sono le «pubbliche allegrezze», le manifestazioni pubbliche nate per magnificare il potere celebrandone grandezza e magnanimità che a Torino fra ‘500 e ‘800 si susseguiranno frequenti, acquisendo il valore di un vero linguaggio collettivo. Il matrimonio di Vittorio Emanuele con Adelaide diventerà un evento epocale, ma non senza precedenti.
Il precedente
Dalle note del «Magnifico ballo dato alla cittadinanza di Torino»: «Correva il dì 27 febbraio del 1791 quando alcuni nobili furono presi da vaghezza di dare una festa, alla quale fossero invitate alquante signore borghesi di ogni ordine. Di lì a poco si riunirono i sessanta promotori che elessero un comitato organizzatore. Era stata individuata una casa adatta a ospitare il maggior numero possibile di invitati: il palazzo del conte di Levaldigi (all’angolo tra le vie Alfieri e XX Settembre), dotato di un atrio sostenuto da due ordini di colonne e da uno scalone che conduceva ad un salone. Il conte Dellala di Beinasco fu incaricato dell’allestimento della sala e, stimata la capienza in 2500 persone, si procedette agli inviti. Furono individuate 500 signore borghesi, ognuna delle quali aveva facoltà di condurre con sé due uomini; nessuna limitazione di numero era posta invece per la nobiltà. Cinquantacinque granatieri e un corpo di dragoni a cavallo vigilavano all’esterno del palazzo. Molti fanali accesi lunghesso le quattro strade che conducono al palazzo le illuminavano, e 40 faci accese alla facciata, altre 35 per l’atrio, e la scala, spandevano luce. La sera dell’otto marzo, per più di due ore gli invitati continuarono ad affluire a palazzo Levaldigi. La grande sala ottagonale era riccamente illuminata da diciassette lucidissimi lumieri di purissimo cristallo appesi al centro, duecento cassette di lumini a cera distribuiti sul cornicione e dove 300 candele emulavano il chiaror del sole».
Il battesimo
Strumento di consenso e pacificazione sociale, le «pubbliche allegrezze» — panem et circensens di tempi moderni — servono a superare (o a fingere di farlo) le differenze di classe. Così era stato ad esempio, anche il 9 marzo 1567 quando Il duca Emanuele Filiberto aveva celebrato il battesimo del figlio Carlo Emanuele, a cui aveva invitato — tra gli altri — il papa, il re di Francia, la regina di Spagna oltre, naturalmente al popolo tutto.
Per l’occasione si era pensato di collegare palazzo reale e duomo con una struttura sopraelevata. Dal Magnifico et eccellente apparato fatto in Turino per il battegiamento dell’illustrissimo prencipe Charles, figliuolo del serenissimo Emanuele Filiberto: «Fu fatto un ponte coritor di legname, guarnito di ginepri, allori, bussi e mirti verdeggianti, con archi trionfali di sopra spessissimi; il qual ponte havea principio al palazzo di sua Altezza, e veniva di longo, retta linea, per il Sagrato dii Domo, sino in capo della Chiesa, poi andava à congiungersi con la porta grande di ditta Domo, sopra il qual ponte vi havea da venir il Principe e tutti gli altri Signori, partendosi di Palazzo per venir in Chiesa à battegiarsi».
I colpi d'artiglieria
Tutto è pronto, gli invitati cominciano ad arrivare il 6 marzo, ciascuno accolto da una salva di colpi d’artiglieria, e all’ambasciatore di Francia il Duca mostra orgoglioso la Cittadella appena costruita. Ma qui il diario quotidiano dell’anonimo cronista tradisce il non detto, la scarsa propensione di Emanuele Filiberto alla prodigalità, e alla mondanità: «Il sabbato poi il Duca giuocò con detti Signori francesi alla Pillota, con tanta gentilezza, et amorevolezza, che non si potria dir di più, e quel che à tutti è stato di gran maraviglia, che detto S. Duca ha voluto far le spese del suo à tutti questi Signori». Parsimonioso e solitario, Emanuele. Forse perché come avrebbe detto poi il grande Gatsby, «le grandi feste sono le migliori, perché nascondono la solitudine e mostrano la ricchezza».
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