Tre istantanee sui Subsonica, i migliori anni della nuova Torino nata in uno studio di piazza Vittorio
Corriere della Sera - Cultura

Tre istantanee sui Subsonica, i migliori anni della nuova Torino nata in uno studio di piazza Vittorio

Martedì 31 marzo 2026
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Ricordo tre date fondamentali ('95, '98 e 2000) e quelle due fan che mi chiesero: «Veniamo da Napoli, dov'è Casasonica?». Qualcosa era cambiato nella percezione della città grazie a Casacci&co.

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Tre istantanee sui Subsonica, i migliori anni della nuova Torino nata in uno studio di piazza Vittorio

di Gabriele Ferraris

Ricordo tre date fondamentali ('95, '98 e 2000) e quelle due fan che mi chiesero: «Veniamo da Napoli, dov'è Casasonica?». Qualcosa era cambiato nella percezione della città grazie a Casacci&co.

Istantanee . È la primavera del 1995. In via Po incontro Max Casacci. Da poco non è più il chitarrista degli Africa Unite, ha deciso di mettersi in proprio con una nuova band. Hai già un’idea?, gli domando, e lui annuisce, con la sua solita aria vaga, dice che sta «provando qualcosa con due ragazzi» che ha pescato negli Amici di Roland, un gruppo che fa cover delle sigle dei cartoons. «Si chiamano Samuel e Boosta», aggiunge. Sono nati i Subsonica.

Casasonica

Istantanee. È il 1998, primi di maggio. A Casasonica i Subsonica stanno lavorando al loro secondo disco. Casasonica è la sala di registrazione della band, in un cortile di piazza Vittorio, di fianco al bar Elena. Una volta era lo studio del papà di Max, Ferruccio, un pioniere del cinema a Torino. Sono passato a Casasonica per salutare e vedere come procedono le operazioni, e quando esco due tipe mi fermano sul portone, è qui che stanno i Subsonica?, chiedono, e aggiungono che sono venute da Napoli «per vedere i Subsonica». Rispondo che sì, lì dentro ci sono i Subsonica. Ma pare ancora strano, che due tipe partano da Napoli «per vedere i Subsonica». L’anno dopo uscirà Microchip emozionale, e Casasonica diventerà un’imprescindibile attrazione torinese per giovani turisti.

A Sanremo

Istantanee. Marzo del 2000. I Subsonica sono andati al Festival Sanremo. Si sono presi un rischio: per una band percepita come alternativa e fuori dall’ottica del sistema, il Festival è sempre un rischio. Ma l’hanno sfangata alla grande, si sono divertiti e adesso li conoscono anche quelli che guardano il Festival. Intanto a me succede una cosa strana: mi presentano un tale di Palermo che mi dice ah, lei è di Torino, la città dei Subsonica. È la prima volta che mi capita: di solito collegano Torino alla Juve (vabbè...) o alla Fiat (ma anche meno...). E lì capisco che i Subsonica sono diventati qualcosa di più di una band torinese. Sono Torino. Come la Mole, i gianduiotti, la Juve e il Toro, o (nel Novecento...) la Fiat.

No, sbaglio: non dovrei scrivere «come», dovrei scrivere «invece di». In quell’inizio di millennio i Subsonica trasmettevano all’Italia una certa idea di Torino, erano il simbolo di una città che cambiava pelle in cerca di nuove vocazioni, nuove modernità.

Simbolo di una città

Ma quella era la Torino dei nostri anni migliori, quando eravamo molto giovani e molto felici. Poi parecchie cose sono andate storte. I Subsonica però sono rimasti, nella buona e nella cattiva sorte, parte viva della città. Torinesi per scelta, per vocazione, per intima necessità: senza però ridursi a fenomeno locale, bensì imprimendo un carattere unico e inconfondibile (vogliamo usare l’orrida espressione «glocal»?) al proprio successo. Cerco di spiegare. Pochi ricordano che Umberto Tozzi è torinese; e comunque, nella sua carriera artistica la «torinesità» è del tutto ininfluente, Tozzi avrebbe scritto Gloria anche se fosse nato a Forlì o a Crotone. 
I Subsonica, invece, non sarebbero né potrebbero essere se stessi senza quel «fattore Torino», che li rende unici tra le top band italiane. A Torino e con Torino i Subsonica hanno maturato la loro visione del mondo — Weltanschauung, direbbe il filosofo — e la loro mitologia generazionale: le notti ai Murazzi, i concerti segreti, Giancarlo, momenti e persone che non ci sono più eppure presenti e vivi nella memoria di chi resta, fra i portici, le piazze, il fiume. 
Non si sono chiusi nella torre d’avorio del successo: se giri per Torino, prima o poi almeno un subsonico lo incontri. 
Non musicisti avulsi dalla realtà, ma componenti attivi di una comunità, aperti a collaborare con le istituzioni ma senza timore di schierarsi contro quando la causa appare buona. Senza calcoli di convenienza. Per un senso di dovere civile. Perché avere un’opinione politica, sostenere un progetto sociale, o persino candidarsi a un consiglio di circoscrizione, è nelle prerogative non di un musicista di successo, ma di qualsiasi cittadino consapevole. E dunque, oggi che i Subsonica celebrano trent’anni della loro storia, nessuno si senta escluso: è anche la nostra storia.

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