Serve una Bce dell’energia
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Serve una Bce dell’energia

Lunedì 30 marzo 2026
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Un’istituzione indipendente potrebbe gestire la transizione evitando problemi alle industrie nazionali

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Serve una Bce dell’energia

Roger Abravanel | 30 marzo 2026

Un’istituzione indipendente potrebbe gestire la transizione evitando problemi alle industrie nazionali

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Lo spettro di una crisi energetica si è materializzato con le guerre in Ucraina e in Iran. In questi giorni, per attutire l’esplosione dei prezzi del gas, i governi italiano e tedesco chiedono alla Ue di rivedere il Green Deal, eliminando l’ETS, il sistema europeo che mette un prezzo alle emissioni di CO2. Il sistema ETS obbliga chi emette CO2 a comprare dei «permessi di emissione», che vengono venduti all’asta in quantità limitata, decisa dall’accordo europeo del Green Deal. Oggi il costo degli ETS pesa per circa il 20% del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica. Ma non pagano solo le centrali elettriche che usano gas e carbone. Pagano anche le industrie che usano i combustibili fossili per fare acciaio, ceramica, vetro, cemento e altro. Per questo motivo le industrie di diversi Paesi d’Europa che usano ancora molto fossile per fare elettricità, tra cui l’Italia e la Germania, pagano una doppia penalizzazione: sulla CO2 che emettono in proprio e sull’energia elettrica che consumano, e che vede il suo prezzo aumentare per il costo della CO2. Per questo motivo, chiedono di eliminare il meccanismo ETS.

Eppure, ETS è stata una politica intelligente che ha fatto dell’Europa un campione delle fonti rinnovabili prima di tutti. Oggi in Europa, eolico e solare rappresentano il 60% degli investimenti in energia e il 30% della produzione (Italia: 40%). Soprattutto, grazie all’innovazione tecnologica, oggi produrle costa meno del gas e del carbone. Ha davvero senso eliminarlo?
A meno che non si creda che il cambiamento climatico sia una bufala inventata dai cinesi per venderci le loro rinnovabili, oppure che sia inevitabile se non vogliamo «fermare il progresso economico», un modo per sostenere la transizione energetica in Europa e consentire alle nostre industrie di restare al passo di quelle cinesi che sono leader in tutte le produzioni «green», dobbiamo averlo.

L’Italia che chiede la sospensione dell’ETS non è nuova a manovre che, nel saggio Le grandi ipocrisie sul clima, abbiamo chiamato «stop and go», in cui prima si danno un sacco di incentivi e poi si blocca tutto, come nel superbonus. Questa marcia indietro europea, non solo sarebbe sbagliata, ma anche difficile da realizzare in una Europa (dis)unita. Per esempio, la Spagna non sarebbe d’accordo perché l’80% della sua elettricità proviene da fonti non fossili (rinnovabili 60% e nucleare 20%) e, nonostante la crisi, il suo prezzo è rimasto molto basso. La vera alternativa non è eliminare lo strumento, ma renderlo più intelligente e flessibile. E qui entra in gioco un parallelo utile: quello con la politica monetaria.
La Banca Centrale Europea ha per mandato quello di mantenere la stabilità dei prezzi. Ma non applica regole predefinite per fissare il costo del denaro. Tantomeno riceve istruzioni da un accordo tra i governi che le impone la quantità di moneta da immettere nell’economia, come invece fa il Green Deal con la quantità di certificati ETS. Adatta la politica monetaria alle condizioni dell’economia: alza i tassi quando l’inflazione cresce, li riduce quando l’economia rallenta. Persegue un obiettivo di lungo periodo con strumenti dinamici.

Allo stesso modo, anche il prezzo della CO2 non dovrebbe essere né troppo alto né troppo basso. Se è troppo alto, oltre a mettere in crisi l’industria europea, fa aumentare troppo il prezzo dell’energia elettrica e disincentiva diverse tecnologie verdi che dovrebbero sostituire quelle fossili, come le auto elettriche e le pompe di calore. Se è troppo basso, non incentiva gli investimenti nelle fonti rinnovabili e rallenta la transizione. Come per l’inflazione, serve una «zona di equilibrio» che garantisca sia la decarbonizzazione sia la stabilità economica.
L’Europa dovrebbe dotarsi di una sorta di «Bce dell’energia»: un’istituzione indipendente dalla politica, con un mandato chiaro — ridurre le emissioni nel lungo periodo — ma anche la capacità di reagire agli shock nel breve.
Ciò permetterebbe di introdurre un principio di flessibilità nel funzionamento dell’ETS affidandolo ad un gestore con un mandato deciso dalla politica (esempio, emissioni zero al 2050 o quando decideranno i governi), ma libero di decidere in modo indipendente sugli strumenti.

Ma c’è anche un altro obiettivo, spesso sottovalutato. La Banca Centrale Europea ha come obiettivo la stabilità dei prezzi, ma nella pratica influenza anche la crescita economica, gli investimenti e l’occupazione. Allo stesso modo, le politiche di decarbonizzazione — rinnovabili, reti, stoccaggio, elettrificazione — non sono solo un costo: sono anche una leva di sviluppo economico.
Il costo del solare si è ridotto del 90% grazie all’innovazione. Le nuove auto elettriche cinesi promettono tempi di ricarica di pochi minuti per autonomie di centinaia di chilometri. Aziende come Enel e Iberdrola, che hanno intuito prima di altri il potenziale delle rinnovabili, sono diventate leader globali. Tesla ha reso Musk l’uomo più ricco del mondo con la mobilità elettrica. Il 25% della crescita economica è trainata da pannelli solari, batterie e auto elettriche esportate in tutto il mondo.
Una vera «BCE dell’energia» non servirebbe a indebolire la transizione, ma a renderla sostenibile nel tempo e a contribuire all’economia.

30 marzo 2026

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